Quarantaquattro contratti precari in due anni presso la stessa azienda: finisce in tribunale, l’incredibile odissea di una lavoratrice interinale

Un corteo di lavoratori precari
Un corteo di lavoratori precari

Se il lavoratore diventa una merce – la persona non il gesto - succede che si finisce col metterlo in magazzino, su uno scaffale, per prenderlo e posarlo a proprio piacimento, dimenticando che quella lì è una persona, non è un attrezzo, unisce tecnica ed emotività, è un corpo vivo, si permette perfino di sognare, quella merce lì, spudorata. La disumanizzazione del lavoro anticipa l’ingresso dei robot, e fa dell’uomo una macchina prima ancora di sostituirlo; pretende dall’uomo, quello che ottiene dalla macchina, non in termini di risultato ma di passività, di spostabilità, di usabilità, di gettabilità. E’ questa, in fondo, la degenerazione del precariato. Non l’inevitabile rischio di perdere il lavoro, che riguarda tutti in questo tempo breve, ma la strutturale mancanza di rispetto verso la persona.

Quarantaquattro contratti

La storia  che arriva da Fiorano, raccontata dalla Gazzetta di Modena, è emblematica. Una donna ha firmato quarantaquattro contratti di lavoro in due anni. La durata media del suo rapporto di lavoro è stata di poco più di quindici giorni. A pacchetti di due settimane, questa operaia di Modena, si è trascinata nella vita lavorando, un venerdì sì e uno no, come fosse l’ultimo. Settantasette le proroghe che ha ricevuto dentro gli stessi contratti. In un quadro di questo tipo, viene anche da ridere a considerarli contratti. Contratti di che? Con quali condizioni, diritti, opportunità? Fogli di carta straccia.

Nella stessa azienda

Ma c’è di più. I quarantaquattro contratti con settantasette proroghe sono arrivati dalla stessa azienda. Cioè, l’operaia non si è mai di fatto spostata dalla linea di lavoro, quella di una catena di montaggio di una ditta di piastrelle. Evidentemente, la fabbrica aveva bisogno di lei. Evidentemente, sul lavoro erano contenti di lei. Evidentemente, gli affari dell’azienda andavano bene, visto che lei veniva richiamata. Ma allora com’è possibile che a nessuno sia venuto in mente di assumerla e darle un po’ di respiro, di senso del possesso, di incastro nella vita?

Lavoro a chiamata

Il meccanismo escogitato è quello del lavoro interinale. La donna non è mai stata assunta dall’azienda per la quale lavorava ma da due agenzie di lavoro in affitto che la “somministravano” (questo l’orribile termine tecnico) alla fabbrica. Così, dal 4 maggio del 2010 al primo agosto del 2012, la donna viene prelevata dallo scaffale e poi riposta, poi ripresa, poi risposta. Come fosse una roncola.

Il gioco salta

A un certo punto, però, il gioco è saltato. E’ successo che la donna e un altro operaio abbiano litigato sulla linea di montaggio. Lei contestava a lui (meccanico del ciclo produttivo) un problema nelle macchine, con il risultato di produrre piastrelle difettose. I due sono finiti alla lite, parola dopo parola. Insulti, poi spinte. La donna si fa male: ematomi vari. Ci si aspetterebbe, a questo punto, quanto meno una parola solidale. Un gesto. Ma l’operaia, per tutta risposta, alla scadenza della settantasettesima proroga del suo quarantaquattresimo contratto, non viene più chiamata dall’agenzia interinale.  

Senza una spiegazione

Nessuno, ovviamente, le dà una spiegazione. Non c’è, in effetti, una spiegazione. La chiamata arriva oppure non arriva. Per lei niente più chiamata. Inevitabile legare l’improvviso stop alla lite in fabbrica. Chiunque avesse ragione, comunque fossero andati i fatti, per la donna non c’era più spazio. Tutto legale. Tutto regolare. Ecco perché – forse – l’azienda, invece di farle un contratto, di legarla a sé , di valorizzarla, spendendo anche meno, riconoscendo qualche diritto, qualche stabilità, aveva preferito “fittarla”, come si fa con un attrezzo. Per scaricarla meglio, all’occorrenza. Proprio come se quella persona, smettesse di esserlo.

La ribellione

Ma la donna, stavolta, si è ribellata. Nei romanzi fantascientifici di Philip Dick sono le macchine a ribellarsi all’uomo. Qui è la persona, trasformata in macchina, che ad un certo punto rialza la testa e dice, adesso vediamo. L’operaia porta tutte le carte in Tribunale. Mostra i contratti, le proroghe, la sua presenza sempre alla stessa linea e il giudice, alla fine di una lunga serie di udienze, non ha dubbi. Quello lì era un lavoro dipendente mascherato. Il Tribunale ordina l’immediata assunzione a tempo indeterminato della donna, contestualmente ad un risarcimento dei danni e al pagamento di vari stipendi arretrati.

La parola dignità

Secondo Valeria Vaccari, giudice della sezione Lavoro civile del Tribunale di Modena, non si può utilizzare la legge sul lavoro a somministrazione nel modo in cui è stata applicata da quell’azienda. Tutti quei contratti, tutte quelle proroghe, non sono legate ad esigenze straordinarie e occasionali per improvvisi incrementi produttivi (circostanza dell’interinale), ma sono invece correlati a una chiara definizione di lavoro duraturo, continuativo nel tempo, per il quale l’assunzione deve essere diretta.  Come si fa con le persone in carne e ossa, che anche quando lavorano così bene da meritare decine di riconferme, non sono utensili di ferro ma donne e uomini che al lavoro danno tutto e chiedono, in fondo, una cosa sola: dignità. Parola perduta.