Un picchiatore xenofobo prima o poi un "negro" da uccidere lo trova

La storia di Fermo non è un giallo, ma è semplice e dritta: Amedeo Mancini è un razzista violento e potenzialmente assassino, punto.

Un picchiatore xenofobo prima o poi un 'negro' da uccidere lo trova

Non raccontatevi ca...te, e non fatevi ingannare. Non siate cavillosi. Non fate i sociologi. Non mischiate acqua e olio. Non andate e cercare peli nell'uovo, perché (purtroppo) questa storia non è un giallo, ma è semplice e dritta: Amedeo Mancini è un razzista violento e potenzialmente assassino, punto.

Non è e non può essere preso come il simbolo di un'Italia preoccupata dall'immigrazione. Non ha attenuanti. Non è figlio del disagio delle periferie. È un uomo marginale e cattivo che aveva questo finale scritto nel suo Dna, come un destino, come la morte è un esito inevitabile per un malato terminale. Un kamikaze muore, un picchiatore xenofobo prima o poi "un negro" da uccidere lo trova. E qualcuno dice: sì, ma lui non voleva. Si, peró questo è un omicidio preterintenzionale. Sì, però anche "il negro" ha reagito in modo violento.

Sarebbe come chiedersi se un prigioniero di un lager frustato da un Kapò può essere considerato aggressore del suo carnefice. Chiunque abbia letto le parole del fratello di Mancini non può avere problemi ad arrivare alla verità: "Mio fratello era un simpaticone, uno che tirava le noccioline ai negri". Parole dette per difenderlo, figuratevi. Mancini aveva una collezione di Daspo da primatista Olimpico. Era un violento seriale, ed era anche un razzista, perché quello che ha fatto lo identifica come tale. Non ha subito l'eventuale reazione di Emmanuel: la cercava da una vita.

"Scimmia" non solo è un insulto, per di più infame. È un segnale in codice, una dichiarazione di guerra. Il cranio rotto non è un infortunio imponderabile, o un effetto indesiderato, come quello di due che litigano sul luogo di un incidente e alla fine arrivano alle mani. Quella frattura è il prodotto di una vita. Per questo non mi importa che maglietta avesse Mancini, che gruppo frequentasse: il suo razzismo lui ce lo aveva tatuato sulla pelle.

Per questo studio i commenti di tanti di voi, lettori di Tiscali Notizie, e mi preoccupo: il razzista non è pericoloso finché è un mostro con cui dobbiamo fare i conti, ma che possiamo riconoscere. Diventa pericoloso quando si immerge in un sentimento di malessere popolare, lo avvelena con il suo odio professionale e lo contamina. Non lo fa per caso: è il suo mestiere. Nella Germania degli anni Trenta c'era odio latente contro gli ebrei: ma Hitler ha sublimato quel sentimento, lo ha reinventato, gli ha dato dignità. Più che pensare al palo segnaletico, o ai graffi sul braccio di Mancini, dunque, bisognerebbe pensare al fatto che il morto sarebbe potuto restare a terra in una qualsiasi partita contro la Ternana.

Emmanuel ha dunque avuto due sfortune: quella di incontrare un uomo pericoloso, e quella di incontrare un uomo razzista. Ma attenti: trovarsi davanti un uomo pericoloso, che vi dà un pugno e vi spacca la mandibola solo perché avete una sciarpetta di una squadra diversa poteva accadere anche a voi, anche a vostro figlio, in una serata felice. Ecco perché quando leggo commenti di solidarietà di persone che si fanno domande su uno "che tirava le noccioline ai Negri" capisci che un limite è stato superato. Quindi, per una volta, non fatevi fregare. Aprite gli occhi. Non compatitelo, perché di questo lui non ha bisogno. Disprezzatelo, perché questo serve a voi.