Il grido di Francesco a Dio per uscire dall'epidemia: "Ci credevamo sani in un mondo malato"

"Ti imploriamo: 'Svegliati Signore!'", dice richiamando il passo del Vangelo in cui discepoli sono atterriti dalla tempesta e Gesù dorme

E’ stato un grido a Dio la preghiera di Francesco nel vuoto spettrale di una piazza san Pietro battuta da una pioggia lieve e insistente. Il papa ha descritto la situazione di pandemia come una desolazione, dalla quale ci sembra non poterci liberare con le sole forze umane. Ha fatto suo il sentimento di paura che avvolge le città, le famiglie. Il silenzio grave ha fatto da cornice al papa che è giunto sul sagrato da solo. E’ salito sulla scalinata antistante la basilica piuttosto in fretta e quando ha iniziato il suo discorso accusava un certo affanno nella voce. Poi si è disteso, commentando l’episodio di Gesù che, svegliato dai discepoli sulla barca nel pieno di una tempesta, li rincuora e calma il vento.

Ha paragonato l’epidemia in corso a una tempesta da cui solo con l’aiuto di Dio, insieme al nostro vivere in solidarietà, può tirarci fuori. Noi, spaventati come gli apostoli sull’orlo di un naufragio. Ma se tanta è la paura, altrettanto occorre la fede, non magica ma in una persona di totale affidamento come Gesù ha dimostrato di esserlo. Perciò una fede professata con l’ascolto della parola del vangelo, con il servizio e la condivisione con gli altri. Al bando non la paura, ma l’egoismo che concorre ad accelerare lo sfarinamento della vita individuale e sociale.

Francesco non ha mai pensato di prendere alla leggera i timori della gente. E ha impostato tutta la sua attività in questo tempo come una mano tesa in aiuto di chi soffre e una testa capace di ascoltare e fare proprie le paure. Dalla fede, il coraggio per essere di aiuto a tutti quanti ne hanno bisogno. Della paura, divenuta compagna di viaggio della gente aveva già parlato stamani. "In questi giorni di tanta sofferenza, - aveva detto prima della messa - c’è tanta paura. La paura degli anziani, che sono soli, nelle case di riposo o in ospedale o a casa loro e non sanno cosa possa accadere. La paura dei lavoratori senza lavoro fisso che pensano come dare da mangiare ai loro figli e vedono venire la fame. La paura di tanti servitori sociali che in questo momento aiutano a mandare avanti la società e possono prendere la malattia. Anche la paura – le paure – di ognuno di noi: ognuno sa quale sia la propria. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad avere fiducia e a tollerare e vincere le paure”.

La preghiera silenziosa e le parole dette nella solitudine della Piazza questa sera sono state una dimostrazione ulteriore di un papa dal volto umano che cerca di rincuorare nel tempo della paura, invitando a essere tutti solidali per uscirne insieme. Forse, con il silenzio nell’aria livida della sera incombente sulla Basilica e sulla capitale, un momento emblematico del rito è stata la fine, quando la benedizione “urbi et orbi” - alla città di Roma e al mondo intero - con l’ostia consacrata è stato salutato da un improvviso concerto di campane a distesa e di sirene delle ambulanze. Un segno concreto che l’invito di Francesco a fronteggiare la pandemia restando umani perché risvegliati dalla possibilità di mettere insieme la scienza medica, l’esperienza per la guarigione del corpo con l’esperienza della fede per guarire l’anima. Medicina e vicinanza umana insieme per non spegnere la speranza.