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Appello di Francesco per la dignità rifugiati afghani e un augurio anche per il Capodanno ebraico

Nell’Angelus dedicato all’ascolto degli altri il papa richiama l’importanza di saper leggere e ascoltare il Vangelo per una vita cristiana coerente

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Papa Francesco (Ansa)
Papa Francesco (Ansa)

Continua l’emergenza afghana. Lo ricorda papa Francesco in un appello conclusivo dell’Angelus per chiedere accoglienza, assistenza, protezione per i rifugiati afghani, dignità e pace per tutti gli afghani in patria e fuori. Forte valore simbolico di questo appello per sollecitare ascolto verso i bisogni di un popolo provato, posto al termine di una spiegazione del Vangelo dedicato all’ascolto di coloro che hanno bisogno. Il papa ricorda che la società in generale e le persone in particolare devono apprendere a privilegiare l’ascolto degli altri per rispondere puntualmente e non distrattamente alle loro richieste di aiuto. Ormai dalla canicola di agosto, quando i talebani erano tornati padroni del campo e le forze occidentali si disponevano ad evacuare i loro collaboratori durante i venti anni di occupazione, Francesco si è posto in ascolto dei bisogni del popolo afghano, proponendo alla politica internazionale piste di un percorso di guarigione di questa traumatica vicenda che in Afghanistan, ma anche nei Paesi occidentali, ha lasciato ferite profonde e polemiche divisorie.

“In questi momenti concitati che vedono gli afghani cercare rifugio, - ha specificato Francesco - prego per i più vulnerabili tra loro. Prego che molti Paesi accolgano e proteggano quanti cercano una nuova vita. Prego anche per gli sfollati interni, affinché abbiano l’assistenza e la protezione necessarie. Possano i giovani afghani ricevere l’istruzione, bene essenziale per lo sviluppo umano. E possano tutti gli afghani, sia in patria, sia in transito, sia nei Paesi di accoglienza, vivere con dignità, in pace e fraternità coi loro vicini”. Nella sostanza il papa sollecita i vari governi a elaborare politiche non improvvisate e transitorie per i rifugiati ma un disegno organico e solidale cui attenersi perché sia frutto di un ascolto accurato dei profughi. Ma l’ascolto del papa è andato oltre l’Afghanistan, ricordando anche il Capodanno dei “fratelli e sorelle” ebrei, le vittime del recente uragano negli Stati Uniti e la gente che incontrerà a metà mese a Budapest e nella Slovacchia che, con la testimonianza cristiana negli anni difficili della dittatura, sono un invito all’Europa  perché  testimoni ancora con coerenza l’annuncio del Vangelo.

Per apprendere l’importanza dell’ascolto richiesto da Dio, il papa ha ribadito il suo ricorrente invito a portare sempre in tasca un piccolo testo del Vangelo da leggere un po’ al giorno. Permanente infatti è il suo insegnamento. A proposito della guarigione operata da Gesù di una persona sordomuta narrata dal Vangelo domenicale, Francesco ha spiegato perché Gesù “prende in disparte il sordomuto gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua, quindi guarda verso il cielo, sospira e dice: «Effatà», cioè «Apriti!”.

Gesù fa tutti questi gesti “forse perché la condizione di quella persona ha una particolare valenza simbolica. Essere sordomuti è una malattia, ma è anche un simbolo. E questo simbolo ha qualcosa da dire a tutti noi. Di che cosa si tratta? Si tratta della sordità. Quell’uomo non riusciva a parlare perché non poteva sentire. Gesù, infatti, per risanare la causa del suo malessere, gli pone anzitutto le dita negli orecchi, poi alla bocca, ma prima negli orecchi. Tutti abbiamo gli orecchi, ma tante volte non riusciamo ad ascoltare. C’è infatti una sordità interiore, che oggi possiamo chiedere a Gesù di toccare e risanare. E quella sordità interiore è peggiore di quella fisica, perché è la sordità del cuore. Presi dalla fretta, da mille cose da dire e da fare, non troviamo il tempo per fermarci ad ascoltare chi ci parla. Rischiamo di diventare impermeabili a tutto e di non dare spazio a chi ha bisogno di ascolto… Questo è per tutti noi, ma in modo speciale per i preti, per i sacerdoti. Il sacerdote deve ascoltare la gente, non andare di fretta, ascoltare…, e vedere come può aiutare, ma dopo avere sentito. E tutti noi: prima ascoltare, poi rispondere”. Anzitutto in famiglia. “Quante volte si parla senza prima ascoltare, ripetendo i propri ritornelli sempre uguali! Incapaci di ascolto, diciamo sempre le solite cose, o non lasciamo che l’altro finisca di parlare, di esprimersi, e noi lo interrompiamo. La rinascita di un dialogo, spesso, passa non dalle parole, ma dal silenzio, dal non impuntarsi, dal ricominciare con pazienza ad ascoltare l’altro, ascoltare le sue fatiche, quello che porta dentro. La guarigione del cuore comincia dall’ascolto. Ascoltare. E questo risana il cuore. Siamo cristiani ma magari, tra le migliaia di parole che sentiamo ogni giorno, non troviamo qualche secondo per far risuonare in noi poche parole del Vangelo… Ecco la medicina: ogni giorno un po’ di silenzio e di ascolto, qualche parola inutile in meno e qualche Parola di Dio in più”. E’ Lui che ci rende capaci di un cuore attento e paziente verso gli altri.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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