[Il ritratto] La resurrezione di Marrazzo dallo scandalo dei trans ad eroe in guerra

Piero Marrazzo è costretto a portarsi dietro il suo incidente per tutta la vita, perchè è la condanna che riserviamo a tutti quelli che hanno fatto una strada lunga che noi non siamo riusciti a fare, perché cerchiamo sempre gli angeli e i demoni per spiegare le nostre esistenze. Mai gli uomini. Ci dimentichiamo della follia del mondo, dei nostri destini così insensati, delle nostre anime perdute

Non esistono gli angeli. E neppure i demoni. Esistono gli uomini. Piero Marrazzo, 59 anni, corrispondente Rai da Gerusalemme, l’altro giorno s’è trovato al centro di una sassaiola a Betlemme, e s’è preso pure alcune pietre addosso, prima di infilarsi il casco in testa, senza mai muoversi. Ha continuato il servizio rimanendo fermo al suo posto, mentre il lancio di sassi proseguiva sempre più forte, proprio come un buon giornalista. Ora non so se saremmo qui a parlarne, se lui non fosse l’ex presidente della Regione Lazio costretto a dimettersi perché andava a trans.

In fondo, ha fatto solo bene il suo lavoro. Peccato che non siano molti quelli che ci riescono. E peccato pure che Sulaiman Hijazi, l’ex portavoce della comunità islamica di Cagliari, si sia sentito in dovere di elevare subito formale protesta: «Ma uno migliore di Marrazzo non lo trovano come corrispondente della Rai in Palestina? Mandano da noi chi va con le prostitute e le trans». Poco importa che poi abbia chiesto scusa, levando il precedente post: «Io volevo criticarlo per i servizi filoisraeliani, non per la sua vita privata».

Ma è che nella vita delle persone, certe cose pesano più delle altre e sei costretto a portartele dietro per sempre. E poi, come diceva Seneca, «la principale e più grave punizione per chi ha commesso una colpa, sta nel sentirsi colpevole». Lui, l’errore l’ammise subito, non soltanto con le sue dimissioni: «Ho sbagliato per fragilità, chiedo scusa. Un uomo pubblico deve controllare le sue debolezze». Precisò, in quell’intervista a Repubblica, che non era nè drogato né omosessuale - «Io non sono gay. Non me ne faccio un vanto. Però non lo sono» -, «ma ricattabile sì».

Andava a trans, disse, perché «sono donne all’ennesima potenza, rassicuranti». Ne aveva bisogno, confessò, con un certo coraggio. Fece outing con il mondo, quella volta: «Ho una mia fragilità di fondo. Un bisogno privato, è così difficile da spiegare, una mia debolezza. Un uomo che assume un incarico pubblico non può avere debolezze. Le deve controllare. Anche se io sono stato la vittima di un reato. So di non aver commesso niente. Giuridicamente non sono colpevole. Ma umanamente e politicamente ho sbagliato».

Se oggi, sette anni e un bel pezzo dopo, è finito sui titoli dei giornali per aver resistito quasi stoicamente in mezzo a quella sassaiola di Betlemme, non è perché è una persona diversa da allora e da quella che è sempre stata. Era già un buon professionista. E un uomo di coraggio. Con una vita segnata in qualche modo dai suoi natali, figlio di quel Giuseppe Giò Marrazzo, che era stato uno dei più grandi giornalisti italiani, autore di memorabili inchieste alla Rai su mafia e camorra e sul disagio govanile, personaggio caratteristico, con quella sua voce strascicata e i modi colloquiali ma determinati per riuscire a far parlare chiunque, boss e manovalanza criminale, tratteggiando ritratti rimasti negli archivi della memoria, come una storica intervista a don Rafele Cutolo.

Se è vero che uno il coraggio non se lo dà, Piero deve averlo preso dal padre. Lo perse che aveva 26 anni. E pochi giorni dopo anche la madre, Luigia Spina. Laureato in giurisprudenza, con un’attività politica nelle file giovanili dei socialisti riformisti, entrò alla rai e fece una buona carriera. Vent’anni da conduttore e inviato per il Tg2, e poi come responsabile della testata regionale della Toscana. Ha condotto «Cronaca in diretta», gli speciali Format e per otto anni la fortunata trasmissione «Mi manda Rai3».

Quando nel 2004 decise di buttarsi in politica era un giornalista affermato e soprattutto famoso. Così l’anno dopo vinse con il 50,7 per cento dei voti le elezioni per la presidenza della Regione Lazio, succedendo a Storace. Nel 2009, lo scandalo lo travolse. A ottobre, si diffuse la notizia che sarebbe stato ricattato da quattro persone, tutte appartenenti all’Arma dei Carabinieri, in possesso di un video che lo ritraeva in compagnia di una prostituta trans. Si dimise e si rifugiò in un monastero.

Fece outing e nel 2010 ritornò a fare quel che sapeva fare: il giornalista. Cominciò con delle inchieste, senza infamia e senza lode. Poi, nel 2013 ritornò a fare il conduttore, in un talk show che si intitolava Razza Umana, ma che non ebbe un gran successo di pubblico e per questo venne chiuso in anticipo. Nel 2015, infine, è diventato corrispondente da Gerusalemme. Rifacendo quello che faceva, ripartendo da dov’era partito, non importa se questo dobbiamo considerarlo una punizione o un’assoluzione. L’importante è che lo faccia bene. E’ questa la cosa giusta. Il peccato, se peccato c’è stato, in fondo ha un solo vero giudice: se stesso.

Tutto il resto fa parte del Grande Gioco che viviamo, anche con le sue regole terribili. Friedrich Nietzsche diceva che «si dimentica la propria colpa quando la si confessa a un altro. Ma di solito è l’altro che non la dimentica». Piero Marrazzo è costretto a portarsi dietro il suo incidente per tutta la vita, perchè è la condanna che riserviamo a tutti quelli che hanno fatto una strada lunga che noi non siamo riusciti a fare, perché cerchiamo sempre gli angeli e i demoni per spiegare le nostre esistenze. Mai gli uomini. Ci dimentichiamo della follia del mondo, dei nostri destini così insensati, delle nostre anime perdute. E invece è solo tutta colpa della luna, come diceva Shakespeare. «Quando si avvicina troppo alla terra fa impazzire tutti».