[Il personaggio] Il re dei "monezzari" di Roma ha un impero da due miliardi di euro. E anche i Cinquestelle gli riaprono la porta

Sulla questione rifiuti, a Roma, a dare le carte sono ancora i vecchi sistemi e i vecchi poteri. Cerrone, che è di poche parole e molti fatti, non parla ma vince. Intanto, si svuota lentamente l'emergenza rifiuti, non nascono impianti alternativi, i progetti sono fermi mentre si crea un canale di scarico utile e immediato; si tratta, in fondo, di una pace istituzionale sotterranea tra Pd e grillini e si cambia tutto per non cambiare niente

Manlio Cerroni
Manlio Cerroni

Quanto è difficile passare dalle parole ai fatti. Lo capiscono gli amministratori locali, sopratutto quelli abituati alle barricate che, improvvisamente, per quegli inciampi della vita per cui le cose a dirle poi si realizzano, si ritrovano catapultati nelle stanze del potere, e non sanno che fare. Quanto è complicato amministrare, più di parlare. Misurarsi coi problemi reali, trovare soluzioni, invece di attaccare, predicare, criticare. Uno dei banchi di prova più insidiosi per i rivoluzionari che si ritrovano a governare è, un po' a tutte le latitudini, la questione rifiuti, uno dei temi su cui più si esercita la retorica e più frana la coerenza.

Il caso Muraro

Sulla grande questione rifiuti si è già consumato, in un solo anno, un buon pezzo della credibilità di Virginia Raggi, sindaca di Roma, partita come chi doveva cambiare tutto e inciampiata subito sulle questioni che non si fanno cambiare così facilmente. Il primo "contrattempo" della Raggi è stato proprio nei giorni dell'insediamento, Paola Muraro, allora assessora all'ambiente. Indagata, poi dimissionaria, venne alla luce un suo lungo rapporto di consulenza con le strutture che avevano gestito la questione rifiuti a Roma negli anni passati. Con la lunga ombra di Manlio Cerroni.

Il re dei monnezzari

Cerroni è un avvocato novantenne che si è autodefinito "re dei monnezzari". Su 250 ettari a Malagrotta, ad ovest di Roma, ha smaltito per 30 anni la spazzatura della Capitale, nella più grande discarica d'Europa. Ha costruito sulla monnezza un piccolo impero il cui valore non è mai stato acclarato ma che, secondo stime, arriverebbe ai due miliardi di euro. Una sorta di monopolista del settore che, chiusa poi Malagrotta, è rimasto in campo con gli impianti cosiddetti alternativi, che così alternativi non si sono dimostrati.

Il tritovagliatore

Tra questi, l'ormai famigerato trivagliatore di Rocca Cencia. In una intervista a Fabrizio Roncone, del Corriere della Sera, del luglio dello scorso anno, Cerrone fece una previsione che oggi suona come una maledizione: "Vogliono che la città torni ad essere pulita? Devono venire da me. La soluzione è esattamente quella indicata dall’assessore all’Ambiente, Paola Muraro, una che dentro certe faccende ci sta da tempo e che quindi sa cosa bisogna fare… Bisogna riaccendere subito il tritovagliatore di Rocca Cencia".

Un impianto antico

Di cosa si tratta? Di un impianto antico, ad alto impatto, che sminuzza i rifiuti e li trasforma in speciali, quindi non più urbani; non differenziabili, si possono solo bruciare negli inceneritori. Ma si fa in fretta, con grande capienza di gestione e, ovviamente, un bel giro d'affari, in barba a tutti i proclami ecologisti e di rinnovamento.Ignazio Marino, quando chiuse Rocca Cencia, su suggerimento dell'allora Ad di Ama, Daniele Fortini, decise di puntare sugli ecodistretti e di non usare né Malagrotta, chiusa, né il tritovagliatore. «Fortini è un incapace! - tuonò nell'intervista Cerrone - Punto».

L'autorizzazione

Il risultato è che Fortini si è dimesso e che oggi si torna a parlare dell'impianto di Cerrone, ad un anno di distanza. Zitti zitti, quieti quieti, avanza: fittato ad altri imprenditori romani, il tritovagliatore è stato autorizzato a lavorare 1200 tonnellate al giorno per dieci anni, con i cittadini di Rocca Cencia arrabbiatissimi e il solito palleggio di responsabilità tra Comune e Regione. L’assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Pinuccia Montanari dice che la responsabilità è del Pd, perchè a firmare l’autorizzazione è la Regione. Da qui, però, fanno notare che nelle tre riunioni della conferenza dei servizi che hanno preparato l'autorizzazione, il Comune non si è mai opposto. Un silenzio che suona come un via libera.

Il nascondino delle responsabilità

A che gioco, giochiamo? Una sorta di nascondino delle responsabilità, per coprire la verità. E cioè che sulla questione rifiuti, a Roma, a dare le carte sono ancora i vecchi sistemi e i vecchi poteri. Cerrone, che è di poche parole e molti fatti, non parla ma vince. Intanto, si svuota lentamente l'emergenza rifiuti, non nascono impianti alternativi, i progetti sono fermi mentre si crea un canale di scarico utile e immediato; si tratta, in fondo, di una pace istituzionale sotterranea tra Pd e grillini e si cambia tutto per non cambiare niente. La scena, in fondo, a ben vedere, è la stessa di Napoli, peraltro sullo stesso tema.

Il caso Napoli

A Napoli il sindaco de Magistris ha costruito la sua fortuna sulla liberazione della città dall'emergenza rifiuti. Ma non l'ha fatto lui, giacché fu all'epoca il governo a risolvere l'emergenza. Il Comune di Napoli, dal canto suo, dopo sei anni di gestione de Magistris, non ha allestito impianti alternativi, non ha fatto decollare la differenziata (contrariamente alle promesse), utilizza l'inceneritore di Acerra (benché dica no agli inceneritori sul suo territorio) e carica buona parte dei rifiuti su navi dirette all'estero, dove bruciano nei termodistruttori e fanno calore per case e ufficialtrui. Un fallimento totale, di cui nessuno si accorge. La propaganda copre tutto. Anche la vergogna di fare, dal governo, esattamente le cose che si contestavano dall'opposizione.