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[L'intervista] La mafia non è più quella di Capaci e via d'Amelio: oggi veste in regimental e si butta in finanza

In Sicilia centinaia di mafiosi scarcerati di recente riprendono il controllo dei mandamenti. Ma Cosa Nostra oggi è soprattutto business internazionale, economia e appalti. A parlarne è Attilio Bolzoni, giornalista e autore del blog "Mafie" su Repubblica

Paola Pintusdi Paola Pintus   
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L'ultimo arresto è quello di Giacomo Lo Duca, 64 anni, imprenditore di Carini già finito dietro le sbarre nel 2011 nell'operazione 'Codice Rosso' con l'accusa di aver intrattenuto rapporti con esponenti della famiglia mafiosa dei Passalacqua. I pentiti lo indicano come un esattore del pizzo, un punto di raccordo del potere di controllo mafioso nel territorio. Per la Dia di Palermo non era un semplice "ingranaggio" del sistema: a provarne la "pericolosità sociale" l'ingente sequestro di beni, per oltre un milione di euro, seguito al suo arresto, lunedì. Pochi giorni fa invece, la procura del capoluogo siciliano aveva portato a segno un altro colpo, azzerando la rete del racket messa in piedi dal clan di Borgo Vecchio guidato da Elio Ganci: 17 persone sono finite in carcere, compreso un minorenne e lo stesso Ganci. "Cosa Nostra ha mutato pelle e diversificato i propri affari. La sua attivita' è indebolita dall'azione delle forze dell'ordine e della magistratura, ma rimane sempre viva ed impegnata nella ricerca quotidiana e ossessiva di denaro", aveva ammonito il comandante provinciale dei Carabinieri Antonio Di Stasio a commento dell'operazione. In effetti, chi conosce il territorio e la pervasività del fenomeno mafioso sa che non c'è da abbassare la guardia.

Sono tanti, e non da oggi, i segnali di allarme che preoccupano l'antimafia in Sicilia. Ne dà conto un'inchiesta di Salvo Palazzolo su Repubblica che racconta come tra vecchie guardie che ritornano e nuove leve cosa nostra palermitana si stia riorganizzando silenziosamente. Complice l'ondata di scarcerazioni che in poco tempo ha rimesso in libertà molti soggetti pericolosi, come segnalato già a luglio in un'informativa del Prefetto di Palermo Antonella de Miro alla Commissione Antimafia: sarebbero ben 307 i mafiosi usciti dal carcere negli ultimi 4 anni, di cui 134 solo a Palermo. Fra questi, nomi di spicco delle cosche che starebbero gradualmente riprendendo il controllo dei mandamenti nei quartieri Porta Nuova, Pagliarelli, Noce, Brancaccio, Acquasanta. Le vecchie guardie ritornano, assoldano nuovi quadri, consolidano alleanze e rapporti di potere. C'è poi chi non se n'è mai andato, pur mantenendo un atteggiamento più che defilato: come Gaetano Scotto, il boss dell'Arenella indagato per l'omicidio del poliziotto Nino Agostino; o come Giovanni Grizzaffi, nipote prediletto di Totò Riina, che dopo aver scontato 24 anni vive ora come un comune pensionato in un residence di Corleone. In realtà, come indicato dallo stesso Riina nelle intercettazioni dal carcere, sarebbe lui il detentore di almeno la metà dei beni e proprietà del clan corleonese.  Infine c'è Giuseppe Guttaduro, detto "U dutturi" per i suoi trascorsi da aiuto-primario al Civico di Palermo ed ora in esilio volontario a Roma. Fra tutti, forse il più attivo, introdotto nei giri "che contano" della Capitale ma sempre attento a coltivare le radici siciliane: sua e del figlio Francesco, imprenditore nel mercato ittico, l'iniziativa di una sfarzosa cena insieme al boss gelese Salvatore Rinzivillo, con cui progettavano di invadere i banchi del pesce siciliani con prodotti made in Marocco. Almeno fino a che l'operazione Extra Fines, condotta dalle procure di Caltanisetta e Roma non ha interrotto i piani dei boss, portando in carcere 40 persone, fra cui  Emanuele Catania, imprenditore del settore ittico affiliato alla famiglia Rinzivillo e punto di snodo del riciclaggio di denaro derivante da droga, raket e armi.  Rinzivillo però non è un mafioso qualsiasi: a sua volta introdotto nell'ambiente capitolino ed in contatto con personaggi contigui ai servizi segreti, avrebbe ricevuto alcune "spifferate" sulle indagini riguardanti il superlatitante Matteo Messina Denaro. Il quale è cognato di Filippo, fratello di "U dutturi". 

La piovra cambia pelle e non fa più rumore

"Attenzione però. A 25 anni dalle stragi la mafia è sempre la stessa ed è sempre diversa. E' questa la caratteristica della La mafia siciliana. Ha una incredibile capacità di mimetizzarsi e di stare al passo coi tempi". A parlare è Attilio Bolzoni, giornalista e autore del blog "Mafie" su Repubblica, che da più di trent'anni con libri ed inchieste si occupa del fenomeno della criminalità organizzata in Italia. "Parlando di mafia, oggi, non bisogna tanto pensare agli schemi dei mandamenti e all'occupazione militare dei territori", dice. "La mafia di Capaci e via Amelio è stata definitivamente sconfitta dallo Stato, che pur con momenti di intermittenza ha dimostrato che se l'apparato si mette in moto davvero la mafia soccombe. Il problema è che dopo c'è stato qualche ritardo nell'analisi del mutamento delle nuove mafie. La mafia militare, che sfida le istituzioni, rappresenta un'anomalia assoluta nel panorama di Cosa nostra in oltre 3 secoli di esistenza. La lotta allo Stato è stata una parentesi di 25 anni, introdotta dai Corleonesi. Non era mai successo prima, non è più successo dopo. Cosa nostra è tornata ad essere quella sempre: la mafia che non fa rumore, che non spara, che semmai cerca contiguità con il potere dei palazzi e non contrapposizione. Con una caratteristica in più: oggi la mafia ha indossato un vestito nuovo, è molto più pettinata, molto più politically correct".

Una mafia al passo coi tempi, che coglie le sfide della globalizzazione, stringe nuove alleanze, si internazionalizza, cerca nuovi business, frequenta i salotti buoni dell'imprenditoria e della finanza. E che, attraverso l'economia e la politica fa di tutto per sembrare presentabile. "La mafia ha sempre avuto rapporti con la politica e con l'imprenditoria", continua Bolzoni. "Un noto mafioso, Antonino Giufffrè, raccontava all'allora procuratore della repubblica a Palermo Pietro Grasso: "la politica per noi è come l'acqua per i pesci". Questa mafia nascosta, invisibile, in alcuni casi si è anche appropriata delle parole d'ordine dell'antimafia. Sono moltissimi i casi di arresto di esponenti delle associazioni antiracket che in realtà erano legati a Cosa Nostra".

"E' una mafia che se non la cerchi non la trovi" continua Bolzoni, "perchè cambia pelle velocemente: negli anni 50 la trovavi nel feudo, poi è passata ai mercati generali, ai cantieri edili. Di lì al mercato della droga, e poi al grande salto nel mondo della finanza. Sempre un passo avanti". In passato lo Stato è stato molto efficiente nella repressione giudiziaria e poliziesca, lo è meno nel decifrare i mutamenti di scenario e le nuove ramificazioni della piovra. Per Bolzoni bisogna essere vigili e attenti all'evoluzione del fenomeno mafioso, che ormai necessita di essere affrontato con strumenti nuovi, più raffinati. Uno di questi strumenti è il freschissimo accordo fra la Direzione nazionale Antimafia e l'Anac, l'Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, finalizzato allo scambio di banche dati e informazioni per potenziare il contrasto alle infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti pubblici. In base all’accordo, siglato anche alla luce delle nuove previsioni stabilite dal Codice antimafia, la DNA potrà accedere alle informazioni disponibili presso il Casellario delle Imprese e la Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici, gestite dall’ANAC, per svolgere approfondimenti sugli operatori economici vincitori di appalti e accertare eventuali collegamenti con organizzazione mafiose. L’ANAC, da parte sua, inoltrerà periodicamente alla DNA le informazioni rilevanti in suo possesso, comprese le comunicazioni ricevute dalle Procure della Repubblica attinenti inchieste per reati di corruzione e gli operatori economici segnalati dalle Direzioni distrettuali antimafia che non risultano aver denunciato richieste estorsive all'autorità giudiziaria.

"Accordi simili se ne fanno a centinaia", commenta Bolzoni. "Io credo che in fondo bastino delle buone leggi, e che in Italia le Procure funzionino. C'è da dire", osserva "che la spesa pubblica in Sicilia e Calabria si è ridotta molto". Il mercato degli appalti è ben più appetibile altrove: "Bisogna guardare da Roma in su, dato che nel silenzio e nell'indifferenza di pezzi delle istituzioni, per decenni si è dato modo alle mafie di infiltrarsi al centro e al Nord dello stivale. Ricordo la splendida relazione sull'infiltrazione della 'ndrangheta al nord fatta dal presidente della commissione Antimafia Forgione, due legislature fa. I primi ad attaccarlo furono, in modo bipartisan,  i sindaci di Torino e di Milano, Chiamparino e Moratti. Un anno dopo le inchieste della procura di Milano e Reggio Calabria svelavano la presenza di centinaia di affiliati e decine di "locali", cioè nuclei base dell'organizzazione criminale, insediati in tutto l'hinterland milanese".



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