"Colpa cosciente": la svolta delle indagini e ora il crollo del ponte Morandi è come la strage Thyssen

I manager di Autostrade e alcuni funzionari del ministero dei Trasporti sapevano delle condizioni drammatiche della struttura, ma non intervennero in modo appropriato

Quel che resta, in bilico, del ponte Morandi a Genova
Quel che resta, in bilico, del ponte Morandi a Genova
TiscaliNews

Quel moncone di ponte pericolante, a pendere sui palazzi vuoti, fa paura. E ricorda che ad oltre due mesi dal crollo del ponte Morandi, con le sue 43 vittime e le centinaia di sfollati, molte cose sono ancora da chiarire. Ma non sono state settimane spese invano, soprattutto per i pm che indagano sul crollo che ha ferito per sempre Genova e dato agli italiani un Ferragosto che non dimenticheranno mai. Gli elementi raccolti finora (incluse chat ed sms che erano stati cancellati dopo gli scambi tra funzionari del Ministero dei Trasporti e manager di Autostrade) portano le indagini, e il livello di responsabilità, ad una maggiore gravità. Si chiama tecnicamente "colpa cosciente".

Sapere e non fare

Lo stesso tipo di impianto accusatorio era stato usato per il processo ai vertici di ThyssenKrupp, dopo l'esplosione dell'impianto che portò alla morte di sette operai. Le indagini dimostrarono che i manager del colosso dell'acciaio sapevano delle criticità delle macchine poi deflagrate, portandosi via quelle vite. E che pur sapendo, non presero le dovute decisioni fino all'esplodere del dramma. Stessa teoria i pm la seguono per i 43 morti travolti dal ponte sul Polcevera a Genova. Perché l'elemento della "colpa cosciente" porta, in punta di Diritto, al "gravissimo azzardo" di poter prevedere che un evento disastroso e luttuoso possa accadere, ma senza intervenire per tempo. 

L'inchiesta che lievita

Secondo Walter Cotugno e Massimo Terrile, titolari delle indagini sul disastro del Morandi, i trefoli e cioè le funi metalliche immerse nel cemento del tirante che ha ceduto, portando al crollo della struttura, erano gravemente corrosi. Questa condizione fu affrontata dai vertici di Autostrade con la presentazione di un progetto di ristrutturazione del tirante in condizioni critiche. Una sorta di rattoppo locale, per evitare la ricognizione completa dell'opera o il collaudo statico, che Autostrade temeva. Insomma, i manager della società controllata dai Benetton e alcuni funzionari del Ministero erano a conoscenza delle condizioni allarmanti del ponte ma decisero di limitarsi a intervenire con un progetto di piccola riparazione sul tirante poi venuto giù. Non era un problema "locale", non riguardava solo quel pezzo di ponte, ma interessava tutto il Morandi. Saperlo e non intervenire costituisce l'aggravante della "colpa cosciente", appunto, quella che nel caso del rogo della Thyssen ha portato all'incarcerazione di alcuni dirigenti di quella multinazionale. Il Procuratore Cozzi, nel mentre, annuncia che le indagini hanno portato a ricostruire l'intera "catena di comando", e l'aggravante è stata estesa a tutti gli attuali 21 indagati.