[Il reportage] Niente lacrime, solo lavoro. Macerie ovunque e nessuna ricostruzione. Viaggio tra le pietre di Amatrice due anni dopo

Pietre. Pietre su pietre. Solo pietre. E qualche militare. E turisti attoniti che sbirciano con timidezza dietro le paratie di legno che sono state sollevate, forse per pudore, ai lati della strada di ingresso, a coprire le macerie, le stanze ancora squarciate, le vettovaglie mescolate alle rovine, e un pezzo di Torre civica come ingessata, tenuta in piedi forse per simbolo, con l'orologio fermo alle 3,36 di quel 24 agosto. Intorno non c'è davvero null'altro, di quel delicato borgo che una volta si illuminava di un sole accecante nel mezzo della giornata, e adesso solleva polvere, che somiglia a cenere.

[Il reportage] Niente lacrime, solo lavoro. Macerie ovunque e nessuna ricostruzione. Viaggio tra le pietre di Amatrice due anni dopo

Compare così, nel secondo anniversario della sua tragedia, Amatrice: di pietra e masserizie. Il tempo sembra fermo a quella notte, se non fosse per un paio di ruspe che spianano un terreno brullo che secondo un cartello diventerà il parcheggio a uso pubblico del centro commerciale. Questi, poi, altro non è un doppio livello di prefabbricati, con una scaletta interna, dove la vita si è rimessa in moto. Negozi piccoli e grandi: erano quasi tutti sulla via del centro storico raso al suolo. La lavanderia espone anche una foto del prima, e poi mostra sé stessa, un po' acciaccata, e orgogliosa, nel dopo. C'è la libreria/edicola, nella piccola oasi commerciale, che vende più profumi e saponi che giornali e libri, ed espone in primo piano, sulla porta d'ingresso, un volume di memoria di un “sopravvissuto al sisma”. Poi c'è la panetteria, e il supermercato Tigre, la cui carcassa, non crollata ma ridotta a brandelli, è uno dei primi edifici che si incontra salendo verso il paese che non c'è più. C'è un baretto, con tavolini sulla terrazza di ferro, che affaccia su un cantiere, e serve aperitivi e di fronte perfino una piadineria, per quei quattro ragazzi che un po' ridono e scherzano, ma sotto voce. C'è la popolazione che si rimette in moto, su quella palafitta, e commuove nella sua rigorosa dignità.

Solo lavoro

Non una parola, non una lacrima. Solo lavoro. Li guardi e loro sanno chi hanno perduto sotto le pietre, chi è diventato cenere. Ma sono lì, al lavoro: a tagliare pizze, a confezionare il sacchetto ricordo di Amatrice, con dentro un guanciale, un pezzo di pecorino, un pacco di spaghetti e la ricetta dell'Amatriciana: 13,90 euro e sostieni la ricostruzione. Che, però, langue. “In due anni s'è visto poco – dice la barista all'ingresso del paese, che lavorava in un negozio di antiquariato e adesso fa il caffè in una struttura di legno chiamata Bar Rinascimento -: il 50% delle macerie portate via, nessuna ricostruzione”. 

Le casette di legno

Salendo si vedono le casette di legno: aiuole, fiori, un ballatoio con sedie e tavoli. Scampoli di vita normale. Tutte tenute dignitosamente. Pulite, graziose. Non fossero moduli della disperazione per aver perduto tutto sarebbero piccole baite di montagna. Il distrutto e il risorto si alternano, così, ad Amatrice, a due anni da quella maledetta scossa. Ci sono ville che dovevano essere bellissime, e di cui è rimasto il cancello aperto, i filari di siepe e poi al centro, dietro gli alberi, solo una piramide di pietre. Ville fantasma. Un cartello avvisa: “divieto di selfie, abbiate rispetto”. Chi passa, lo guarda con pudore. Tiene fermo il cellulare in tasca.

Turismo mordi e fuggi

Alcuni vengono apposta ad Amatrice: villeggiano sulla costa adriatica oppure sono nei vari paesini dell'appennino. Ci vengono per curiosità, forse un po' macabra. Oppure per solidarietà vera. La gente del posto li accoglie senza solennità ma senza neppure ostilità. Li vedono passare. Un giorno e via. Quest'anno rinasce anche la vecchia Sagra dell'amatriciana. Si chiamerà la Ripartenza. I turisti sono ben accetti nell'area food: cento metri dal paese, uno slargo ampio con otto grossi complessi in legno. Sono otto ristoranti che erano nel centro di Amatrice e lì hanno ricostruito la loro attività. Il progetto è di Stefano Boeri. Il legno è stato donato dal Trentino Alto Adige. I soldi ce li hanno messi gli italiani, con la sottoscrizione lanciata dal Corriere della sera e e da La7.

Locali pieni

I locali sono pieni. La gente mangia dentro, con l'aria condizionata, o fuori, con la vista sulle colline. Volano piatti di amatriciana, i camerieri all'esterno bloccano col sorriso i passanti, li invitano a entrare. Sembra una cittadina turistica come tante, non fosse per i militari che si aggirano come su un teatro di guerra. Le macerie, da qui, non si vedono. La vita tenta sempre di ripartire, e questo luogo, come l'area commerciale, come la sagra che verrà, è il motore che si riavvia. Ripartire dal lavoro, sembra essere questa la volontà di gente indomita e ferita. Nessuna regalia, il dovuto. Noi lavoriamo, aiutateci così, con rispetto. Lo dice anche il Museo diocesano di Amatrice, poco lontano, con un enorme striscione: “Tramandare il bello, il recupero dell'identità culturale per una nuova sintonia con il creato”.

I ferri delle gru

Per le strade, però, oggi si sentono solo i ferri delle gru, i motori dei camion che vanno avanti e indietro, carichi di pietre, e pochi passi di anziani che si muovono affaticati nel caldo. Sono ombre, come un'ombra sembra essere la vita, tra queste macerie. Non più la pace soffice di un borgo appenninico, quella che ti sembra di immaginare nelle estati di vita, ma il rigore lento di chi è ancora sotto choc. “E' toccata a noi – dice la barista, che non smette di sorridere – che ci vuoi fare? E' toccata a noi”. Sono poche le battute su quella notte, difficile strappare ricordi, e nemmeno ci si prova. C'è come un velo di pudore, a dirsi e a chiedere. Che cosa c'è da raccontare ancora? 

Solo aiuto

Un'anziana parla con una donna, e si aggrega subito un capannello di curiosi: “per un'ora in paese si sentiva solo aiuto, aiuto, aiuto”. Viene ascoltata in silenzio. Impossibile camminare per questa unica strada e non sentire un singhiozzo di paura risalire dal cuore. Tutta la morte tutta insieme di notte all'improvviso sulla vita.

Ricostruire

Sul lato sinistro, salendo, oggi ogni cosa è al suolo. C'erano un hotel, il Roma, negozi, un convento, la caserma dei carabinieri. Ora solo pareti di legno e dietro macerie. Sul lato destro, il destino ha avuto pietà. Resta in piedi qualcosa del Museo civico, della Chiesa di San Francesco. Dietro addirittura qualche villa miracolosamente illesa, almeno sembra. Intanto, un vecchio crocifisso, recuperato dalla macerie, è stato messo all'ingresso del prefabbricato che fa da nuova chiesa. A memoria di quello che si era e di quello che si vuole tornare a essere. A settembre riprendono le scuole, ma il paese non esiste. C'è una ristampa in 3d, con casette di legno, prefabbricati, moduli abitativi. Ma nulla è stato ricostruito. Ci sono ancora pietre, c'è polvere, c'è cenere. Se non tornano su le case, quelle vere, la rinascita rimane un desiderio del cuore. Aiuta a guardare avanti, certo, ma non basta. Soprattutto qui, terra abituata a svegliarsi presto per lavorare, non certo per sognare. Sono passati due anni ma sembra ieri.