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Educazione all'affettività nelle scuole: oltre le polemiche, la proposta della Fondazione Giulia Cecchettin

Il padre della ragazza uccisa due anni fa dall'ex fidanzato, ospite di Fabio Fazio, chiede di "ascoltare i ragazzi". La lettera degli Ordini degli psicologi: "Perché Valditara sbaglia"

Antonella A. G. Loidi A. L.   
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Nei giorni in cui si discute animatamente della proposta del ministro dell'Istruzione Valditara sull'insegnamento della sessuo-affettività nelle scuole "solo nelle secondarie di secondo grado e solo con il consenso scritto dei genitori", una proposta arriva dalla Fondazione intitolata a Giulia Cecchettin, la studentessa uccisa l'11 novembre 2023 dall'ex fidanzato, va nel senso contrario. Ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, il papà della giovane di Fossò, ha spiegato che sul tema "c’è tanta sensibilità in più, fatta dai volontari, dai centri antiviolenza e da chi si promuove per contrastare la violenza di genere". Ma per Gino Cecchettin non è sufficiente. "Servirebbe fare molto di più. Servirebbe fare quel passo fondamentale che poi lavorerà sulle nuove generazioni dove si deve educare al rispetto, quindi introdurre quella famosa ora di educazione all’affettività che cambierebbe le cose nel nostro futuro. Lo chiedono i ragazzi, lo chiedono i presidi. Noi ci dobbiamo muovere in quella direzione".

L'allarme degli psicologi

Quella del papà di Giulia, sembra una risposta a quanto scritto nel disegno di legge "Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico" voluto da Valditara che cambia in modo radicale le disposizioni in materia di affettività nella scuola cancellandola oltre che nelle scuole dell'infanzia e primarie, dove era già assente, anche dalle secondarie di primo grado, le ex medie. Cosa che non è passata certamente sotto silenzio. A cominciare dalle rimostranze delle opposizioni - che hanno accusato la maggioranza di aver scritto "una delle pagine più buie della recente storia scolastica italiana", definendola una forzatura ideologia" - ma anche di specialisti quali gli psicologi di diverse regioni italiane che hanno scritto una lettera al ministro sottolineando come "l’educazione sessuale e affettiva è una risorsa, non un rischio".

Nella missiva, vergata dai presidenti degli Ordini di Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Puglia, Sicilia e Veneto, si legge inoltre che "limitare o escludere la possibilità di promuovere, da parte dei professionisti della salute, attività educative significa privare bambini e adolescenti di strumenti fondamentali per comprendere e gestire i cambiamenti fisici ed emotivi legati alla crescita". Per gli psicologi infatti "un’educazione sessuo-affettiva adeguata all’età contribuisce a promuovere comportamenti relazionali sani, a prevenire fenomeni di bullismo, violenza di genere e uso distorto dei media digitali, nonché a rafforzare le competenze emotive e sociali di bambini e adolescenti permettendo di agire in modo preventivo ed efficace sull’insorgenza di nuclei relazionali disfunzionali" evidenziando "l’importanza di un’educazione affettiva e sessuale tempestiva, continuativa e scientificamente fondata".

"I ragazzi chiedono questo tipo di educazione"

E qui a parlare sono gli specialisti. Proprio quelli ai quali Cecchettin fa indirettamente riferimento durante il programma di Fazio. "Dobbiamo continuare a far capire tramite le esperienze sul campo, i dati di ricerca, tramite le testimonianze di chi è a scuola, soprattutto dei ragazzi stessi: 9 su 10 chiedono questo tipo di educazione e far si che si intavoli un discorso e si possa portare quest’ora di educazione. Bisogna cercare di lavorare sui punti comuni, posso capire le divisioni ideologiche ma sull’educazione dei figli non dovremmo travalicare il limite del consentito. Dovremmo trovare un punto di incontro".

"L’educazione è un partenariato tra la famiglia ed elementi educativi, quindi le scuole, però ci sono famiglie dove questo non avviene – osserva ancora Cecchettin -. Interroghiamoci: quanti di noi genitori hanno realmente fatto bene educazione sessuale ai propri figli? E pensiamo alle famiglie dove è presente violenza, ricordiamoci che più dell’80% della violenza di genere avviene in famiglia. Come si può pensare che si possa dare il consenso all’educazione di genere? Forse non sanno nemmeno di cosa si parla. Sono convinto che i piani educativi li debba fare il Ministero, i dirigenti scolastici e da lì i professionisti che lavorano nelle scuole, gli insegnanti", ha precisato.

Alla proposta del conduttore di fare un'ora di affettività a Che tempo che fa, Cecchettin ha risposto positivamente. "Penso che i membri del comitato scientifico siano ben disposti a venire qui a portare la loro esperienza per far capire anche che la violenza non è un atto casuale o un raptus ma che è radicato nella società, che deriva da costrutti sociali e stereotipi che viviamo quotidianamente e finché non vengono estirpati continuerà la violenza”.

Antonella A. G. Loidi A. L.   
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