Senso di una preghiera suggestiva. Nella pandemia l’uomo in più di Francesco

Resterà nella memoria storica di chi l’ha vista la scena del papa che dal sagrato della basilica vaticana sul calar della sera, in una piazza vuota, battuta dalla pioggia propone una via di uscita dalla paura

Senso di una preghiera suggestiva. Nella pandemia l’uomo in più di Francesco

Per uscire dalla pandemia Francesco ha indicato l’uomo in più a cui rivolgersi nell’angoscia del naufragio presente. E’ Gesù del Vangelo che ora sembra dormire sulla nostra barca che affonda e perciò dobbiamo risvegliare nella nostra vita. Ma gridare a Dio mentre ci sentiamo perduti perché ci salvi dalla tempesta e dal buio della notte, sarà efficace se si diventa uomini nuovi, ossia coscienti di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili, tutti chiamati a remare insieme perché nessuno è autosufficiente. Il messaggio del papa è chiaro: da questa epidemia deve uscire un uomo rinnovato, capace di solidarietà, meno egoista. Dunque pari fiducia nella scienza e fiducia nell’uomo solidale; a questa figura umana, incarnata ora dai medici, infermieri, agli incaricati dei servizi essenziali per vivere si deve molto. La stessa scienza deve a uomini generosi i suoi risultati. E’ proprio di Dio – spiega Francesco - l’obiettivo di una umanità solidale, capace di condividere tra tutti le possibilità di una vita migliore e fare fronte comune verso il male.

Il Papa che prega e parla nella solitudine desolata della piazza più famosa del mondo, da momento di preghiera nel miracolo dell’immagine e della parola si è trasformato nel messaggio di speranza per un mondo nuovo. E’ stato capace di rappresentare la parte migliore che ogni uomo porta in sé, incoraggiando tutti, credenti e non credenti a voltare pagina. Delle 1450 parole della sua omelia, solo dieci le righe per descrivere l’attuale pandemia che sembra volgere a tragedia in tanti Paesi. Il resto dedicato a comunicare la via per uscirne con minori perdite possibile: riaprire il dialogo tra l’uomo e Dio; chiarire i contenuti essenziali di questo dialogo. Un parlarsi necessario tra un uomo fragile e un Dio che non lo lascia, ma gli chiede di uscire dal proprio egoismo. Nell’orizzonte di papa Francesco c’è un uomo e un mondo che respirano solidarietà. E una fede che non annuncia se stessa e non insegue miracolismi. Trova però senso nell’annuncio e nella testimonianza di un Dio che è amore.

Francesco propone la lettura di questo momento della storia partendo dall’ascolto di un episodio del Vangelo che racconta la tremenda esperienza dei discepoli salvati da Gesù dalla tempesta del lago mentre stanno per affondare. Un evento accaduto sul far della sera.

“Da settimane – riflette il Papa descrivendo il contesto del suo parlare in uno scenario tanto inconsueto - sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» , così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”.

In questo racconto è racchiusa l’immagine in cui si ritrova la gente del mondo colpita dalla pandemia.

È facile – osserva Francesco -  ritrovarsi in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» .

Intorno a questa domanda si è aperto nella Chiesa cattolica, anche in Italia, un cantiere di riflessione accanto a una infinita serie di iniziative piccole e grandi di solidarietà. Interessanti si stanno rivelando anche proposte che sul web vengono offerte alla riflessione comune. E non si tratta del chiacchiericcio sui social. Ma di un contributo di riflessione su tematiche vitali per la fede. Ci si chiede dalla gente comune ma anche da vescovi, preti, teologi che significa essere cristiani oggi e come raccontare la fede e la vita cristiana. Dopo le disposizioni governative di chiudere le chiese, viene coinvolta ormai anche la parte più sacra, la liturgia che il concilio Vaticano II ha definito “culmine e fonte” della vita della Chiesa. Il suo tesoro più prezioso.

Anche i riti, rinnovati dal concilio, e per la prima volta separati dalla vita a motivo precauzionale per la salute pubblica, sono piste di riflessione per i cattolici, laici compresi. Tra gi altri, un esempio di ripensamento non estemporaneo è stata offerta dall’editrice Queriniana in una edizione digitale gratuita della Rivista di Pastorale Liturgica, un mensile tra i più autorevoli sussidi in materia.

È un primo tentativo – avverte l’editore - di raccogliere in forma non ancora ordinata, ma corale, una riflessione su ciò che sta avvenendo della liturgia in questi tempi inediti di "clausura" forzata.

Questa è infatti una Quaresima povera, poverissima di riti, di contatti, di sicurezze. Ma forse è la più provocante Quaresima del post-moderno, in Italia. Siamo dentro, per certi versi, ad un grande e drammatico esperimento culturale, un evento epocale, dopo il quale diverse dimensioni verosimilmente non torneranno più come prima. Tutto ciò che si è "spostato" sul web saprà tornare in chiesa? Quale liturgia, - ci si chiede - quale Chiesa sta allora emergendo?

Lo stesso Francesco con il ricorso al web, allo streaming accompagna questa ricerca. Senza farlo da dottore della legge, ma stando dalla parte del popolo che è chiamato a servire. La liturgia, ripete con l’esempio,  resta una cosa viva se la preghiera si trasforma in vita, in servizio. Ne ha dato prova anche questa mattina nella messa, rivolgendo il suo pensiero a quanti iniziano a subire le conseguenze economiche di questa crisi sanitaria.

“In questi giorni, in alcune parti del mondo, si sono evidenziate alcune conseguenze  della pandemia; una di quelle è la fame. Si incomincia a vedere gente che ha fame, perché non può lavorare, non aveva un lavoro fisso, e per tante circostanze. Incominciamo già a vedere il “dopo”, che verrà più tardi ma incomincia adesso. Preghiamo per le famiglie che incominciano a sentire il bisogno a causa della pandemia”. E nell’omelia ha ribadito a modo suo che chi celebra i misteri sacri, come i sacerdoti, non può costituire una classe privilegiata, clericale che non si sporca le mani con i poveri e la gente comune. Francesco è convinto che “il problema delle élite, dei chierici di élite come i farisei che criticavano Gesù, è che avevano perso la memoria della propria appartenenza al popolo di Dio; si sono sofisticati, sono passati a un’altra classe sociale, si sentono dirigenti. E’ il clericalismo questo, che già si dava lì. Ma come mai – ho sentito in questi giorni – come mai queste suore, questi sacerdoti che sono sani vanno dai poveri a dare loro da mangiare, e possono prendere il coronavirus? Ma dica alla madre superiora che non lasci uscire le suore, dica al vescovo che non lasci uscire i sacerdoti! Loro sono per i sacramenti! Ma a dare da mangiare, che provveda il governo!”. Di questo si parla in questi giorni: lo stesso argomento. “È gente di seconda classe: noi siamo la classe dirigente, non dobbiamo sporcarci le mani con i poveri”.