La rabbia dei ricercatori precari del Cnr "beffati" dal governo. "Licenziamento per 344 e rischio stop per importanti progetti"

In piazza a Roma contro il taglio delle risorse per la stabilizzazione di centinaia di scienziati con contratti in scadenza e non rinnovabili. Sindacati: "Ritirare subito il decreto Messa"

Alcuni ricercatori del Cnr durante una manifestazione (Foto Ansa)
Alcuni ricercatori del Cnr durante una manifestazione (Foto Ansa)

Anche il governo "dei migliori" non crede nella ricerca. Il messaggio ai circa 400 precari del Consiglio nazionale delle ricerche mandato dal governo Draghi non sembra avere un significato diverso: solo in 51 vedranno dopo anni di attesa un contratto a tempo indeterminato. Gli altri portanno continuare a svolgere il loro importante lavoro con contratti a termine, in molti casi rinnovati di mese in mese, e senza nessuna prospettiva futura. A stabilirlo nei fatti è il decreto di riparto approvato il 22 luglio scorso dalla ministra dell'Università e della ricerca, Maria Cristina Messa, con il quale vengono stanziati solo 3 dei 12,5 milioni di euro inizialmente previsti per la stabilizzazione di tutto il personale precario del Cnr.

Manifestazione a Roma

Su queste basi si fonda la mobilitazione nazionale lanciata da ricercatori e tecnologi, guidati da Cgil, Cisl e Uil, per protestare contro quella che viene definita "un'altra beffa, l'ennesimo insulto alla dignità dei lavoratori". L'appuntamento è duplice: un'assemblea del personale alle 10 della mattina nella sede centrale del Cnr di Roma, in piazzale Aldo Moro, e un presidio sotto il ministero dell'Università e della Ricerca alle 14. Sono attese delegazioni di lavoratori da tutta Italia.

Con i suoi 8.400 dipendenti tra ricercatori, tecnologi, tecnici e amministrativi, a cui si aggiungono centinaia di scienziati a tempo, dislocati nelle 220 sedi sparse per tutto il territorio nazionale, il Cnr rappresenta il più importante ente di ricerca italiano. In esso si svolgono attività strategiche in molti settori scientifici legati alle attività produttive, ingegneristiche e delle scienze umane. 

A rischio importanti ricerche: il caso degli incendi

"Il lavoro svolto dai precari del Cnr - dice il fisico Marcello Casula, 49 anni, impiegato nella sede di Sassari - ha ricadute su tutto il territorio sia a livello locale che su scala nazionale. In Sardegna per esempio il CNR-Ibe ha affrontato la tremenda e quanto mai attuale piaga degli incendi boschivi e di interfaccia urbano-rurale, dove i precari come me capita che abbiano ideato e scritto un progetto di ricerca da 1.4 milioni di euro, d'intesa con l'Università La Sapienza e una azienda privata, portando nelle casse dell'ente ben 270mila euro", spiega. Il paradosso sta nel fatto che Casula pur essendo il padre e l'esecutore del progetto non può formalmente coordinarlo e firmarlo, in quanto assunto a tempo determinato.

Eppure la ricerca - che a regime permetterà di "determinare in 50 secondi la posizione del fronte di fiamma delle successive 20 ore, anche a partire dal monitoraggio satellitare dell'innesco" - potrebbe dare speranze concrete nella prevenzione della piaga degli incendi a partire proprio dall'Isola che solo pochi giorni fa ha visto andare in fumo altri 20mila ettari del suo prezioso patrimonio naturalistico e agricolo. "Il mio contratto scadrà a fine anno - dice con amarezza il ricercatore - e se non arriverà la stabilizzazione la mia ricerca subirà inevitabilmente uno stop".

Nella situazione del fisico sassarese c'è la maggior parte dei precari che di qui a pochi mesi rischia di ritrovarsi in mezzo a una strada, con anni e linee di ricerca buttate al macero. La legge non permette infatti alcun rinnovo dopo 6 anni di assegni di ricerca a tempo determinato, con la conseguenza della perdita di materiale scientifico e umano che di questi tempi si fa davvero difficoltà a comprendere. "E se si aggiunge che molti di questi lavoratori hanno un'età compresa tra i 45 e i 50 anni o più, risulta più chiara la portata del dramma", denunciano i sindacati. Una vera beffa per chi ha creduto nell'Italia - senza voler apparire retorici - rinunciando magari a contratti ben più gratificanti in Paesi esteri.

La doccia gelata sulla ricerca

Il tema della stabilizzazione dei ricercatori precari del Cnr (come anche di altri istituti di ricerca) non è certo notizia di oggi. In questi giorni, semmai, si potevano considerare raggiunte le condizioni legislative e finanziarie ottimali per arrivare a un sacrosanto lieto fine. Il cammino è iniziato nel 2017 con il decreto dell'allora ministra della Funzione Pubblica, Marianna Madia, la quale insieme al collega del Miur, Fiorenzo Fioramonti (il pentastellato che si dimise in polemica con il governo Conte per l'irrisorietà degli stanziamenti destinati alla scuola ndr), avviò il processo di stabilizzazione di circa 1600 lavoratori tra ricercatori, tecnologi, tecnici e amministrativi, "tutti con alle spalle almeno dieci anni di precariato e assunti tra la fine del 2018 e la prima metà del 2020", si legge in una nota stampa che ricostruisce la vicenda.

Poi qualcosa è cambiato e il percorso si è interrotto: nonostante nella legge di bilancio del 2020 fosse stato inserito un emendamento (primo firmatario il deputato Alessandro Melicchio) "che destinava 25 milioni di euro per il completamento delle stabilizzazioni di tutti i precari della ricerca", è arrivata la doccia gelata. Ovvero il decreto Messa che prima ha dimezzato i fondi, poi ne ha destinato la gran parte ad altri capitoli di spesa. Le risorse per le stabilizzazioni sono ridotte al lumicino e capaci di coprire l'immissione in ruolo solo del 13 per cento dei ricercatori e dei tecnologi in attesa da anni di un'immissione in ruolo che rischia di essere un sogno vano.