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2052 euro di biglietto aereo: il Viminale fa pagare il rimpatrio a chi fa lavorare extracomunitari in nero

In Gazzetta ufficiale la decisione di Salvini, che aumenta del 30 per cento il costo del rimpatrio da far pagare a chi impiega lavoratori clandestini in nero. Il ricavato andrà per il 60 per cento al Fondo rimpatri

Paolo Emilio Russodi Paolo Emilio Russo   
2052 euro di biglietto aereo: il Viminale fa pagare il rimpatrio a chi fa lavorare extracomunitari in nero

Duemila e cinquantadue euro. Costerà più di un volo in business class per Los Angeles o per Sidney, cioè per andare dall’altra parte del mondo, il “biglietto” per rimpatriare una colf o un operaio immigrato clandestino scoperto a lavorare in nero. A prevederlo, disponendo un aumento del 30% della sanzione, è un decreto di Matteo Salvini, controfirmato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria e dal Guardasigilli Alfonso Bonafede e pubblicato ieri mattina in Gazzetta Ufficiale. Il ministro dell’Interno, che lo scorso novembre aveva abbassato i rimborsi per la “diaria” giornaliera dei richiedenti asilo ospitati nei centri da 35 euro fino a 26, oggi prende di mira chi dà lavoro agli immigrati clandestini caricando su di loro il costo per i “rimpatri forzati” e aumentandolo del trenta per cento. Lo strumento si chiama “rideterminazione del costo medio del rimpatrio dei lavoratori stranieri assunti illegalmente per il 2019”, e prevede che il costo per quest’anno passi da 1.398 a 2.052 euro.

Il testo prevedeva che l’aumento entrasse in vigore il 3 marzo, ma si è perso quasi un mese. L’idea non è del segretario della Lega: il decreto del Viminale, infatti, fa riferimento alla direttiva Ue numero 52 del 2009 che introduceva “norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impegnano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare”. Il principio per cui chi assume illegalmente un lavoratore extracomunitario, qualunque sia la mansione svolta - una colf piuttosto che un manovale o un raccoglitore di pomodori - debba sostenere le spese per il rimpatrio si applica dunque in tutti i Paesi europei. La direttiva comunitaria rimanda ai governi nazionali il compito di stabilire “i criteri per la determinazione e l’aggiornamento del costo medio del rimpatrio cui commisurare la sanzione amministrativa accessoria”, e Salvini ci è andato giù duro. Del resto, aveva promesso di rimpatriare “tutti i cinquecentomila clandestini” già presenti sul territorio italiano, ma, a causa della mancanza di accordi coi Paesi di origine, i numeri non sono molto dissimili da quelli dell’anno scorso: 6820 secondo i dati forniti dal Ministero, rispetto ai 6514 del 2017; 221 dall’inizio dell’anno a metà febbraio, come rivelato da Salvini in una lettera al Corriere, Nel frattempo, aumentando la sanzione accessoria col suo decreto, il governo mette da parte i soldi necessari per prendere a noleggio i prossimi charter.

Come prevede la norma pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, infatti, “i proventi derivanti dall’applicazione della sanzione amministrativa accessoria affluiranno al bilancio dello Stato” per poi essere assegnati per una quota del 60% al Fondo rimpatri e per il 40% al Fondo sociale per l’occupazione e la formazione destinato alla realizzazione di interventi di integrazione sociale di immigrati e minori stranieri non accompagnati. I duemila e rotti euro di multa aggiuntiva - che si sommano, nel caso, alla sanzione già prevista e alle conseguenze legali del reato commesso -, dal 30 gennaio del prossimo anno potranno addirittura aumentare perché il decreto prevede questa possibilità e assegna il compito di intervenire al capo della Polizia. Appena dopo il giuramento da ministro, il leader della Lega aveva promesso “una bella sforbicata” ai 3,4 miliardi di euro che – nel 2017 - erano stati destinati dall’Italia per l’accoglienza ai migranti. A venirgli incontro i dati “ufficiali” degli sbarchi, effettivamente in picchiata. Il report redatto dal Viminale rivela che nei primi tre mesi del 2019 (1 gennaio - 29 marzo) gli sbarchi sono stati 506. Lo scorso anno erano stati 6161, l’anno precedente 23141. Il ministero rivendica un calo rispettivamente del 97,81% e del 91,79%. “Ciascuno dei richiedenti asilo fino allo scorso anno costava 35 euro al giorno, ovvero 1100 euro al mese per ognuno di loro. Significa che solo per mantenere quei 5462 immigrati accolti dalla sinistra gli italiani spendevano circa 6 milioni al mese”, calcola Paolo Grimoldi, deputato e segretario della Lega Lombarda. Quest’anno, meno sbarchi e meno costi. “Sono numeri, non parole…”, ha rivendicato il vicepremier in una diretta Facebook.

Se la linea del Viminale sembra pagare dal punto di vista elettorale, almeno stando ai sondaggi, ieri si è verificato l’ennesimo scontro tra Italia e Unione Europea. Dopo che l’Organizzazione internazionale per le migrazioni aveva definito la Libia un “porto sicuro”, il ministero dell’Interno ha aggiornato la Direttiva sulla sorveglianza delle frontiere marittime e per il contrasto dell'immigrazione illegale. Una decisione che, ha spiegato il ministero, è conseguente al parere della Commissione Europea, secondo cui la Libia può soccorrere gli immigrati in mare in quanto “Paese affidabile”. Sia la Commissione che l’Oim, però, hanno contestato la mossa italiana, che consentirebbe di far tornare indietro le navi salpate dalla Libia . “Per quello che riguarda gli sbarchi, si applica il diritto internazionale e la Commissione ha sempre detto che al momento in Libia non ci sono le condizioni di sicurezza”, hanno voluto puntualizzare da Bruxelles. E, per le Ong, quelli del Viminale sono “solo schiamazzi”.

 

Paolo Emilio Russodi Paolo Emilio Russo   

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