[L’inchiesta] L’omicidio Mattarella, il terrorista nero in terra di mafia e le prove dimenticate

Rispunta la “pista nera” già bocciata dai giudici e dal pentito Buscetta. Ma un dossier dell'Antimafia di 30 anni fa fu gravemente ignorato. Sulla presenza di Fioravanti a Palermo, in un territorio di Cosa Nostra, si innescano i sospetti

Il presidente Sandro Pertini con Piersanti Mattarella
Il presidente Sandro Pertini con Piersanti Mattarella

La Dda di Palermo ha avviato nuovi accertamenti sull'omicidio di Piersanti Mattarella, l'ex presidente della Regione siciliana e fratello del Capo dello Stato Sergio, assassinato nel giorno dell'Epifania nel 1980 a Palermo da sicari rimasti senza nome. I nuovi approfondimenti prendono spunto da una targa automobilistica e riaprono la pista 'nera' già seguita da Giovanni Falcone. Il processo contro Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, accusati di essere i killer, finì con un'assoluzione. A “insabbiare” la “pista nera” arrivò poi Tommaso Buscetta: il grande pentito di Cosa Nostra spiegò che no, assolutamente, non c'era ragione di subappaltare l'agguato. I corleonesi i delitti eccellenti se li facevano in proprio.

Quel dossier del 1989

Ci sono tutti gli elementi del cold case: i materiali di accusa erano già presenti in un dossier elaborato nel 1989 per l'Alto Commissariato Antimafia da un pm romano, esperto di terrorismo nero, Loris D'Ambrosio ed erano stati rilanciati nel 2014, nel libro "Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia", dal giornalista Giovanni Grasso, attuale portavoce del Capo dello Stato per poi essere elaborato in una più complessa “narrazione” elaborata del parlamentare dem e presidente dell'Associazione delle Vittime della Strage di Bologna, Paolo Bolognesi. Il report D'Ambrosio fu infatti inserito in un corposo dossier presentato alla procura di Bologna per richiedere l'apertura delle indagini sui mandanti. La pista parte dal ritrovamento in un covo dei Nar a Torino, nell'ottobre 1982, di due spezzoni di targhe, che, integrandosi con quelli usati per l'auto della fuga dei killer di Palermo, secondo i familiari delle vittime “collegano come mandanti del delitto Mattarella e della strage di Bologna la P2 e spezzoni deviati dei servizi".

Un bizzarro collage di targhe

In un appartamento di via Monte Asolone, i carabinieri trovarono due targhe tagliate. Un primo spezzone aveva la sigla "PA" (come Palermo) e il secondo "PA 563091". Sono gli stessi numeri, ma composti diversamente, rimasti agli assassini di Piersanti Mattarella, che avevano assemblato due targhe per camuffare l'auto usata per l'agguato: "PA 536623" della Fiat 127 rubata il giorno prima e "PA 540916" di una Fiat 124 dando vita a una terza targa “pulita”: "PA 546623". Da questo bricolage avanzavano due spezzoni "PA 53” e “0916". A Torino i carabinieri trovarono nel covo 'nero': "PA563091". Come se l'ultimo numero, il 6, fosse stato spostato di posizione e inserito subito dopo il 5 iniziale. Una coincidenza assai rara, osservò allora D'Ambrosio, anche se i collegamenti tra i presunti killer di Palermo e il nucleo torinese dei Nar sono abbastanza labili. A differenza delle Brigate Rosse e delle altre organizzazioni armate dell'estrema sinistra, che hanno strutture fortemente unitarie e gerarchizzate, i Nuclei armati rivoluzionari si caratterizzano per la mancanza di un qualsiasi livello di centralizzazione. Nell'arco dei 5 anni in cui hanno consumato la loro parabola di fuoco e di sangue, infatti, sono stati attivi diversi commando indipendenti dei Nar, spesso divisi da aspre contrapposizioni.

Fabrizio Zani: da ordine nero ai Nar

Quando Mattarella è ucciso a Palermo il capo della banda torinese, Fabrizio Zani, che a via Monte Asolone vive con la sua compagna, è detenuto da mesi per un fallito attentato al sindaco di Roma Giulio Argan. Il milanese Zani, un livornese trapiantato a Milano, ha qualche anno in più dei ragazzini romani. Ha fatto a tempo a essere arrestato nel 1974 per Ordine nero e da quella esperienza ha maturato un'autentica ossessione contro i servizi segreti: è infatti convinto che tutti i leader della destra extraparlamentare, da Stefano Delle Chiaie a Paolo Signorelli sono usati come agenti di controllo delle vitali energie dei giovani nazionalrivoluzionari. Teorizza, perciò, contro tutte le organizzazioni, il più spinto spontaneismo armato.


I Nar di Torino nascono dopo che Fioravanti è stato arrestato a Padova nel febbraio del 1981, in seguito a un conflitto a fuoco in cui hanno perso la vita due carabinieri. “E' proprio l'arresto di Fioravanti, personaggio assai inviso e mal considerato nell'ambiente – spiegherà Roberto Nistri, l'altro leader della frazione dei Nar che faceva capo a Zani – che ha permesso ad alcuni giovani di Terza posizione, già impegnati nell'aiuto ai latitanti e ai clandestini, di varcare il Rubicone, passando anche loro alla lotta armata. Prima non sarebbe stato possibile per i conti aperti con Fioravanti”.

Che ci fa Fioravanti a Palermo?

A dividere il “capo dei Nar” e il più noto gruppo extraparlamentare dell'epoca è, infatti, un odio feroce e ben motivato: perché Valerio Fioravanti nel settembre 1980 ha ucciso il leader palermitano di Terza Posizione, Francesco Mangiameli. Un delitto maturato nel clima paranoico innescato dalla strage di Bologna e per cui sono stati dati diversi e flebili moventi, tanto che alla fine quello più comunemente accettato (per tappargli la bocca proprio sulla strage) è il più improbabile. Eppure era stato proprio Mangiameli, nel novembre 1979, a chiamare Fioravanti a Palermo, riconosciuto in tutto l'ambiente lottarmatista come il miglior quadro militare, per organizzare l'evasione dal carcere del suo amico Pierluigi Concutelli, il “comandante” di Ordine nuovo condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Occorsio. Su quella presenza a Palermo, in un territorio ostile e capillarmente controllato da Cosa Nostra, si innescano i sospetti e le congetture che da 38 anni continuano ad alimentare una “pista nera” bocciata dai giudici e dal maggior esperto di cose di “Cosa Nostra”: secondo l'accusa, infatti, Fioravanti avrebbe pagato la libertà di movimento concessagli per i preparativi dell'evasione eseguendo l'omicidio eccellente.