[La storia] Così il pastore Ovidio ha sconfitto i Benetton e Caltagirone. Niente cemento, il paradiso della Sardegna è salvo

Dopo il prolungato stop del cantiere che dal Tar fino alla Cassazione aveva visto prevalere le ragioni del vecchio Ovidio e poi quelle di Italia Nostra, che denunciava l’illegittimità delle autorizzazioni a costruire a suo tempo concesse dalla Regione, la Società si è clamorosamente arresa ed ha dichiarato fallimento

Ovidio Marras
Ovidio Marras

Sembra la storia di Davide contro Golia, ma accade ai giorni nostri ed il finale, scritto il 18 agosto dal Tribunale di Cagliari, è di quelli che non consentono di distrarsi troppo a festeggiare. Lo sa bene Ovidio Marras, il pastore sardo che con caparbietà si è opposto per anni alla Sitas, gigante immobiliare che aveva deviato l’antico stradello del suo podere per costruirci sopra un mega resort di lusso in riva al mare, in un tratto fra i più belli ed incontaminati della costa sud-occidentale della Sardegna. Ora, dopo il prolungato stop del cantiere che dal Tar fino alla Cassazione aveva visto prevalere le ragioni del vecchio Ovidio e poi quelle di Italia Nostra, che denunciava l’illegittimità delle autorizzazioni a costruire a suo tempo concesse dalla Regione, la Società si è clamorosamente arresa ed ha dichiarato fallimento. La notizia è di quelle destinate a far storia, perché dietro la “Società iniziative agricole sarde” (Sitas, appunto) di “agricolo” e di “sardo” c’era ben poco: l’acronimo infatti nascondeva i nomi dei gruppi Benetton, Toti e Caltagirone, praticamente il gotha del settore finanziario-immobiliare italiano, che con il supporto di Monte Paschi Siena avevano puntato gli occhi su una delle aree marine più belle dell’isola, tutelata da stretti vincoli paesaggistici.


La costiera di Capo Malfatano è un luogo magico, con la sua alternanza di scogliere impervie, calette nascoste e spiagge di sabbia bianchissima, frequentate per la metà dell’anno dai turisti e per l’altra metà dalle pacifiche giumente che scendono dai pascoli della zona fino ai piedi delle acque basse e cristalline di Tuerredda, autentica perla della costa Sud Occidentale della Sardegna. E’ qui che la famiglia Marras viveva e vive da tre generazioni, sparsa in pochi nuclei familiari. E’ qui che lo zio Ovidio, 88 anni, per tutta la vita ha allevato le sue pecore e le sue capre, che ogni sera tornavano al vecchio “furriatroxu” (termine intraducibile che significa insieme abitazione e riparo per il bestiame) su dal pascolo lungo il vecchio stradello di campagna che scendeva dritto fino alla spiaggia di sabbia bianchissima. Fino a che qualcuno non ha deciso di costruirci sopra il grezzo di un albergo da 500 posti, deviando il tracciato originario. La Sitas, appunto, nel frattempo aveva acquisito alcuni terreni limitrofi alla proprietà dello zio Ovidio, ed era già pronta stravolgere il piccolo paradiso del pastore sardo sotto una colata di 150 mila metri cubi di cemento fatta di alberghi, ville, centri benessere e parcheggi. Il piano di lottizzazione che prevedeva di ubicare quel mostro edilizio proprio sotto il naso del pastore non aveva tenuto conto però del suo parere, dirimente per le zone comuni rimaste “indivise” , detenute quindi in comproprietà fra la Sitas e Marras. Una di queste era il sentiero del bestiame.


Da lì inizia la grande battaglia, con una causa civile in sede “possessoria” subito accesa da Ovidio Marras, che nel frattempo si era rivolto ad un avvocato di Cagliari. A nulla erano valse le argomentazioni della società che opponeva l’interesse superiore dei lavori a quello del mantenimento dei luoghi: il giudice aveva riconosciuto con un’ ordinanza le ragioni del pastore-comproprietario, imponendo la demolizione del manufatto e di tutto quanto si trovasse sul tracciato originario, compresi cancelli e recinzioni. Era poi arrivata Italia Nostra a dare man forte, contestando la legittimità delle autorizzazioni regionali a sua volta concesse in virtù di uno “spacchettamento” fittizio del progetto in cinque lotti che avrebbe consentito così di aggirare l’autorizzazione d’impatto ambientale, più che mai necessaria in una zona tutelata dalle norme paesaggistiche regionali varate nel 2006 dalla giunta Soru. A mettere il punto sulla questione era intervenuta la Cassazione, confermando nel 2016 le decisioni del Consiglio di Stato contro il ricorso della Sitas. Con la dichiarazione di fallimento del 18 agosto scorso, infine, sembrerebbe veramente finita l’odissea della famiglia Marras. Ma è davvero così?

“Purtroppo non si può ancora cantare vittoria”, spiega Maria Paola Morittu, vicepresidente nazionale di Italia Nostra e promotrice della causa che ha portato alla dichiarazione di illegittimità in tutti i gradi di giudizio del vecchio progetto Sitas. “Intanto rimane in piedi il contenzioso della società contro la Regione Sardegna; poi bisogna capire chi demolirà i corpi di fabbrica già edificati, che costituiscono comunque un enorme scempio ambientale. Infine, il progetto uscito dalla porta rischia di rientrare dalla finestra a causa di una norma anomala all’interno della nuova legge Urbanistica della Sardegna, in corso di approvazione in Consiglio Regionale. Se si ripescasse il contestatissimo articolo 43, stralciato a luglio dall’esame della nuova legge, verrebbero legittimate deroghe specifiche al Piano Paesaggistico regionale nel caso di “grandi progetti di rilevanza economico-sociale”, da valutare caso per caso. Un vulnus che riaprirebbe le porte ai grandi speculatori immobiliari nell’isola e su cui noi ambientalisti abbiamo subito lanciato l’allarme. Finché il testo definitivo non verrà esitato dal Consiglio Regionale non bisogna abbassare la guardia”, conclude la Morittu.