[L'intervista] Una suora violentata e il “Figlio della colpa” voluto contro la prospettiva di un aborto

Una storia vera d’amore, coraggio e "doppia morale ecclesiastica" quella riportata alla luce da Fabrizio Peronaci, coinvolgente e incredibile. Raccontata dopo la lunga ricerca di un libro, sparito dalla circolazione, di un monsignore siciliano, sulla vicenda accaduta nell'Isola: quella di suor Agnese, violentata e messa incinta da un ragazzotto sconosciuto. La storia di una religiosa e di una giovane donna messa davanti a mille dubbi, problemi e interrogativi, fino all’epilogo finale, pregno di molti significati. Una storia che appassiona e fa davvero riflettere

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di Ignazio Dessì   -   Facebook: I. Dessì

Quella riportata alla luce da Fabrizio Peronaci, capo redattore del Corriere della Sera, e raccontata nel suo nuovo libro Il figlio della colpa (Bertoni editore) è una storia coinvolgente e sconvolgente. Ci sono voluti volontà e determinazione per venirne a capo, come in un thriller dove l’opera di investigazione premia alla fine il detective. L’autore l’ha infatti ricostruita dopo un lungo e complesso lavoro. Dopo la ricerca di un libro fondamentale, delle persone e dei luoghi. Per questo probabilmente  ha ragione chi sostiene che Peronaci è attualmente il più alto rappresentante del filone del “giallo ecclesiastico”, non solo per la trama offerta al lettore ma anche per il modo in cui la vita realmente vissuta da una giovane e religiosa è stata ricomposta. A partire dalla violenza sulla protagonista, suor Agnese, abusata e messa incinta da un ragazzotto che non conosceva, costretta a scelte tormentate e pesanti, fino all’epilogo finale, pregno di molti significati.

Peronaci parla giustamente di due parti in cui si svolge la genesi del libro: quella investigativa e quella dell’intensa e sconvolgente storia della giovane suora. Ma a voler ben vedere esiste anche un terzo piano di lettura: quello delle considerazioni dell’autore che diventano viaggio interiore e della memoria. Un lavoro in cui si viene a capo - come indica la locandina - di "un giallo ambientato tra i conventi di una Sicilia riarsa e la Roma del potere curiale, centrando tre obiettivi: strappare all'oblio il libro finito al rogo, smascherare omertà e ipocrisie ecclesiastiche, ma soprattutto regalarci pagine memorabili di palpitante tenerezza".

Una storia di violenza, sesso, amore, riscatto, sopravvivenza, ribellione, meschinità, onestà, fede e laicità. Una storia “arrivatami tramite una segnalazione sul web – racconta Peronaci ai nostri microfoni - che risale agli anni ’80 ed è contenuta in un libro (sparito dalla circolazione) di monsignor Giuseppe Lo Giudice, testimonianza di una vicenda spinosa: lo stupro di una suora avvenuto in Sicilia. Una figura molto bella, a conoscerla bene, che decide di tenere il figlio contravvenendo al volere dei superiori ecclesiastici”, resistendo perfino al “consiglio” di ricorrere all’aborto.

Una giovane suora è protagonista del libro di Fabrizio Peronaci

In questo senso la storia, oltre che raccontare una vicenda umana molto toccante, “mette in luce la doppia morale della Chiesa, che all’esterno con molto vigore si schiera contro l’aborto, ma quando avvengono fatti all’interno poco commendevoli non si fa tanti problemi". Anche da questo punto di vista la vicenda diventa alquanto interessante.

Questa doppia morale a tuo avviso torna in auge anche oggi oppure c’è stata una evoluzione?

“Scrivendo questa storia ho conosciuto degli aspetti a me non noti che mi hanno colpito. Intanto, come le cronache ci hanno insegnato,  in molti conventi d’Italia c’è a volte qualcosa che lascia un po’ sgomenti: sul retro, nel giardino o nell’orto, ci sono talvolta delle aree dove si possono trovare dei feti. Questo significa che il tema della sessualità e della vita sentimentale dei religiosi genera delle relazioni, ed anche dei concepimenti e dei conseguenti aborti. In questo senso il figlio della colpa è fortemente attuale perché mette in luce proprio le problematiche che il pontificato di Francesco intende affrontare, venendo a capo di temi tabù come quello della sessualità e del celibato dei religiosi. Poi c’è l’aspetto dell’investigazione giornalistica, perché per svelare la storia di questa suora siciliana,  vittima di violenza, ho dovuto innanzitutto cercare il libro del monsignore siciliano che aveva scritto di questa vicenda”.

E’ stato difficile trovare traccia di quella pubblicazione?

La verga d’oro (questo il titolo provocatorio) è un libro divenuto irrintracciabile se non in qualche remota biblioteca. Io l’ho trovato dopo una lunga ricerca in un monastero di Roma e a quel punto è cominciata una lunga analisi basata su una fonte speciale. A contattarmi su Facebook è stata infatti la segretaria di questo monsignore che aveva materialmente dattiloscritto il libro del prelato. Col suo aiuto prezioso sono riuscito a risalire a quanto era accaduto”.

Cosa era successo in sostanza?

“Questo misterioso libro raccontava una vicenda seria che metteva in qualche modo in difficoltà la Chiesa. Da un lato era stato prima censurato e manipolato nei contenuti, e dall’altro, una volta uscito, era sparito dalla circolazione”.

Questa caccia al tesoro, che ricorda quella al libro (il secondo della Poetica di Aristotele) ricercato da Guglielmo da Baskerville e dal suo allievo Adso da Melk nel famoso “Il nome della rosa” di Umberto Eco, è stata possibile anche grazie alle nuove tecnologie, ai nuovi media e ai social. Un esempio dell’utilità di questi nuovi mezzi di informazione. Sei d’accordo?

“Assolutamente. Io ho fondato qualche anno fa su Facebook un gruppo che si chiama Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci con 4mila iscritti, e ti posso assicurare che attraverso questo canale arrivano più notizie che ai giornali tradizionali (io lavoro al Corriere della Sera)”.

Una vera sfida per la carta stampata?

“La grande sfida dei giornalisti che hanno anni di esperienza dietro le spalle è quella di consegnare alle nuove generazioni un lavoro che sia integrato e multimediale. Di dargli l’idea che la carta stampata può avere comunque ancora un ruolo per l’approfondimento. Ma occorre tener conto di un dato fondamentale: se non si passa per le modalità della comunicazione veloce, quindi dei giornali on line e dei social media, si rischia di non venire in possesso di notizie importanti, di vicende davvero significative. E la storia del Figlio della colpa lo dimostra”.