[Il punto] Papa Francesco completa la riforma delle finanze vaticane

Il Pontefice rompe gli indugi e unifica la gestione dei soldi perché sia più trasparente e secondo il Vangelo.

[Il punto] Papa Francesco completa la riforma delle finanze vaticane

Francesco ha rotto gli indugi e dopo aver lavorato in questi anni a piccoli passi a riformare le finanze vaticane, ha fatto l’ultima mossa per completare il progetto e contrastare efficacemente l’insidia della corruzione. “Non credo possa esserci una sola persona, dentro e fuori di qui, - aveva dichiarato di recente all’Agenzia ADNKronos - contraria ad estirpare la mala pianta della corruzione. Non ci sono strategie particolari, lo schema è banale, semplice, andare avanti e non fermarsi, bisogna fare passi piccoli ma concreti. Per arrivare ai risultati di oggi siamo partiti da una riunione di cinque anni fa su come aggiornare il sistema giudiziario, poi con le prime indagini ho dovuto rimuovere posizioni e resistenze, si è andati a scavare nelle finanze, abbiamo nuovi vertici allo Ior, insomma ho dovuto cambiare tante cose e tante molto presto cambieranno".

Il “molto presto” annunciato da Francesco è arrivato. Con un colpo ha tagliato la testa a un sistema che non era riuscito a evitare scandali clamorosi di incoerenza con il Vangelo. Si rendeva ogni giorno più urgente e indifferibile completare l’opera avviata da Benedetto XVI e da lui affidata al suo successore con una calda raccomandazione. Lo stesso Francesco ha richiamato il passaggio di consegne su una questione delicata e capitale per la trasparenza della Curia romana. “La Chiesa è e resta forte ma il tema della corruzione è un problema profondo, che si perde nei secoli. All'inizio del mio pontificato – ricorda il papa - andai a trovare Benedetto. Nel passare le consegne mi diede una scatola grande: "Qui dentro c'è tutto – disse -, ci sono gli atti con le situazioni più difficili, io sono arrivato fino a qua, sono intervenuto in questa situazione, ho allontanato queste persone e adesso…tocca a te". Ecco, io non ho fatto altro che raccogliere il testimone di Papa Benedetto, ho continuato la sua opera". E forse è giunto al traguardo dando un taglio netto al nodo che rendeva poco gestibile il denaro in Vaticano: l’esistenza parallela tra due gestioni: da un lato gli organismi vaticani con una gestione unica ormai confluiti nella Segreteria per l’Economia(Spe) e l’Apsa come unica Amministrazione di spesa e, dall’altro, il fondo separato gestito dalla Segreteria di Stato. Tale fondo rendeva oltre ogni limite potente la Segreteria che già aveva una funzione di supervisione di ogni attività della Curia. D’ora in poi non sarà più così: alla Segreteria di Stato resteranno i compiti già di per sé gravosi di essere l’organismo di stretta collaborazione con il papa, ma i soldi passeranno all’Apsa e verranno controllati dalla Spe. La Segreteria di Stato dovrà rendicontare le spese in entrata e uscita come ogni altro dicastero e organismo vaticano.

Francesco aveva maturato la decisione fin dal mese di agosto scorso rendendola ufficiale in una riunione fuori ordinanza il 4 novembre alla quale hanno partecipato il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Edgar Peña Parra (in carica da settembre 2018 al posto del cardinale Angelo Giovanni Becciu), il segretario generale del Governatorato dello Stato Città del Vaticano, monsignor Fernando Vergez, il presidente dell’Apsa, monsignor Nunzio Galantino, il prefetto della SPE, padre Juan Antonio Guerrero. Il direttore della Sala Stampa Vaticana ha informato che il papa ha richiamato tutti a “promuovere l’attuazione” della richiesta di passaggio della gestione amministrativa dei fondi della Segreteria di Stato all’Apsa e sul loro controllo alla Segreteria per l’Economia, contenuto in una lettera del 25 agosto scorso e indirizzata a Parolin”. L’intero processo va portato a termine in tre mesi, ha ordinato il Papa, che per questo ha nella stessa riunione costituito la “Commissione di passaggio e controllo”, che entra in funzione con effetto immediato, per portare a compimento quanto disposto nella lettera al Segretario di Stato. La Commissione è costituita da Peña Parra, Galantino e Guerrero.

La mossa di Francesco e la sua lettera a Parolin hanno superato in un sol colpo polemiche e speculazioni sulle finanze vaticane.

“Nel quadro della riforma della Curia – si legge nella lettera agostana di Francesco a Parolin - ho riflettuto e pregato sull’opportunità di dare un impulso che permetta una sempre migliore organizzazione delle attività economiche e finanziarie, continuando nella linea di una gestione che sia, secondo i desideri di tutti, più evangelica”. Bergoglio reputa “di somma importanza” definire in maniera chiara la missione di ciascun ente economico e finanziario “al fine di evitare sovrapposizioni, frammentazioni o duplicazioni inutili e dannose”. Importante un passaggio nel quale Francesco spiega che “la Segreteria di Stato è senza ombra di dubbio il Dicastero che sostiene più da vicino e direttamente l’azione del Papa nella sua missione, rappresentando un punto di riferimento essenziale nella vita della Curia e dei Dicasteri che ne fanno parte. Non sembra, però, necessario, né opportuno che la Segreteria di Stato debba eseguire tutte le funzioni che sono già attribuite ad altri Dicasteri. È preferibile, quindi, che anche in materia economica e finanziaria si attui il principio di sussidiarietà, fermo restando il ruolo specifico della Segreteria di Stato e il compito indispensabile che essa svolge”.

E per cominciare occorre dare un segnale chiaro e concreto della svolta. Pertanto si stabilisce che la Segreteria di Stato “trasferisca all’Apsa la gestione e l’amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare, i quali manterranno in ogni caso la propria finalità attuale. Una particolare attenzione — si legge nella lettera — meritano gli investimenti operati a Londra e il fondo Centurion, dai quali occorre uscire al più presto, o almeno, disporne in maniera tale da eliminarne tutti i rischi reputazionali”. Inoltre il papa stabilisce che “tutti i fondi che finora sono stati amministrati dalla Segreteria di Stato siano incorporati nel bilancio consolidato della Santa Sede e che in materia economica e finanziaria la Segreteria di Stato operi per mezzo di un budget approvato attraverso i meccanismi abituali, con le procedure proprie richieste a qualsiasi Dicastero, salvo per ciò che riguarda le materie riservate che sono sottoposte a segreto, approvate dalla Commissione nominata a questo scopo”. Se il controllo e la vigilanza spettano alla SPE su tutti gli enti della Curia Romana, la Segreteria di Stato, in materia di vigilanza economica e finanziaria “non avrà responsabilità di vigilanza e controllo di nessun ente della Santa Sede, né di quella ad essa collegati”.

Se la Segreteria di Stato “non dovrà amministrare né gestire patrimoni, sarà opportuno, di conseguenza, che ridefinisca il proprio Ufficio amministrativo, oppure valuti la necessità della sua esistenza”. Un Ufficio finito sotto inchiesta da parte della magistratura vaticana che da un anno indaga su come sono stati gestiti le centinaia di milioni di euro dei fondi riservati della Segreteria di Stato e dell’Obolo di San Pietro. L’inchiesta ha portato, finora, alle dimissioni di Becciu e agli altri provvedimenti in corso.