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Il richiamo di Francesco: "I poveri sono ancora moltitudine"

Nella VII Giornata mondiale dei poveri il papa sollecita solidarietà e rilancia appello per la pace in Ucraina, Palestina e Myanmar

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
(Ansa)
(Ansa)

I poveri sono una moltitudine, la povertà è uno scandalo di cui Dio ci chiederà conto. E’ l’ammonimento centrale lanciato da papa Francesco nella VII Giornata mondiale dei poveri, rivolto al mondo ma specialmente ai cristiani in base alla parabola evangelica dei talenti. Sembra adombrare una sintesi forte con cui un noto teologo moralista italiano, Enrico Chiavacci, spiegava il settimo comandamento del non rubare: non rubare e se hai, hai per dare.

Francesco che fin dall’inizio del suo pontificato ha richiamato la Chiesa e sollecitato il mondo a sanare lo scandalo della povertà, nella Giornata odierna ha riassunto le cose fatte e quelle da fare perché la nostra vita sarà giudicata sull’amore per Dio e il prossimo, specialmente se povero e fragile. Per i poveri non si fa mai abbastanza, neppure sul piano pubblico economico, sociale e politico. Non a caso ogni anno in Italia la Caritas presenta il Rapporto sulla povertà che cala come una frustata rispetto alle chiacchiere della propaganda. Il Rapporto Caritas 2023 su Povertà ed esclusione sociale in Italia fotografa un quadro drammatico: oltre 5 milioni 674 mila poveri assoluti, pari al 9,7% della popolazione. La Caritas lancia l'allarme per le 400mila famiglie che rischiano di essere escluse dall'Assegno di inclusione. E certifica che lo scorso anno i poveri assoluti sono cresciuti di 357mila unità.

Non distogliere lo sguardo dal povero” tema della odierna settima edizione della Giornata mondiale dei poveri spiega le tante iniziative organizzate nelle diocesi italiane: convegni, pranzi o cene con le persone in situazione di povertà, visite alle persone sole o negli ospedali, campagne di raccolta fondi, perfino una app utile agli operatori dei centri di ascolto. Tra queste iniziative, di valore più o meno reale e simbolico, spicca il pranzo di Francesco con una rappresentanza di poveri nell’Aula Paolo VI, rallegrato dalla musica della banda giovanile Don Bosco di Cassino. L’input originario di Francesco nel decidere la Giornata mondiale dei poveri a conclusione del Giubileo della misericordia nel 2015, fu quello di passare da un fare per i poveri a un fare con i poveri. Tutti infatti - ha detto il papa nell’omelia della messa nella Basilica vaticana, spiegando la parabola dei talenti, dei doni ricevuti da Dio - siamo chiamati a “soffermarci su due percorsi: il viaggio di Gesù e il viaggio della nostra vita”. Gesù ha vissuto per noi, in nostro favore. Ecco che cosa ha animato il suo viaggio nel mondo prima di tornare al Padre.

La nostra vita, non solo a livello personale, ma come società, non sempre è vissuta per e con gli altri. Piuttosto è segnata dall’egoismo. E allora, ripete il papa “dobbiamo chiederci: come ci troverà il Signore quando tornerà? Come mi presenterò io all’appuntamento con Lui? Quale la strada che percorriamo? Quella delle mani aperte verso gli altri, per donare e per donarci, o quella delle mani chiuse per avere di più e custodire soltanto noi stessi?. Infatti compete alla libertà di ognuno “moltiplicare quanto abbiamo ricevuto, facendo della vita un’offerta d’amore per gli altri, oppure possiamo vivere bloccati da una falsa immagine di Dio e per paura nascondere sotto terra il tesoro che abbiamo ricevuto, pensando solo a noi stessi, senza appassionarci a niente se non ai nostri comodi e interessi, senza impegnarci”. Di qui la domanda: “Io, rischio, nella mia vita? Io rischio con la forza della mia fede? Io come cristiana, come cristiano, so rischiare o mi chiudo in me stesso per paura o per pusillanimità?”.

La parabola dei talenti resta un monito anche nella Giornata Mondiale dei Poveri per verificare con quale spirito stiamo affrontando il viaggio della vita. Se non moltiplichiamo l’amore attorno a noi, la vita si spegne nelle tenebrese non mettiamo in circolo i talenti ricevuti, l’esistenza finisce sottoterra, cioè è come se fossimo già morti Fratelli e sorelle, quanti cristiani sotterrati! Quanti cristiani vivono la fede come se vivessero sotto terra!”. A questo punto dell’esame, Francesco piazza un appello forte a girare pagina sulla povertà e sui poveri. “Pensiamo allora alle tante povertà materiali, alle povertà culturali, alle povertà spirituali del nostro mondo; pensiamo alle esistenze ferite che abitano le nostre città, ai poveri diventati invisibili, il cui grido di dolore viene soffocato dall’indifferenza generale di una società indaffarata e distratta… Quando pensiamo alla povertà, poi, non dobbiamo dimenticare il pudore: la povertà è pudica, si nasconde. Dobbiamo noi andare a cercarla, con coraggio. Pensiamo a quanti sono oppressi, affaticati, emarginati, alle vittime delle guerre e a coloro che lasciano la loro terra rischiando la vita; a coloro che sono senza pane, senza lavoro e senza speranza. Tante povertà quotidiane. E non sono una, due o tre: sono una moltitudine. I poveri sono una moltitudine. E pensando a questa immensa moltitudine di poveri, il messaggio del Vangelo è chiaro: non sotterriamo i beni del Signore! Mettiamo in circolo la carità, condividiamo il nostro pane, moltiplichiamo l’amore! La povertà è uno scandalo. La povertà è uno scandalo. Quando il Signore tornerà ce ne chiederà conto e – come scrive sant’Ambrogio – ci dirà: «Perché avete tollerato che tanti poveri morissero di fame, quando possedevate oro con il quale procurarvi cibo da dare a loro? Perché tanti schiavi sono stati venduti e maltrattati dai nemici, senza che nessuno si sia dato da fare per riscattarli?».

Al termine della messa il papa si è fermato a salutare una rappresentanza di poveri partecipi alla celebrazione e posta in prima fila dopo i celebranti. L’Angelus è stato una fotopia dell’omelia. Fidarsi di Dio perché è un padre buono, vincere la paura e attivarsi per rendere fruttosi i doni ricevuti. “La fiducia libera, la paura paralizza. Dio gioisce vedendo i suoi figli che non lo temono, ma lo amano”. E alla fiducia ha fatto ricorso lui stesso rilanciando nel dopo Angelus un appello vibrante per la pace in Ucraina, Terra Santa e Myanmar.  “Rinnovo la mia vicinanza alla cara popolazione del Myanmar, che purtroppo continua a soffrire a causa di violenze e soprusi. Prego perché non si scoraggi e confidi sempre nell’aiuto del Signore. E, fratelli e sorelle, continuiamo a pregare per la martoriata Ucraina – vedo le bandiere qui – e per le popolazioni di Palestina e Israele. La pace è possibile. Ci vuole buona volontà. La pace è possibile. Non rassegniamoci alla guerra! E non dimentichiamo che la guerra sempre, sempre, sempre è una sconfitta. Soltanto guadagnano i fabbricanti di armi. 

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
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