Non criticate i pastori per il latte versato, ma ringraziateli: ci hanno aperto gli occhi sul Far West dei mercati

Grazie ai video, ai selfie, alla campagna choc e all’impegno dei giocatori del Cagliari, adesso tutti possono conosce il parere espresso dall’Ismea, che scrive, con molta semplicità: “Il prezzo del latte così basso non consente ai produttori di sostenere le spese di produzione”

Non criticate i pastori per il latte versato, ma ringraziateli: ci hanno aperto gli occhi sul Far West dei mercati

Bisognerebbe dargli una medaglia a questi pastori sardi, non certo criticarli. Adesso dicono: “Ma perché disperdono il latte? Non potevano darlo alla Caritas?”. Ma la risposta è semplice: a parte il fatto che la Caritas non potrebbe mettere i suoi assistiti a dieta lattearia ovina, a parte che quel latte andrebbe processato, a parte tutto, è evidente che se i pastori non avessero iniziato a sversare, nessuno avrebbe parlato di loro, e noi oggi di questo scandalo non sapremmo nulla.
E invece, grazie ai video, ai selfie, alla campagna choc, grazie all’impegno dei giocatori del Cagliari che si sono associati a questa drammatica e bellissima protesta (nonviolenta), adesso tutti possono conosce il parere espresso da una autorità come l’Istituto di servizio per il mercato agricolo alimentare, l’Ismea, che scrive, con molta semplicità: “Il prezzo del latte così basso non consente ai produttori di sostenere le spese di produzione”. La realtà, nero su bianco.

Sulla pelle dei pastori

E i numeri, di conseguenza, parlano la inconfutabile lingua dei fatti: mentre i costi di produzione si aggirano intorno ai 70 centesimi il litro, il prezzo al litro del latte ovino sardo sul mercato della trasformazione è precipitato a 56 centesimi il litro. Non servono altro commenti, perché il paradosso del mercato imperfetto è tutto racchiuso in questa irriducibile contraddizione: produrre il latte di pecora costa più di quanto non si ricavi vendendolo. E questo perché i signori del mercato taroccato fanno crollare il prezzo del pecorino romano prodotto con il latte sardo (da 7.7 euro al chilo a 5.2 euro al chilo) e questo calo produce di risulta il crollo delle quotazioni della materia prima. Un circolo vizioso il cui costo si abbatte sui 14mila pastori sardi che - mungendo 2.6 milioni di pecore - coprono il fabbisogno che serve per portare il pecorino romano (prodotto con latte sardo al 60%) sulle tavole di tutta Italia.

Il punto inaccettabile è che un mercato deve, e non può che essere libero. Mentre il prezzo di acquisto del latte viene letteralmente imposto senza negoziazione, ai pastori, da chi compra e processa il latte. Viene pilotato da chi fa cartello. E se allarghi lo sguardo per capire come mai i grandi processatori oggi abbattano il valore del latte, ti rendi conto che dietro questo ricatto di mercato ci sono gli errori di tutta una filiera: nessuna tutela del marchio, la concorrenza di formaggi e stock di latte di bassa qualità che arrivano dai paesi dell’est Europa e sottraggono quote di produzione, il crollo del mercato americano, le scorte dell’invenduto che si accumulano creando un inevitabile effetto-crollo sulla borsa delle materie prime. Una infinita catena, un altro caso di globalizzazione imperfetta in cui tutto il costo di un terremoto produttivo viene fatto pagare all’ultimo (o al primo) anello della catena: ovvero quello di chi è più debole e chi è meno tutelato.

Meno male che i pastori hanno sversato il latte - dunque - perché solo la rabbia di chi ama il suo lavoro spiega meglio di ogni altra cosa la condizione di sofferenza che prova.

C’è stato nei pastori sardi un grande e innato intuito mediatico. Come i lavoratori della Vinyls, che trasformarono in un reality l’occupazione de carcere dell’Asinara (“L’isola dei cassaintegrati”) per raccontare la chiusura della loro azienda di Porto Torres, e facendo circolare la notizia in tutto il mondo. Come i lavoratori dell’Alcoa che per anni hanno portato i loro caschetti a battere sul selciato, per denunciare la chiusura del principale centro produttivo italiano dell’alluminio. Quello dei pastori è solo l’ultimo anello di una lunga storia in cui la Sardegna è diventata metafora dell’Italia e delle sue debolezze strutturali, dell’incapacità di difendere i prodotti dop dalla concorrenza sleale dell’Italian sounding che altera il mercato con i cloni a bassa qualità. Non criticateli, per il latte versato, e non piangeteci su. Ringraziateli - piuttosto - per averci regalato una possibilità: quella di aprire gli occhi su cosa succede al mercato quando vince il far west.