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Processo a Becciu, anche in Vaticano la Legge è uguale per tutti

Sempre più chiara la pari dignità del popolo di Dio e la conseguente responsabilità nella missione.

Carlo Di Ciccodi Carlo di Cicco   
Foto Ansa
Foto Ansa

Il processo più lungo e complesso nella storia dello Stato della Città del Vaticano è terminato dopo 2 anni e 85 udienze. L’anomalia – o la sorpresa – non sta tanto nelle passioni di segno opposto suscitate o nelle reazioni dei protagonisti, come accade in ogni vicenda giudiziaria, ma sta nel fatto dell’essere la prima volta nella storia millenaria della Chiesa cattolica che un alto esponente della gerarchia – quale deve considerarsi un cardinale che prima e dopo la porpora ha rivestito primissimi ruoli di responsabilità istituzionali – sia stato giudicato, ritenuto colpevole e, quindi, condannato da un tribunale interamente composto da togati laici. Solo la superficialità può dare per scontato questo esito. In realtà è un segno evidente di quanta strada e quali positive innovazioni abbia prodotto nel tempo il concilio Vaticano II che, durante il pontificato di Francesco, ha raggiunto insperati traguardi. La Chiesa cattolica sta acquisendo come normale la coscienza di popolo di Dio orientato dal compito comune della missione. Tutti i battezzati, clero e laici, ciascuno nel proprio ruolo, sono abilitati e responsabili a testimoniare e annunciare il Vangelo di Gesù.

Un compito che esclude ogni scelta che confligga con la coerenza con il Vangelo che annuncia la realtà di un Dio amore che si storicizza nella fratellanza universale. Gli interessi di parte e di gruppi sono banditi da questa visione. Secoli di bene seminato dai cristiani, sono stati offuscati - quando più e quanto meno - dalla contro testimonianza dei singoli cristiani e specialmente delle istituzioni ecclesiastiche permeate da spirito mondano anziché dallo spirito evangelico. Il traguardo di poter amministrare la giustizia in un normale tribunale dove la legge sia uguale per tutti, è un grande traguardo anche per la Chiesa. Poteva non avvenire e invece è avvenuto. Poteva sembrare impossibile e invece è stato possibile. Forse anche per questo “inatteso”, tardano le riflessioni sull’evento giudiziario che in Vaticano ha concluso la prima fase, il primo grado di giudizio comminando pene severe al cardinale Angelo Becciu e agli altri 8 imputati (assolto solo il segretario del porporato).

Pene severe detentive e soprattutto pecuniarie di risarcimento. Per capire lo spirito che sta a monte al processo ossia le istanze di giustizia e verità mai disgiunte dalla misericordia che hanno animato l’intero impianto riformista di papa Francesco è utile richiamare alla mente il suo intervento dello scorso febbraio, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale che ha portato a termine il maxi processo dopo 2 anni e mezzo e 85 udienze. La mole di lavoro comportata dal processo è stata sintetizzata in termini minuziosi da Vatican News la vigilia della sentenza ponendo fine “al procedimento giudiziario iniziato il 27 luglio 2021 e incentrato sulla compravendita di un Palazzo a Londra e altri filoni di indagine.

Dieci imputati, tra cui per la prima volta un cardinale, milioni di file e documenti analizzati, per il più lungo e complesso processo che la Santa Sede abbia mai conosciuto. Ventinove mesi, 85 udienze, una media di oltre 600 ore trascorse in Aula, 69 testimoni ascoltati, 124.563 pagine cartacee e in dispositivi informatici e 2.479.062 files analizzati presentati dall’accusa, 20.150 pagine comprensive di allegati depositate dalla difesa, 48.731 dalle parti civili. Numeri alti che restituiscono l’ampiezza e l’accuratezza del dibattimento che il Tribunale vaticano ha voluto fossero sin dall’inizio la cifra del processo per la gestione dei fondi della Santa Sede. Processo – il più lungo e articolato che si sia mai celebrato tra le mura leonine - definito il “century trial”, il processo del secolo, dalla grancassa mediatica – specialmente quella anglosassone - che ha accompagnato le fasi precedenti al suo avvio, con un’attenzione calata nel corso delle 85 udienze (svoltesi anche per cinque o sei volte al mese o in piena estate) e riaccesa dinanzi ai vari plot twist, i colpi di scena, che hanno segnato e a volte mutato il corso degli eventi di questo tourbillon di personaggi pittoreschi, immobili di lusso, telefonate registrate, videoproiezioni, memoriali dettati, chat WhatsApp sopra le righe”.

Lunga indagine confluita in 487 pagine di rinvio a giudizio.  Spazio e ascolto concesso a tutti” in ossequio all’articolo 10 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo che recita: “Ogni individuo ha diritto in posizione di piena uguaglianza ad una equa e pubblica udienza davanti ad un Tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta”. Vatican News puntualizza che la maggior parte dei crimini in questione si sarebbero consumati, secondo l’accusa, nel corso di una compravendita da parte della Segreteria di Stato di un immobile di lusso a Sloane Avenue, nel cuore di Londra. Un’operazione che si è dimostrata altamente speculativa e che avrebbe fatto perdere alle casse vaticane almeno 139 milioni di euro, dopo un acquisto pari a 350 milioni di sterline e una rivendita a meno di 186 milioni.

La Segreteria di Stato si è costituita infatti come parte civile e ha chiesto 117,818 milioni di risarcimento. A questa si accompagnano le richieste risarcitorie delle 4 altre quattro parti civili costituitesi nel processo: lo IOR che ha chiesto 207.987.494 euro; l’APSA, 270.777.495 euro; l’ASIF e monsignor Alberto Perlasca, ex responsabile dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, che entrambi per la quantificazione del danno si rimettono alla valutazione equitativa del collegio giudicante”. Dopo la sentenza nessuna autorità vaticana di spicco ha espresso finora un pubblico e ponderato giudizio. Il silenzio è stato interrotto da una nota del direttore editoriale dei media vaticani apparsa su Vatican News la sera della sentenza. Un processo – sostiene la nota - che ha garantito i diritti di tutti. “Al di là delle caricature rappresentate da taluni, quello sull’investimento del palazzo di Sloane Avenue e sui filoni connessi, è stato un processo equo, che si è interamente giocato nel dibattimento, nel pieno rispetto delle garanzie per gli imputati. Si è arrivati alla sentenza nel rispetto di tutte le garanzie degli imputati, avendo preso in debita considerazione le istanze dei loro difensori e soprattutto senza mai plasmare le norme alle convenienze dell’accusa… La genesi di questo processo ha mostrato che la Santa Sede e lo Stato della Città del Vaticano possiedono i necessari “anticorpi” per individuare presunti abusi o scorrettezze. Il suo svolgimento dibattimentale attesta che la giustizia viene amministrata senza scorciatoie, seguendo il codice di rito, nel rispetto dei diritti di ogni persona e della presunzione di innocenza”.

Di altro avviso sono state le voci dei critici del papa mossi dal vento del tradizionalismo. La parola fine non è stata ancora detta se – come pare – ci sarà il ricorso in appello degli avvocati del cardinale Becciu. Intanto, per evitare giudizi superficiali e polemiche rituali, giova dedicare qualche minuto a quanto detto da Francesco inaugurando l’anno giudiziario del Tribunale vaticano lo scorso 25 febbraio che chiarisce l’importanza di riportare finalmente la prassi di amministrare la giustizia in Vaticano nell’armoniosa composizione del Diritto canonico e del diritto civile, senza privilegi. Soprattutto nell’ambito della gestione patrimoniale e finanziaria, superando una certa pratica approssimativa del passato, Francesco rileva che “bisogna essere chiari ed evitare il rischio di “confondere il dito con la luna”: il problema non sono i processi, ma i fatti e i comportamenti che li determinano e li rendono dolorosamente necessari. Infatti, tali comportamenti, da parte di membri della Chiesa, nuocciono gravemente alla sua efficacia nel riflettere la luce divina. Grazie a Dio, però, «non vengono meno […] né il desiderio profondo di questa luce né la disponibilità della Chiesa ad accoglierla e condividerla, perché i discepoli di Cristo sono «chiamati ad essere “luce del mondo”. Questo è il modo con cui la Chiesa riflette l’amore salvifico di Cristo che è la Luce del mondo”. Misericordia e giustizia “non sono alternative ma camminano insieme, procedono in equilibrio verso lo stesso fine, perché la misericordia non è la sospensione della giustizia, ma il suo compimento”.

Carlo Di Ciccodi Carlo di Cicco   
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