[L'analisi] L'ambiguità di Malta e il fiume di soldi dietro il "no" ai migranti. E l'assenza dell'Ue che rafforza Salvini

Perché il piccolo Stato rifiuta sistematicamente i disperati del mare? L'Italia può a sua volta dire no? Chi guadagna e chi perde in un cinico gioco che vale milioni di euro

Il premier maltese Muscat, Salvini, migranti
Il premier maltese Muscat, Salvini, migranti
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

L'Aquarius al centro di un caso diplomatico internazionale porta a bordo 629 migranti di cui 123 minorenni soli, 11 bambini, sette donne incinte. Cibo e acqua ancora per 24 ore. Ulteriori motovedette con generi di prima necessità spediti dall'Italia e da Malta nelle ultime ore per dare un po' di sollievo alla nave in mezzo al mare. E una sola domanda: perché Malta può permettersi di dire no alle richieste di Sar (search and rescue, ricerca e messa in salvo in luogo sicuro) provenienti dai natanti pieni di disperati che passano a pochi chilometri dalle sue coste? In queste ore il ministro dell'Interno e vicepremier leghista, Matteo Salvini, ingaggia una battaglia con La Valletta per costringere il governo dell'isola a prendersi carico dei passeggeri dell'Aquarius. Chiudendo i porti italiani. Può farlo, in punta di leggi internazionali? Inoltre: perché migranti e profughi hanno terrore di venire sbarcati a Malta? Sono molte le questioni che il braccio di ferro politico in corso solleva. E che mettono in evidenza la cattiva coscienza di tutte le parti in causa, inscritta nell'ipocrisia europea. Vediamole in ordine. 

L'obbligo di soccorso

Nessuno può permettersi di lasciare disperati e moribondi in mezzo al mare. Lo sancisce, nel caso dell'Italia, l'articolo 2 della Costituzione e lo confermano le convenzioni internazionali (fra tutte, quella di Montego Bay) secondo cui gli Stati devono obbligare i comandanti delle loro navi a prestare soccorso e informare le autorità competenti. Ne consegue che non soccorrere naufraghi o passeggeri in emergenza in mare aperto viola gli articoli 1113 e 1158 del nostro Codice della navigazione. La Convenzione di Amburgo del 1979 ha regolato il servizio Sar (sigla che sta per ricerca e salvataggio) vincolando tutti gli Stati costieri a fare la loro parte e dividendo le acque per zone di competenza. L'Organizzazione marittima internazionale (Imo), nella conferenza di Valencia del 1997 ha stablito l'ampiezza delle zone marittime di competenza dei singoli stati costieri. All'Italia toccano circa 500 mila chilometri quadrati di mare, un quinto dell'intero Mediterraneo. Ed eccoci al grande pasticcio: alla firma degli accordi internazionali, Malta si prese il prestigio internazionale (e un fiume di soldi) nell'accettare di occuparsi dei salvataggi e recuperi in una fetta enorme di Mediterraneo. Cioè: 250 mila chilometri quadri di mare che vanno dalla Tunisia alla Grecia, da cui il piccolo Stato guadagna milioni di euro per i diritti di pesca, prospezione petrolifera e pattugliamento aereo. Ma finora il governo di La Valletta ha sostanzialmente sempre rimbalzato sull'Italia le proprie responsabilità, lasciando al nostro coordinamento le operazioni Sar (a cui Malta finora non ha aderito del tutto). E abituandosi a non rispondere, o a rispondere negativamente alle richieste di aiuto. Che in base agli accordi, vengono poi deviate sui responsabili italiani.

Portarli in luogo sicuro: cosa vuol dire?

Le convenzioni e gli accordi che regolano le operazioni di ricerca e soccorso marittimo (Sar) insistono sul concetto di "luogo sicuro" in cui condurre migranti e profughi. In base a tali accordi, è il comandante della nave che li ha a bordo (il suo giudizio è insindacabile) a decidere quale sia il porto più sicuro. Finora si è deciso che fosse Lampedusa (20 chilometri quadrati di estensione, contro i 316 di Malta) per quel che riguarda le imbarcazioni soccorse in quello spicchio di mare che sta fra le coste del Nordafrica, Malta e quelle meridionali italiane. Perché? La ragione è che Libia e Tunisia, che pure hanno aderito alla convenzione di Amburgo, non hanno dichiarato finora quale porzione di mare sia di loro competenza. Inoltre, dopo le recenti guerre e la caduta di Gheddafi, non c'è un governo in Libia. Il Paese è nelle mani di gruppi tribali che si combattono fra di loro. Ora che l'emergenza sbarchi riparte, il ministro dell'Interno Salvini dovrà trattare le condizioni (politiche ed economiche) di collaborazione tra Libia e Italia, come aveva fatto il predecessore Minniti, che fra le polemiche aveva ridotto sensibilmente i flussi. Dire semplicemente no all'accoglienza (anche se gli Stati nazionali hanno la facoltà di chiudere i porti) è un reato, ai sensi dei codici nazionali e di quelli internazionali, reato per cui si mettono a rischio finanziamenti Ue destinati al Sar e alle varie procedure di accoglienza. Dall'Ue l'Italia riceve 935,5 milioni di euro fino al 2020. In dettaglio: 38,2 milioni di euro per rafforzamento delle frontiere, servizi sanitari, mediazione linguistica e interculturale. Altri 2,5 milioni per il sostegno di minori non accompagnati, 16,7 milioni di euro al ministero della Difesa, 5,5 milioni di euro alla Guardia costiera. Ancora: 592,6 milioni di euro per i programmi nazionali compresi nell'Isf (Fondo sicurezza interna) e Amif (Fondo asilo, migrazione e integrazione). Inoltre: 280 milioni di euro per attività di inclusione e integrazione degli immigrati. Abbiamo a disposizione parte dei fondi Dci ed Eni erogati a favore dei Paesi Ue, in totale 34 miliardi fino al 2020. Il governo italiano dichiara di spenderne circa 5 milioni l'anno. Rifiutare i soccorsi significa esporsi a sanzioni internazionali. Ma se è chiaro perché la Libia non sia affatto considerata un "luogo sicuro" (e questo fa cadere lo slogan "aiutiamoli a casa loro" di Salvini) resta da spiegare perché Malta dica no e perché venga considerata un posto terribile per sbarcare disperati.

L'accoglienza da lager

Per completezza di informazione, va detto che Malta ospita sul suo suolo oltre 5000 migranti. E che le operazioni private di salvataggio dei barconi operate dalla Ong Moat hanno come porto di base La Valletta. Ma per anni Malta è stata considerata una specie di carcere di massima sicurezza del Mediterraneo, blindato ai migranti. A riaprire l'accoglienza è stato il premier Joseph Muscat che ha investito dieci milioni di euro. Chi arriva a Malta, come dimostrato da varie inchieste (tra cui una ottima, di Davide Vecchi e Cosimo Caridi, sul Fatto) viene di fatto incarcerato. I centri di raccolta sono quattro, si viene privati del proprio nome e contraddistinti da un numero, come i galeotti, come i prigionieri di Auschwitz. L'unica speranza di uscire da questa condizione è l'asilo politico, ma La Valletta impiega fino 10 anni per decidere, e prima di essere dichiarati rifugiati in media si resta in detenzione  circa 18 mesi. I centri di accoglienza maltesi sono presidiati da personale armato e filo spinato, zona militarizzata in cui casermoni si alternano a grandi tende. Da lì non si esce. Le associazioni di volontariato medico e umanitario che hanno operato a Malta, denunciano l'impossibilità di svolgere il loro lavoro in condizioni igienico sanitarie appropriate. L'allarme per la violazione dei diritti umani venne recepito dall'Unhcr (l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati) che per ora ha solo creato un suo ufficio nell'isola maltese. Mentre l'Ue non ha mai deciso di riprendere in mano la controversa questione del soccorso marittimo nella zona compresa fra cose italiane, maltesi e libiche. Così chi arriva da quella fetta di Mediterraneo viene sbarcato in Italia. Ora questa ipocrisia e ambiguità esplode in mano a chi finora ne ha ricavato vantaggi.