Tre anni da Rigopiano, il processo deve ancora iniziare. La rabbia dei familiari: "Potevano salvarsi"

Venticinque gli imputati nell'inchiesta principale sulla tragedia dell'hotel di Farindola (Pescara), travolto e distrutto il 18 gennaio 2017 da una valanga che provocò la morte di 29 persone

TiscaliNews

"La perdita di un fratello nel mio caso, e comunque di un caro, provoca un dolore così forte da cambiare la vita a tutta famiglia. Nel nostro caso, nel caso di una tragedia come lo è stata la valanga di Rigopiano, quello che ci manda giù nel baratro della disperazione è la lettura attenta delle carte, la certezza che si potevano salvare. E allora sono un continuo pendolo che oscilla tra gioia e sconforto". Questo lo sfogo di Gianluca Tanda, fratello di Marco morto il 18 gennaio 2017 insieme ad altri 28 tra ospiti e dipendenti del resort a Farindola, in provincia di Pescara.

La Commemorazione

"Provo gioia - spiega - quando leggendo gli atti del processo noto un errore commesso da parte di chi avrebbe potuto muoversi per portare in salvo mio fratello e gli altri all’interno del resort. Ecco l’errore, mi dico. Ecco dove hanno sbagliato. E arriva lo sconforto, perché alla fine per cosa esulto? Per un errore che si scopre oggi, quando Marco e gli altri sono morti?". Ci sarà anche lui alla commemorazione per i 3 anni della tragedia. "Mamma no, l’ultima volta è svenuta e le ho vietato di venire - continua il fratello della vittima - Lei cerca di non pensarci, non ne parliamo quasi mai: appena nomino Rigopiano cambia espressione. Perché continuiamo ad andare lì? Per tenere vivo il ricordo, più semplicemente, e perché in quel posto avvertiamo forte il segnale che ci sono ancora. Una farfalla che si posa sulla spalla, un soffio".

“Al dolore si aggiunge quello per l’ingiustizia"

"Lo so, è difficile da spiegare - dice Gianluca - ma è una energia che chiede a tutti i costi la verità. Ci andiamo a caricare e torniamo giù più forti di prima. Paradossalmente stiamo bene quando siamo lì, il problema è quando si torna a casa. Per noi fratelli, sorelle, figli e genitori, la vita deve continuare, ma lo facciamo a fatica. Al dolore per la perdita si aggiunge, atroce, quello per l’ingiustizia. Ci manca Marco, era la punta di diamante della famiglia, riuscito a diventare un pilota di linea, sarebbe diventato comandante di lì a un mese. Si era portato il tablet per studiare. La tragedia ha spezzato il suo sogno".

L’inchiesta

La magistratura, a mezzo della procura di Pescara, ha aperto un'inchiesta sull'accaduto per accertare eventuali responsabilità circa l'idoneità della struttura portante dell'albergo, il luogo della costruzione dell'edificio rispetto al rischio valanghe e il presunto ritardo dei soccorsi a partire dalle comunicazioni della tragedia. L'albergo, a seguito della ristrutturazione del 2007 con l'introduzione di un centro benessere, era stato al centro di una inchiesta per presunto reato di occupazione abusiva di suolo pubblico, ma gli indagati erano poi stati tutti assolti nel 2016 perché "il fatto non sussiste".

Il processo

Con la raffica di archiviazioni, si riduce ai minimi termini il processo per le responsabilità connesse alla tragedia dell‘hotel. Restano infatti in gioco solo figure come gli ex sindaci di Farindola (sul cui territorio sorgeva l’albergo), alcuni impiegati del medesimo municipio e il gestore dell’albergo. Secondo la procura di Pescara, che nel 2018 era arrivata a indagare sulle responsabilità ricoperte da 28 persone in totale i soccorsi erano scattati con netto ritardo, solo nel pomeriggio del 18 gennaio. Al tramonto il prefetto aveva chiesto l’ausilio dell’Esercito e della Regione per lo sgombero della neve nei paesi di montagna. Tra le persone per cui è scattata l’archiviazione (ma solo per alcuni reati) c’è anche il prefetto di Pescara dell’epoca, Francesco Provolo.