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[L'inchiesta] Le mani della Ndrangheta sulle ambulanze e sui malati. “Ospedale occupato militarmente”

Gli investigatori parlano di una situazione di “assoluto allarme sociale presso il nosocomio di Lamezia Terme dove, specie all'interno del reparto di pronto soccorso, gli accoliti dei due gruppi criminali hanno imposto un controllo totale occupando manu militari gli spazi, instaurando un regime di sottomissione del personale medico e paramedico operante”. I dipendenti dei due gruppi imprenditoriali avrebbero avuto “la disponibilità delle chiavi di alcuni reparti dell'ospedale, la possibilità di consultare i computer dell'Asp onde rilevare dati sensibili in merito a degenti, l'ingresso presso il deposito farmaci dedicato alle urgenze

[L'inchiesta] Le mani della Ndrangheta sulle ambulanze e sui malati. “Ospedale occupato militarmente”

 

“Quinta Bolgia”, quella che nell’inferno dantesco punisce i barattieri, coloro che trassero profitto dalle proprie cariche pubbliche. Questo il nome dell’inchiesta che scuote la Calabria, nella criminalità organizzata, nella sanità (cui è destinato il 70% delle risorse regionali) e nella politica. La Procura della Repubblica di Catanzaro, retta da Nicola Gratteri, lo considera “anello di congiunzione” tra la ‘ndrangheta e l’Azienda Sanitaria Provinciale di Catanzaro. Con questa accusa l’ex parlamentare di Forza Italia, Giuseppe Galati, è finito agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto di 24 persone, equamente divise tra 12 in carcere e 12 ai domiciliari, appunto.

Galati si sarebbe accorto di essere pedinato e fa una denuncia a Roma dicendo di temere per la sua vita: la Procura di Roma, per competenza territoriale, trasmette la denuncia alla Procura di Lamezia, che apre un fascicolo. Ma chi lo seguiva, non era un malvivente, era la Guardia di Finanza, che stava indagando sul suo conto e sulle trame politico-affaristico-‘ndranghetiste.  L’ex deputato è considerato il trait d’union tra le aziende riconducibili alla ‘ndrangheta e l’Azienda Sanitaria. Insieme a lui, Luigi Muraca, ex consigliere comunale di Lamezia Terme, comune sciolto alcuni mesi fa per infiltrazioni della ‘ndrangheta. Le ditte Putrino e Rocca, legate allle cosche Iannazzo, Cannizzaro e Da Ponte, con i buoni uffici dei due politici e con la complicità di dirigenti dell'azienda sanitaria, avrebbero ottenuto l'affidamento del servizio di fornitura delle autoambulanze destinate agli operatori del 118. In alcuni casi, sarebbero stati forniti mezzi privi dei requisiti tecnici richiesti. Le due ditte avrebbero esercitato un controllo pervasivo in particolare sull'ospedale di Lamezia Terme, estromettendo la concorrenza dalla fornitura di ambulanze per il servizio di pronto soccorso delle onoranze funebri, della fornitura di materiale sanitario, del trasporto sangue.

Nel 2017 il Gruppo Putrino è stato colpito da un provvedimento antimafia emesso dalla prefettura di Catanzaro. In quel momento si sarebbe inserito il secondo sottogruppo di 'ndrangheta, il Gruppo Rocca, anch'esso operante negli stessi settori economici che avrebbe iniziato a operare nello stesso settore. Gli investigatori parlano di una situazione di “assoluto allarme sociale presso il nosocomio di Lamezia Terme dove, specie all'interno del reparto di pronto soccorso, gli accoliti dei due gruppi criminali hanno imposto un controllo totale occupando manu militari gli spazi, instaurando un regime di sottomissione del personale medico e paramedico operante”. I dipendenti dei due gruppi imprenditoriali avrebbero avuto “la disponibilità delle chiavi di alcuni reparti dell'ospedale, la possibilità di consultare i computer dell'Asp onde rilevare dati sensibili in merito a degenti, l'ingresso presso il deposito farmaci dedicato alle urgenze del pronto soccorso”.

L’ospedale di Lamezia Terme era quindi nella mani dei clan. “Compà Pugliese, il direttore amministrativo di Catanzaro, lo abbiamo messo noi" dice il Vincenzo Torcasio non sapendo che i finanzieri lo stanno ascoltando mentre illustra a Pietro Putrino, imprenditore ritenuto vicino al clan, i legami della cosca con i vertici della sanità catanzarese. Putrino, dall'altro lato della cornetta, rilancia: “Perri (il direttore generale andato in pensione a settembre, ndr) è un amico”.

Un’indagine imponente, quella condotta dalla Guardia di Finanza, che ha portato al sequestro di beni per dieci milioni di euro e che si è avvalsa anche delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Un’inchiesta che svelerebbe, ancora una volta, l’intricata matassa che in Calabria è composta da elementi della criminalità organizzata, politici e burocrati di alto rango. Dal 2010 e sino al 2017, il gruppo imprenditoriale su cui avrebbe puntato la ‘ndrangheta avrebbe continuato a operare in assenza di una gara formale, “a seguito di plurime, reiterate oltre che illegittime proroghe - scrivono i finanzieri -, in alcuni casi addirittura tacite, ottenute in considerazione dei privilegiati rapporti tra i vertici del gruppo criminale e numerosi appartenenti di livello apicale dell'Asp di Catanzaro all'epoca in servizio”. Infatti, tra le persone raggiunte dalle misure cautelari vi sono Giuseppe Perri (già commissario straordinario e poi direttore generale fino all'agosto 2018) e Giuseppe Pugliese, già direttore amministrativo sino all'ottobre 2017, e ancora in servizio, nonchè Eliseo Ciccone (già responsabile suem "118" ed ora destinato ad altro incarico) nei cui confronti vengono contestati plurimi episodi di abuso d'ufficio.

Tutti manager molto noti, non solo a Lamezia Terme, ma nel panorama politico-burocratico regionale. Il nome più altisonante, però, è quello di Pino Galati, che da sempre esercita un potere di grande rilievo a Lamezia Terme, centro nevralgico della politica calabrese. Deputato per quattro legislatura nei ranghi del centrodestra (e di Forza Italia e Popolo della libertà, in particolare), è stato anche sottosegretario di Stato alle Attività Produttive nel secondo e nel terzo Governo Berlusconi. Peraltro, non è la prima volta che Galati rimane invischiato in vicende giudiziarie. Alcuni anni fa, fu la Dda di Reggio Calabria a chiederne l’arresto nell’ambito del procedimento “Alchemia”, condotto contro le cosche della Piana di Gioia Tauro. In quell’occasione Galati, accusato di corruzione aggravata dalle modalità mafiose, ottenne l’archiviazione dell’accusa, su richiesta della stessa Procura.

L'ex parlamentare, in qualità di presidente della fondazione Calabresi nel mondo, ente in house della regione Calabria sottoposto a procedura di liquidazione, è attualmente indagato in un procedimento avviato dalla stessa Procura di Catanzaro. Secondo l'accusa Galati avrebbe assunto un considerevole numero di collaboratori a soli "fini clientelari" come ha scritto il gip in un provvedimento di sequestro di beni per un valore di oltre 140 mila euro, "per mantenere ed incrementare il proprio bacino elettorale" simulando il loro impiego nella struttura operativa interna, la cui nomina era affidata alla scelta fiduciaria del presidente, ma impiegandoli in realtà in progetti finanziati con fondi comunitari.

Ora l’accusa di abuso d’ufficio aggravato dall’aver agevolato la ‘ndrangheta. L’inchiesta “Quinta Bolgia” riguarda l'individuazione, la ricostruzione e la disarticolazione di due sottogruppi di 'ndrangheta operanti nel territorio di Lamezia Terme e riconducibili alla cosca confederata degli Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. Due gruppi imprenditoriali 'ndranghetistici avrebbero realizzato nel corso degli anni quello che i finanzieri definiscono “un assoluto monopolio, nel redditizio settore delle autoambulanze sostitutive del servizio pubblico, delle onoranze funebri, della fornitura di materiale sanitario, del trasporto sangue”. Il primo, il Gruppo Putrino, sarebbe riuscito dal 2009 ad acquisire una posizione di dominio, “aggiudicandosi – sostengono infine gli investigatori - la gara di appalto relativa alla gestione del servizio sostitutivo delle ambulanze del 118 bandita dall'Asp di Catanzaro. Sono stati documentati, tra luglio e settembre 2015, tre incontri tra Galati, Muraca e Putrino, uno all'aeroporto di Lamezia Terme, un secondo nella strada tra Lamezia Terme e Catanzaro e un terzo in un ristorante di Gizzeria, sempre nel Catanzarese.

Claudio Cordovadi Claudio Cordova, giornalista d’inchiesta   
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