[Il punto] "Troppe morti per infezioni contratte in ospedale": l’Osservatorio sulla Salute lancia l’allarme

Per il direttore, Walter Ricciardi, “il tasso di mortalità per infezioni ospedaliere sarebbe raddoppiato negli ultimi 13 anni". Sui 28 Paesi della UE “il 30 per cento delle morti per sepsi ospedaliere avviene in Italia”. Le regioni con mortalità più alta

Ospedale
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di I. Dessì   -   Facebook: I. Dessì

Può capitare di sentire perfino dei medici affermare, a mo' di battuta ma forse nemmeno tanto, che l’ultimo posto dove si farebbero curare, se non ritenuto proprio indispensabile, è l’ospedale. Ma c'è qualcosa di vero? Si corrono davvero dei rischi nei luoghi deputati alla cura dei cittadini? Sicuramente esiste un problema e sarebbe opportuno prestarvi maggior attenzione.

L’allarme l’ha lanciato ultimamente Walter Ricciardi Direttore dell'Osservatorio nazionale sulla salute, nonché professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica, durante la presentazione del Rapporto Osservasalute 2018, a Roma. Secondo l’esperto “Il nostro Paese è in un’emergenza assoluta, non conosciuta e non stimata”. Questo significherebbe – a suo avviso – che “migliaia di persone muoiono ogni giorno nei nostri ospedali per infezioni e antibioticoresistenza”.

Troppi antibiotici

A quest’ultimo proposito va evidenziato come in Italia si consumano troppi antibiotici, a volte anche quando non risulterebbero necessari. Inoltre “molta della nostra antibioticoresistenza  - afferma Ricciardi - nasce dal fatto che mangiamo maiali e polli d’allevamento cui vengono somministrati antibiotici non solo quando sono malati ma a scopo preventivo. In questi animali, pezzi di genoma si modificano ed entrano nel genoma di chi li mangia”.

Quel preoccupante 30% UE

Senza voler creare allarmismi inutili, bisogna ammettere che della questione è quanto mai opportuno parlare. Fermando l’attenzione sui 28 Paesi dell’Unione Europea, infatti, “il 30 per cento delle morti per sepsi ospedaliere avviene in Italia”. Intendendo per Sepsi ospedaliera la complicazione potenzialmente letale che si verifica in presenza di una risposta immunitaria travolgente ed esagerata verso un'infezione batterica.

Una situazione che dovrebbe far alzare le antenne al Ministero della Salute e agli altri enti interessati come l’Aifa e l’Agenas (Agenzia per i servizi sanitari regionali). Infatti, sempre stando alle dichiarazioni dell’esperto, “la strage è già in corso" ma potrebbe diventare addirittura "una ecatombe”. Una dichiarazione sufficiente da sola a far drizzare le orecchie e richiedere, per lo meno, una buona dose di considerazione del fenomeno.

Troppa "rassegnazione"

Durante l’evento giunto alla XVI edizione,  organizzato dall’Osservatorio che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica presso la sede di Roma, con la direzione scientifica di Alessandro Solipaca, si è sottolineato invece che in Italia non c’è ancora la necessaria attenzione alla delicata problematica.  Troppa la noncuranza sull’argomento. “Il problema delle infezioni ospedaliere sembra ineluttabile e viene considerato con rassegnazione a livello centrale e periferico”, spiega Ricciardi. Cosa che non avviene invece in altri Paesi. In Svezia e Olanda, per esempio, ogni ospedale prevede un comitato per il contrasto alle infezioni.

Tasso di mortalità raddoppiato

In Italia nel frattempo la spia sarebbe ormai lampeggiante sul rosso e richiederebbe che gli enti preposti, sia a livello politico che di settore, vi volgessero gli occhi con più forte intensità. Anche perché l’andamento dei dati non è rassicurante. La mortalità a causa di infezioni ospedaliere sarebbe cresciuta negli ultimi anni, passando da 18.668 decessi del 2003 a 49.301 del 2016. Un tasso di mortalità praticamente raddoppiato. Per quanto riguarda i dati relativi alla situazione regionale i valori della mortalità sarebbero più elevati al Centro e al Nord e meno elevati al Sud. Più nel dettaglio, i più alti sarebbero stati registrati in Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, mentre i più bassi in Campania e Sicilia. Ma la differenza, sempre a giudizio dell’esperto, potrebbe derivare anche dalla maggiore o minore attenzione nel riportare in maniera precisa le cause di morte nel certificato.