[L’analisi] Il padre della Boschi scortato, incappucciato e braccato sotto casa mentre butta l’immondizia. La deriva pericolosa

Era uscito solo per buttare via l’immondizia: in quei pochi minuti, un cronista l’ha tempestato di domande, mentre lui si avviava incappucciato verso i bidoni dei rifiuti. Senza dire una parola. Quindi non c’era la notizia. Non c’era niente. C’era solo la scena. Ma adesso è quello che conta. Lo spettacolo prima dell’informazione

A guardarla oggi, da una poltrona, la notizia - qualsiasi notizia - non ha perso solo la sua sacralità. Sta perdendo anche i suoi servi. Che eravamo noi. Non è un caso che oggi quasi tutte le trasmissioni tv prima o poi mandino in onda, senza tagli, i servizi di qualche giornalista che insegue un imputato, un politico, un calciatore, o un malvivente, chiunque sia, che non vuole parlare e non dice niente: lo riempie di domande, lo spinge, lo assale, e quello nemmeno una parola.

E’ successo l’altro giorno con il padre di Maria Elena Boschi, appena indagato per la Banca Etruria, che se ne stava barricato dentro la casa circondata dai carabinieri. con le volanti che passavano a ogni pié sospinto, ed era uscito solo per buttare via l’immondizia: in quei pochi minuti, un cronista l’ha tempestato di domande, mentre lui si avviava incappucciato verso i bidoni dei rifiuti. Senza dire una parola. Quindi non c’era la notizia. Non c’era niente. C’era solo la scena. Ma adesso è quello che conta. Lo spettacolo prima dell’informazione.

Non ha una data precisa questa rivoluzione dentro la notizia, questo cambiamento epocale. Ha trasformato la televisione, e l’esempio più eclatante è quello delle Iene, che conservano ancora reportage di spessore dentro a un contenuto, però, che si è arricchito sempre di più, purtroppo, di fake news e di campagne sbagliate, come quella per Davide Vannoni. Sta ancora peggio la carta stampata, che secondo gli americani dovrebbe addirittura chiudere i battenti tra il 2025 e il 2028, ancora dieci anni circa. La morte dei giornali è la morte della notizia. Nel senso, che arrivano il giorno dopo, quando la notizia è già stata ormai bruciata, se non persino superata: l’esempio più eclatante è quello del golpe in Turchia, fallito alle due di notte, a rotative già chiuse.

I quotidiani uscirono con il titolo sul colpo di stato, mentre da parecchie ore il web e tutte le televisioni raccontavano già un’altra storia. Ma la rete non ha ucciso solo i giornali. Ha piallato qualsiasi autorevolezza. Chiunque può dire la sua, e ho lo stesso valore di quello che viene detto da una persona di fama o di prestigio, proprio come in quei bar fumosi dove parlano tutti, anche i più ubriachi. Per carità, non stiamo a disquisire se sia giusto o sbagliato. E’ così, e basta. I giornali erano la vetrina di quei sacerdoti riconosciuti dal tempio. Anche loro adesso non hanno più senso.

Il mondo orizzontale dei social non ha soltanto destrutturato la piramide anche un po’ esclusiva dell’informazione, ma ne ha soprattutto delegittimato la credibilità. Agli inizi, l’Ordine se la prendeva un po’ pomposamente con i conduttori di trasmissioni tv che intervistavano gli ospiti, come se questa dovesse essere solo una prerogativa dei giornalisti. Adesso che non ha ancorsa perso quest’abitudine, resta impotente di fronte al dilagare di siti e cialtroni vari che diffondono notizie false, anche pericolose. Ma nell’epoca dell’informatica contano i numeri. E mentre i giornali perdono copie il web ha cifre da capogiro: ogni minuto piovono like su 2,43 milioni di foto su Instagram e vengono tradotte 69 milioni e mezzo di parole su Google. Tutto questo senza contare facebook e twitter.

Il problema è un altro. E’ che ora come ora il web è quasi senza controllo. E gli altri, anziché correggerne le storpiature, hanno cominciato a inseguirlo. E’ quello che è successo alle Iene, ad esempio. Ma non solo. L’esempio più lampante è quello delle fake news. Le bufale sono sempre esistite. Quello che è cambiato adesso è che la tecnologia e la comunicazione digitale permettono a queste notizie di diffondersi più velocemente, prendendo di mira persone o gruppi mirati, anche grazie a un mancato controllo delle fonti e a una professionalità più scadente.

Secondo Aidan White, direttore dell’Ethical Journalism Network, «ora più che mai i giornalisti sono i custodi dell’informazione affidabile. Dovrebbero prestare maggiore attenzione e verificare sempre le fonti da cui prendono le notizie». E invece no. Perché un’altra caratteristica che ha imposto il web è quella della velocità,della comunicazione immediata in tempo reale. Non è che più vellocità voglia dire sempre meno approfondimento. Però, un po’ sì. Ma soprattutto il vero problema è che essendo cambiato così tanto il mondo dell’informazione, Facebook è in pratica diventato un editore, un Grande Editore, e dovrebbe assumersi le responabilità di questo ruolo. Ha appena aumentato le persone che dovrebbero controllare le fake news, da 3mila a 7500, più del doppio: restano una inezia, uno ogni 250mila utenti.

Il risultato è che sempre più spesso le fake news si mischiano e si confondono con le notizie vere. L’ultima è di oggi, sul maltempo. Un comunicato della Protezione civile informava che a Massa le scuole domani sarebbero state chiuse per la pioggia. Ha dovuto intervenire la vera Protezione Civile per smentirla. Mala caretteristica principale di queste bufale è la cattiveria. Parlano male di una persona o di un gruppo. Così Matteo Renzi è stato fotografato alla Lamborghini su un macchinone con stefano Domenicali, e sul web si è diffusa la notizia che l’auto fosse sua. Non era vero. Un’altra volta è girato un post che diceva: «Ecco cosa faceva Maria Elena Boschi qualche anno fa» sotto la foto di un’attrice porno che le assomigliava soltanto, Zoe Vialet. Mara Venier sul web è stata data per morta. Di Beyoncé, ritratta col pancione, in cinta dei suoi gemelli Sir e Rumi, era stato detto che era finto e avesse fatto ricorso a un utero in affitto.

«Luciana, la sorella di Laura Boldrini, guadagna miliardi»: ma purtroppo per lei era una balla. E via così. Gabriella Jacomella, autrice de «Il falso e il vero», manuale antibufale, spiega che «c’è chi si inventa notizie di sana pianta per avvalorare una visione politica o ideologica, ma c’è anche chi diffonde in buona fede notizie che crede utili e che invece possono essere pericolose». Il gossip, la salute, la politica, tutto finisce in questo tritacarne. E a ciò bisogna aggiungere la nuova moda del giornalismo spettacolo, che rende ancora più complesso il quadro. Tanto per cominciare, negli show non esistono innocenti. E’ davvero un brutto mondo quello che ci viene addosso. E il servizio sul padre della Boschi è in questo senso abbastanza emblematico. Lui, indagato per la banca Etruria, così incappucciato non ci fa certo una bella figura. Ma che ci fanno tutti quei carabinieri a sorvegliare la casa? E il cronista ha ottenuto quello che voleva? Cercava risposte o solo una bella scena?