La grandissima vergogna del processo da 8 mila euro per il furto di una melanzana. La lezione feroce alla giustizia italiana

La vicenda dell’uomo assolto in Cassazione per aver tentato di rubare l’ortaggio è lo specchio del sistema giudiziario malato. Un processo pagato con i soldi nostri che ha intasato il tribunale e ha ritardato altri procedimenti, di certo meno grotteschi

La grandissima vergogna  del processo da 8 mila euro per il furto di una melanzana. La lezione feroce alla giustizia italiana

Dai ladri di biciclette del neorealismo italiano ai ladri di melanzane del tempo di crisi. C’è da rimanere a bocca aperta, leggendo la notizia scovata da Chiara Spagnolo, corrispondente da Bari di la Repubblica, sul processo, che si è celebrato per ben tre gradi di giudizio  (arrivando fino in Cassazione) per il furto di una melanzana. Si resta basiti, perché la notizia sembra quasi costruita per sconfinare nel teatro dell’assurdo, e per diventare un modello di malagiustizia, un nuovo apologo sul malfunzionamento del nostro sistema. L’imputato infatti, in primo grado era stato condannato – nientemeno a cinque mesi di reclusione e 300 euro di multa. In appello si era preso due mesi e 120 euro di multa. Finché finalmente - ma solo in terzo grado - i giudici sono arrivati alla sospirata assoluzione con la motivazione della “tenuità” (si dice proprio così) del reato.

Ci sono voluti dunque tre gradi giudizio, e una spesa processuale che allo Stato è costata tra i sette e gli ottomila euro, solo di gratuito patroncino, perché qualcuno, nel sistema giudiziario italiano, finalmente si accorgesse che non si può mandare in prigione un uomo che si è appropriato di un ortaggio del valore stimato di soli venti centesimi (c’è stata una perizia che ha stabilito il valore esatto).

Ma il bello è che - spulciando gli atti processuali - si capisce che anche tutti gli altri elementi della storia portavano in modo naturale all’idea di una assoluzione necessaria. L’autore del furto, un quarantanovenne sardo residente in provincia di Lecce, di cui conosciamo solo le iniziali, S.S. - infatti - non era stato denunciato dal contadino che aveva subito la sottrazione dell’organico. Era stato fermato dai carabinieri nella campagna di Carmiano, a pochi chilometri da Lecce, con la fatidica melanzana in mano. E, date le condizioni, il proprietario del fondo aveva scelto di non procedere nei suoi confronti, evitando di sporgere denuncia: tuttavia, S. S. è stato processato in nome del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. La richiesta di condanna del pubblico ministero, udite udite, era il massimo della pena prevista per il furto: ovvero sei anni. Ed è stato necessario arrivare al secondo grado di giudizio, perché l’avvocato d’ufficio (Dio lo benedica, il patrocinio gratuito, grande istituto di civiltà) riuscisse a dimostrare che il furto non era stato consumato, facendo passare così il capo d’accusa da “furto” a “tentato furto”.

Si esce da questo racconto chiedendosi come possa convivere una simile draconiana persecuzione, con la lassività che il nostro sistema giudiziario rivela in tante altre vicende: con tanti imputati assolti, graziati, condonati, prescritti. Con quelli delle case a loro insaputa, dei terremoti, degli appalti, che per prassi - quando possono permettersi sontuose difese, cioè quasi sempre - la fanno franca.

La lezione della melanzana, dunque, è semplice e feroce: ci sono due pesi e due misure, in Italia. E “se sei povero - come diceva il saggio - ti tirano le pietre”. Forse bisognerebbe aggiungere che questo processo non è stato gratis: lo abbiamo pagato noi, con il denaro pubblico. Ha intasato le aule giudiziarie, ha ritardato altri processi, di certo meno grotteschi. Vergogna. Grandissima vergogna.