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I paperoni degli ombrelloni e il paradosso delle concessioni di cui non sappiamo quasi nulla

Da 15 anni si grida allo scandalo, ma anche il ddl sulla concorrenza, appena varato dal governo Draghi, si guarda bene dall'affrontare il problema

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
I paperoni degli ombrelloni e il paradosso delle concessioni di cui non sappiamo quasi nulla

E' una delle carte migliori a cui sono affidati la fine del ristagno economico italiano e l'avvio di una ripresa duratura e sostenuta. Il turismo vale, infatti, un sesto dell'economia italiana: un patrimonio fatto di cultura (dai musei alla pizza), ma, in larga misura, di sole e mare. Solo il business delle spiagge – cabine, ombrelloni, lettini – frutta, secondo un centro studi autorevole come Nomisma, 15 miliardi di euro l'anno, quasi l'1 per cento del Pil. Ma l'ombrellone servirebbe a poco senza la spiaggia e quella spazio di fronte al mare non è del bagnino che offre il lettino e la cabina. E' un bene inalienabile dello Stato, fa parte del demanio, l'uomo dell'ombrellone lo ha solo in concessione. E quanto paga per questa concessione, senza la quale il suo business non esisterebbe? Tutti insieme, i quasi 30 mila concessionari delle spiagge italiani pagano, secondo l'ultimo rapporto dell'Autorità per la Concorrenza, 115 milioni l'anno. Su 15 miliardi di giro d'affari, il costo della concessione vale, cioè, meno di un euro ogni cento di fatturato, con annessa garanzia di goderne fino al 2033. Il numero di 30 mila, censito dall'Autorità, riguarda, peraltro le concessioni demaniali marittime a qualsiasi titolo. I paperoni delle spiagge – e cioè quelli che si spartiscono stabilimenti balneari, campeggi, porti turistici – non sono più di 14 mila, secondo il calcolo di Legambiente.

Sono almeno 15 anni che si grida allo scandalo, ma anche il disegno di legge sulla concorrenza, appena varato dal governo Draghi, si guarda bene, nonostante gli appelli dell'Autorità per la Concorrenza, dall'affrontare il problema. Troppe le resistenze dei partiti, in particolare della Lega. E Draghi, nonostante l'immagine di decisionismo che proietta, quando si trova di fronte ad un muro apparentemente insormontabile, sceglie di diluire e spostare lo scontro. Lo dimostra il sistematico ricorso alle leggi-delega, dove i conflitti si possono squagliare in tanti piccoli confronti separati, nel lungo processo di varo dei provvedimenti operativi. Anche in questo caso, il governo è ricorso alla delega, ma sarebbe inesatto dire che ha calciato la palla in tribuna. Sull'argomento, infatti, deve pronunciarsi, nei prossimi giorni, il Consiglio di Stato, chiamato a decidere sulla legittimità della proroga delle concessioni al 2033 e, sulla base delle pronunce precedenti dei Tar, potrebbe togliere le castagne dal fuoco per Palazzo Chigi, servendogli su un piatto d'argento la possibilità di ridiscutere da zero il sistema delle concessioni. L'Europa, che sul tema delle concessioni balneari, ha già messo sotto accusa l'Italia, non chiede di meno.

La protesta europea non stupisce. In Francia, le concessioni agli stabilimenti balneari durano al massimo 12 anni e non possono sottrarre all'uso libero più del 20 per cento della costa. In Italia, le concessioni, secondo un rapporto di Legambiente, coprono più del 42 per cento dei nostri 3 mila chilometri di coste. Ma è un numero ingannevole. In Campania, Liguria, Emilia Romagna, regioni ad alta densità turistica, la quota di spiagge requisite dagli stabilimenti arriva al 70 per cento, in Toscana e nelle Marche si oscilla fra il 50 e il 60 per cento. Ma anche questo, se si considerano parchi e porti, non dice tutto. Sui 30 chilometri di coste della Versilia, il 90 per cento è occupato dagli stabilimenti. Sulla riviera romagnola si va dall'83 per cento di Riccione, secondo i calcoli di Legambiente, al 100 per cento di Gatteo Mare. A Ostia, per tre chilometri e mezzo di seguito, il mare, semplicemente, non si vede.

L'oro blu, per molti concessionari, si traduce in denaro sonante in cassa. Sulla spiaggia di un hotel a Porto Cervo, un ombrellone e due lettini possono arrivare a costare 400 euro al giorno, dice Legambiente. Tuttavia, ancora nel 2019, i 59 concessionari della Costa Smeralda pagavano in media al demanio 312 euro, ma per tutto l'anno. Non tutti gli stabilimenti, naturalmente, sono così remunerativi. Ma Porto Cervo, comunque, non fa record. A Marina di Pietrasanta, sei lettini (con tv annessa) costano mille euro al giorno.

Rispetto al 2019, le concessioni a un euro al giorno non ci sono più. Da quest'anno, infatti, in base ad un decreto dell'estate 2020, la concessione ha un canone minimo di 2.500 euro l'anno. E' l'equivalente dell'affitto estivo di un bilocale senza vista mare, ma, ci informa l'Autorità per la Concorrenza, tre concessionari su quattro pagano solo questo canone minimo. Se, del resto, il salto da 300 a 2.500 euro l'anno sembrasse significativo, si consideri che è stato addolcito con la contemporanea proroga delle concessioni al 2033 (quello che ha fatto infuriare la Commissione di Bruxelles). Il valore della proroga si può apprezzare pienamente, se si tiene conto che dal 2001 (grazie ad un governo Berlusconi) i 14 mila concessionari possono subaffittare il loro stabilimento anche al di fuori di “periodi determinati e in casi eccezionali”, come, fino a quel momento, prevedeva la normativa. Detto in termini più semplici, il fortunato titolare della concessione, può pagarla 2.500 euro l'anno, ma affittare l'attività a qualcun altro a prezzo di mercato (quello che, tutti insieme, fa 15 miliardi, ovvero, per amor di statistica, una media di un milione di euro a testa di fatturato l'anno). L'Autorità per la Concorrenza la definisce “una ingiustificata rendita di posizione” e propone di rimetterle tutte all'asta, eventualmente con qualche forma di indennizzo per gli attuali titolari.

In questo scenario, è paradossale che la decisione del governo di procedere, con il ddl appena varato, almeno ad una mappatura delle concessioni appaia, oltre che un modo di prendere tempo, perfino coraggiosa. Perché la verità è che delle concessioni balneari non sappiamo quasi nulla. Ci mancano spesso i precisi riferimenti topografici dei confini delle concessioni e, soprattutto, di quanto pagano: niente sappiamo – denuncia Legambiente - dei canoni che si pagano in Sicilia e in Calabria e, in larga misura, anche in Puglia, nelle Marche, in Liguria. Ecco perché l'Europa vuole essere sicura che questo sia l'anno zero delle concessioni.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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