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[Esclusiva] "Il pizzo degli ufficiali della Marina Militare come quello della criminalità organizzata". L'inchiesta choc

Le carte della Procura di Taranto: «Le attività di indagine - spiega il Pm Maurizio Carbone - hanno accertato l’esistenza all’interno della base militare navale di Taranto di un sistema corruttivo ben collaudato e risalente nel tempo, tanto da coinvolgere in gravissime, plurime e reiterate condotte illecite numerosi comandanti di reparto che nel tempo si alternavano al comando del cosiddetto “sistema del 10%” con riferimento alla percentuale di tangenti che sistematicamente applicavano agli imprenditori sul valore degli appalti per beni e servizi agli stessi affidati»

Una nave della marina militare
Una nave della marina militare

È la maledizione della città dei Due Mari. Per ogni appalto, commessa, fornitura che la base della Marina militare doveva (ma forse ancora deve) attivare, c’è una tangente del 10%. Stiamo parlando di almeno una decina di milioni di tangenti finora accertate. La maledizione sta nel fatto che anche i nuovi arrivati, gli ufficiali che hanno preso il posto dei vecchi arrestati o indagati, sono stati a loro volta arrestati. Per concussione. Scrive il gip: «Chiedevano il pizzo con brutale e talora sfacciata protervia alla stessa stregua della malavita organizzata».

C’è una intercettazione che rivela lo spessore criminale di Giovanni Di Guardo, spedito da Roma, dallo Stato Maggiore, nel luglio del 2015, a Taranto, quale nuovo direttore di Maricommi Taranto, la base navale, proprio in sostituzione degli ufficiali che erano stati coinvolti nella precedente indagine.

Di Guardo parla con un imprenditore quando non ha ancora preso possesso del suo nuovo incarico: «Quando io vengo fisicamente con i mobili, con le valigie da Roma, ti dovresti far trovare al casello a Massafra, prima ancora che apro la bocca: “scusa questo è…quello che ti devo dare”, a Massafra. Cioè ancora io manco so dov’è, devo ancora arrivare a Taranto, ad aprire la casa. Una persona minimamente intelligente… per cui tu rientri nel giro, allora, c’è Valeriano, c’è Gianni e c’è pure Piero».

Chiaro? Prima ancora di arrivare a Taranto, l’ufficiale della Marina vuole che l’imprenditore gli porti i soldi a Massafra, alle porte della città.

Quello che era il fiore all’occhiello di Taranto, che aveva una spiccata vocazione marinaresca prima che arrivasse, nel 1965, l’Italsider, e cioè il comparto della Marina Militare con la sua base e l’Arsenale, si sta rivelando un corpo malato con un cancro da estirpare il prima possibile.

L'indagine

«Le attività di indagine - spiega il Pm Maurizio Carbone - hanno accertato l’esistenza all’interno della base militare navale di Taranto di un sistema corruttivo ben collaudato e risalente nel tempo, tanto da coinvolgere in gravissime, plurime e reiterate condotte illecite numerosi comandanti di reparto che nel tempo si alternavano al comando del cosiddetto “sistema del 10%” con riferimento alla percentuale di tangenti che sistematicamente applicavano agli imprenditori sul valore degli appalti per beni e servizi agli stessi affidati».

Gli arresti

Dal 2013 ad oggi ci sono state già tre ondate di arresti, con una ventina in gran parte ufficiali della Marina militare, e una quarta, si può presumere, potrebbe arrivare con il nuovo anno.

L’inchiesta del Pm Maurizio Carbone aveva avuto il suo primo arresto il 12 marzo del 2013, quando il comandante del V Reparto, Roberto La Gioia, fu incastrato in flagranza di reato mentre intascava da un imprenditore una tangente. Era stato lo stesso imprenditore che aveva vinto una gara per il ritiro e il trattamento delle acque di sentina della Marina militare di Taranto e a Brindisi, a denunciare ai carabinieri le minacce e le,richieste di tangenti per poter lavorare. Aveva vinto un appalto di 650.000 euro, che avrebbe comportato una tangente di 65.000 euro, divisa in due rate mensili da 2.000/2.500 euro. E proprio ritirando l’ultima di questa rata, l’ufficiale è stato arrestato in flagranza.

A casa sua sono state trovate cinque buste bianche sigillate con 36.000 euro e in ufficio altri 8.000 euro. E poi due pen-drive con la contabilità delle tangenti, degli imprenditori vessati e, con i nomi siglati, gli altri complici interni alla Marina con cui dividere i soldi.

E da allora lo schema non è cambiato.

Colpisce il loro senso di impunità, come se fossero convinti che non sarebbero mai stati beccati, anche i nuovi sostituti degli incarcerati.

Ufficiali corrotti, capitani di vascello finiti in carcere o ai domiciliari. Comandanti della base trascinati nel fango. Due reparti, in particolare, focolai di questi tumori da estirpare, il IV e il V Che si occupavano di forniture e di carburanti e lubrificanti.

Minacciavano, gli estorsori ufficiali. Chi non pagava, rischiava di ritrovare perennemente sotto la pila il suo mandato di pagamento. Il 21 luglio il giudice dovrà decidere sulle 9 richieste di rito abbreviato mentre altri 7 indagati hanno chiesto di patteggiare. Ma quello che inquieta è che questa inchiesta è un po’una Catena di Sant’Antonio. Non finisce mai.

 

Guido Ruotolodi Guido Ruotolo, inviato a Taranto   
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