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Francesco: per l’Italia più nascite più figli. La serrata critica alla religione dell’avere

Concludendo il 27° Congresso Eucaristico nazionale a Matera il papa sollecita la Chiesa a essere una fraternità attenta ai poveri Lazzari, i capi delle nazioni a volontà di pace per l’Ucraina, dignità per immigrati

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Papa Francesco (Ansa)
Papa Francesco (Ansa)

“Io oserei oggi chiedere per l’Italia: più nascite, più figli”. Lo ha detto Francesco a conclusione del 27° Congresso eucaristico nazionale sottolineando all’Angelus i più urgenti bisogni del mondo. La recita della preghiera mariana nello stadio comunale di Matera a sigillo dei tre giorni dedicati dalla Chiesa italiana ad approfondire il senso dell’Eucaristia nel tempo presente è stata una concreta applicazione del senso della parabola evangelica del povero Lazzaro e del ricco epulone della messa concelebrata dal papa con più di 150 vescovi italiani e con il loro presidente Matteo Zuppi. “Maria, Regina della Pace, - l’appello del papa - conforti il martoriato popolo ucraino e ottenga ai capi delle Nazioni la forza di volontà per trovare subito iniziative efficaci che conducano alla fine della guerra”. E poi il pensiero al “Myanmar. Da più di due anni – ricorda Francesco - quel nobile Paese è martoriato da gravi scontri armati e violenze, che hanno causato tante vittime e sfollati. Questa settimana mi è giunto il grido di dolore per la morte di bambini in una scuola bombardata. Si vede che è la moda, bombardare le scuole, oggi, nel mondo! Che il grido di questi piccoli non resti inascoltato! Queste tragedie non devono avvenire!”.

Nella Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato che la Chiesa celebra oggi non poteva mancare la parola del papa dei migranti quale Francesco è stato dall’inizio del suo pontificato. Il futuro occorre costruirlo con i migranti secondo il disegno di Dio. “Un futuro – la richiesta di Francesco - in cui ogni persona trovi il suo posto e sia rispettata; in cui i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta possano vivere in pace e con dignità. Perché il Regno di Dio si realizza con loro, senza esclusi. È anche grazie a questi fratelli e sorelle che le comunità possono crescere a livello sociale, economico, culturale e spirituale; e la condivisione di diverse tradizioni arricchisce il Popolo di Dio. Impegniamoci tutti a costruire un futuro più inclusivo e fraterno! I migranti vanno accolti, accompagnati, promossi e integrati”.

Ma rilevante è stata l’omelia nella quale il papa ha riproposto una serrata critica alla religione dell’avere. Ha posto così un nuovo tassello per una Chiesa sappia fare i conti con la ricchezza e la povertà nello spirito della parabola evangelica di Lazzaro e del ricco che adombra un tema sempre attuale: scegliere tra l’essere e l’avere, tra la religione dell’apparire e la religione della giustizia, della condivisione e dell’amore. Questa parabola “è ancora storia dei nostri giorni: le ingiustizie, le disparità, le risorse della terra distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti nei confronti dei deboli, l’indifferenza verso il grido dei poveri, l’abisso che ogni giorno scaviamo generando emarginazione, non possono – tutte queste cose – lasciarci indifferenti. E allora oggi, insieme, riconosciamo che l’Eucaristia è profezia di un mondo nuovo, è la presenza di Gesù che ci chiede di impegnarci perché accada un’effettiva conversione: conversione dall’indifferenza alla compassione, conversione dallo spreco alla condivisione, conversione dall’egoismo all’amore, conversione dall’individualismo alla fraternità”. Secondo Francesco è tempo di scelta tra una Chiesa che pensa a sé e una Chiesa fraterna che si cura dei poveri e di Dio che nell’eucaristia è rimasto compagno dell’umanità.  Com’è triste – riflette il papa - anche oggi questa realtà, quando “confondiamo quello che siamo con quello che abbiamo, quando giudichiamo le persone dalla ricchezza che hanno, dai titoli che esibiscono, dai ruoli che ricoprono o dalla marca del vestito che indossano.

È la religione dell’avere e dell’apparire, che spesso domina la scena di questo mondo, ma alla fine ci lascia a mani vuote: sempre. A questo ricco del Vangelo, infatti, non è rimasto neanche il nome. Non è più nessuno. Al contrario, il povero ha un nome, Lazzaro, che significa “Dio aiuta”.  Ecco dunque il senso dell’appello di Francesco ai cattolici: “Fratelli e sorelle, sogniamo. Sogniamo una Chiesa così: una Chiesa eucaristica. Fatta di donne e uomini che si spezzano come pane per tutti coloro che masticano la solitudine e la povertà, per coloro che sono affamati di tenerezza e di compassione, per coloro la cui vita si sta sbriciolando perché è venuto a mancare il lievito buono della speranza. Una Chiesa che sa piegarsi con compassione e tenerezza dinanzi alle ferite di chi soffre, sollevando i poveri, asciugando le lacrime di chi soffre, facendosi pane di speranza e di gioia per tutti. Perché non c’è un vero culto eucaristico senza compassione per i tanti “Lazzaro” che anche oggi ci camminano accanto”.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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