Lanciata la teologia della misericordia e dell’accoglienza: il Mediterraneo di Francesco tenda di pace

Formare preti capaci di dialogo con l’ebraismo e l’islam per superare la paura del tempo presente e il retaggio di un cristianesimo imposto con la violenza. Aprire lo studio della teologia alle donne e ai laici per un umanesimo solidale.

Papa Francesco
Papa Francesco

L’immagine di Giorgio La Pira del Mediterraneo come “tenda della pace” e non catino della paura per i popoli diversi che si affacciano su questo storico mare, ora sottoposto al naufragio di tanti immigrati in cerca di dignità, è stata rilanciata da papa Francesco che ha concluso a Napoli l’incontro della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sul tema di una teologia capace di rispondere alle attese e alle sfide nel contesto del Mediterraneo.

Chiesa pensata come “ospedale da campo”

Ancora una volta il papa gesuita ha dato prova di non improvvisare, ma di perseguire un percorso adatto a consolidare una Chiesa pensata come “ospedale da campo”, pronta a donarsi totalmente nell’emergenza in cui il Pianeta e l’umanità si trovano in un tempo di accresciuta paura quando il dialogo tra culture e interessi diversi è diventato difficile. Ma proprio nel contesto di difficoltà di intesa tra culture, tradizioni, religioni Francesco lancia un rinnovamento della teologia cristiana chiamata a saper rispondere alle domande e alle attese della gente di oggi che si trova a sperimentare un “meticciato” culturale e religioso reso inevitabile dalla mobilità accentuata dalla globalizzazione.

Il Mediterraneo di Francesco tenda di pace

Anche per la teologia e le istituzioni culturali cattoliche è iniziato un tempo nuovo nel quale occorre superare una tradizione morta e ingombrante per rispondere con atteggiamento nuovo alle sfide odierne. Francesco lo propone con una serie di interrogativi cu è necessario saper dare risposte. “Il Mediterraneo è da sempre luogo di transiti, di scambi, e talvolta anche di conflitti. Ne conosciamo tanti. Questo luogo oggi ci pone una serie di questioni, spesso drammatiche. Esse si possono tradurre in alcune domande che ci siamo posti nell’incontro interreligioso di Abu Dhabi: come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica? Come far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa dalla nostra? Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di
separazione?”. Occorre anche con lo studio e la cultura promuovere “processi di liberazione, di pace, di fratellanza e di giustizia. Dobbiamo convincerci: si tratta di avviare processi, non di fare definizioni di spazi, occupare spazi”.

La teologia dell'accoglienza

La teologia in tale contesto, “è chiamata ad essere una teologia dell’accoglienza e a sviluppare un dialogo sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e anche per la custodia del creato”. Il concilio ha avviato una Chiesa in missione che chiede di superare passate stagioni quando per battezzare i pagani non si esitava di ricorrere anche alla violenza. Oggi non si può più pensare l’evangelizzazione come proselitismo. “Nel dialogo con le culture e le religioni, la Chiesa annuncia la Buona Notizia di Gesù e la pratica dell’amore evangelico. Occorre attualizzare per tutti i cristiani la richiesta di san Francesco ai suoi frati. “Predicate il Vangelo; se fosse necessario anche con le parole”. È la testimonianza!”.

Preti capaci di dialogo con l’ebraismo

La docilità allo Spirito per vincere la “sindrome di Babele” oggi tanto diffusa “implica uno stile di vita e di annuncio senza spirito di conquista, senza volontà di proselitismo – questa è la peste! – e senza un intento aggressivo di confutazione. Penso alla nonviolenza come orizzonte e sapere sul mondo, alla quale la teologia deve guardare come proprio elemento costitutivo. Gli studenti di teologia dovrebbero essere educati al dialogo con l’Ebraismo e con l’Islam per comprendere le radici comuni e le differenze delle nostre identità religiose, e contribuire così più efficacemente all’edificazione di una società che apprezza la diversità e favorisce il rispetto, la fratellanza e la convivenza pacifica”. In particolare con i musulmani siamo chiamati “a dialogare per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città; siamo chiamati a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando si verificano episodi sconvolgenti ad opera di gruppi fanatici nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua nello Sri Lanka”. All’inizio del Terzo Millennio il Mediterraneo ha una sola lettura realistica considerandolo come “un ponte ― storico, geografico, umano ― tra l’Europa, l’Africa e l’Asia. Si tratta di uno spazio in cui l’assenza di pace ha prodotto molteplici squilibri regionali, mondiali, e la cui pacificazione, attraverso la pratica del dialogo, potrebbe invece contribuire grandemente ad avviare processi di riconciliazione e di pace”.

"Pentecoste teologica”

In questo cammino continuo di uscita da sé e di incontro con l’altro, “è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione – sottolineo questo: che siano uomini e donne di compassione –, toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo “mare comune”.  E’ tempo di “una teologia in rete e, nel contesto del Mediterraneo, in solidarietà con tutti i “naufraghi” della storia. La teologia può aiutare la Chiesa e la società civile “a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura”. Francesco spera in una “Pentecoste teologica”, che aiuta a comprendere come “senza misericordia, la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale, corrono il rischio di franare nella meschinità burocratica o nella ideologia, che di sua natura vuole addomesticare il mistero”. E’ necessaria, infine la libertà teologica degli studiosi. “Senza la possibilità di sperimentare strade nuove non si crea nulla di nuovo, e non si lascia spazio alla novità dello Spirito del Risorto”.