Così Paolo VI difese lo sbarco sulla Luna e portò la Chiesa nella modernità

Il Pontefice di allora lo difese da numerose critiche sollevate pure in ambito cattolico circa l’opportunità di sprecare risorse ingenti alla conquista della luna anziché investirle in pianificazioni di sviluppo sociale

Così Paolo VI difese lo sbarco sulla Luna e portò la Chiesa nella modernità

Il primo papa dei tempi moderni a parlare con simpatia della luna è stato Giovanni XXIII, ricordato come il “papa buono”, ma il papa del primo allunaggio di astronauti è stato Paolo VI. Le foto di archivio  e i filmati sulla storica impresa dell’Apollo 11 il 20 luglio del 1969 tramandano un Giovanni Battista Montini che, davanti al televisore per vivere la suspence di quella notte, svela la meraviglia e l’ammirazione di un ragazzo che subito si fa pensoso davanti alla potenza dell’evento.

Le immagini trovano poi nel papa una spiegazione forse la più profonda teologica e filosofica mai data finora su quella primissima passeggiata di un umano sulla luna. La capacità di visione e la lungimiranza  sulle grandi questioni della fede e dell’umanità che Paolo VI aveva, furono trasfuse nelle parole che, in 6 diverse circostanze, dedicò tra maggio e ottobre del 1969 all’evento del 20 luglio.

Sbarco visto, come tutte le grandi cose, segno di contraddizione tra infatuati e avversari esasperati. Paolo VI lo difese da numerose critiche sollevate pure in ambito cattolico circa l’opportunità di sprecare risorse ingenti alla conquista della luna anziché investirle in pianificazioni di sviluppo sociale per alleviare povertà e miseria di miliardi di persone.

Papa Giovanni, nella sua straordinaria intelligenza della storia, la sera dell’apertura del più grande concilio mai celebrato, si richiamò alla luna per toccare il sentimento della gente e lascarle impresso il ricordo di un evento religioso spuntato inatteso in una grande Chiesa cristiana ma in ritardo rispetto all’incalzare della modernità.

Si direbbe – disse papa Giovanni la sera dell’11 ottobre 1962, affacciandosi dalla finestra su Piazza san Pietro, quasi in contemporanea alla sfida kennediana di conquistare la luna - che persino la luna si è affrettata stasera, osservatela in alto, a guardare questo spettacolo. Gli è che noi chiudiamo una grande giornata di pace”.

Fino ad allora la luna era stata oggetto di attenzione di astronomi, scrittori e poeti e veniva vista come una icona romantica degli innamorati. In realtà tra le più antiche tradizioni a occuparsi della luna c’è niente meno che la Bibbia. E la prima volta appare entro le prima 25 righe della Genesi dove si racconta la misteriosa creazione dagli inizi. “E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce maggiore per governare il giorno e la fonte di luce minore per governare la notte, e le stelle”.

Il nome di “fonte di luce minore per governare la notte” nella memoria collettiva dell’uomo è divenuto l’identità della luna. Nessuno riesce a immaginarsi il cielo senza luna. Neppure gli astronauti, violando il suo suolo che era sembrato da sempre intangibile, sono riusciti a cancellare la carica romantica di uno dei più piccoli corpi celesti dell’universo.

A guardarla, perfino Paolo VI, assiduo controllore dei propri sentimenti, in quel luglio del ’69, mentre da Capo Canaveral partiva la nave spaziale, si lasciò andare a chiamare la luna “silenzioso e pallido satellite della terra”. Tanto era il fascino che provava da seguire con attenzione i preparativi della grande impresa parlandone già il 21 maggio precedente. In quel discorso sostenne che la conoscenza migliore della luna doveva portare alla conoscenza maggiore dell’uomo: “Ancor più che la faccia della luna, la faccia dell’uomo s’illumina davanti a noi”.

Ma Lui, il grande pensatore non disdegnava riconoscersi nell’intera umanità: “In certe notti limpide d’estate abbiamo forse anche noi, contemplando le innumerevoli stelle che trapuntano di scintille la volta immensa del cielo, pensato o tentato di pensare al mistero dell’universo; forse la meravigliosa e misteriosa visione esteriore ha preso voce interiore con le note elegiache del canto notturno del pastore leopardiano, errante nelle solitudini sconfinate dell’Asia; forse il senso incombente dell’infinito, che vince lo spazio ed il tempo, ha dato anche a noi un fremito metafisico dell’oceano dell’essere, in cui la nostra minima vita si trova, ma che vita, coscienza, spirito si chiama”. 

Lo sguardo di Paolo VI non è mai settario, superficiale, ma complesso, attento a tutte le voci sia di consenso sia di dissenso. E cerca di armonizzare le contraddizioni nell’unica verità che lui ritiene valida sull’uomo e su Dio. “È purtroppo vero – dirà l’indomani dell’impresa - che la superficialità è una abitudine di moda. Anche le più forti impressioni, che a noi vengono dall'esperienza della vita moderna, si cancellano subito; o subito sono soverchiate da altre successive, così che spesso manca il tempo, manca la voglia di approfondirle, e di coglierne il significato, la verità, la realtà. Ma in questo caso il trauma della novità e della meraviglia è così forte, che sarebbe stoltezza non riflettere su questa, possiamo dire, sovrumana e storica avventura, alla quale tutti abbiamo, come spettatori esterrefatti, in qualche modo - anche questo meraviglioso – assistito”. Per Paolo VI resta importante cogliere il senso e lo scenario che l’evento comporta. 

Intanto, secondo Montini, si potrebbe  di passaggio, “osservare come sia fuori luogo, almeno a questo riguardo, il disfattismo oggi di moda contro la società e la sua compagine, e in genere contro la vita moderna. Questo disfattismo seduce oggi perfino qualche parte della gioventù, e altri uomini di pensiero e d'azione; li gratifica di audace progressismo, e sembra loro conferire una personalità superiore, quando li riempie di istinti ribelli e di spregiudicato disprezzo verso la nostra età e verso il suo sforzo creativo. La vita invece è seria; e ce lo insegna la somma immensa di studi, di spese, di fatiche, di ordinamenti, di tentativi, di rischi, di sacrifici, che una impresa colossale, come quella spaziale, ha reclamati. Criticare, contestare è facile; non così costruire, in questa iniziativa si comprende; ma parimente in altre moltissime da cui risulta la nostra presente civiltà. Perciò Ci sembra che un dovere di ripensamento e di apprezzamento dei valori della vita moderna ci sia intimato dall'avvenimento che stiamo celebrando”.

Nell'ebbrezza di questo “giorno fatidico, vero trionfo dei mezzi prodotti dall'uomo, per il dominio del cosmo, noi dobbiamo non dimenticare il bisogno e il dovere che l'uomo ha di dominare se stesso. Ancora vi sono, lo sappiamo, tre guerre in atto sulla faccia della terra: il Vietnam, l'Africa, il Medio Oriente. Una quarta si è aggiunta già con migliaia di vittime tra il Salvador e l'Honduras. Proprio in questi giorni! E poi la fame affligge ancora intere popolazioni. Dov'è l'umanità vera? Dov'è la fratellanza, la pace?

Insomma l’allunaggio è servito a Paolo VI per chiedere ai cristiani un diverso modo di rapportarsi alla modernità, e alla grande opinione pubblica di considerare la Chiesa di oggi e rappresentarla come uscita davvero dal Medio Evo. Si comprende allora il saluto sorprendente inviato dalla specola vaticana di Castel Gandolfo agli astronauti la notte dell’orma di Amstrong sul suolo lunare: “Noi siamo a voi vicini con i nostri voti e con le nostre preghiere. Vi saluta con tutta la Chiesa cattolica il Papa Paolo VI”.