Ecco quanti morti ci saranno in caso di sisma: dai 160mila di Catania agli 85mila di Reggio. L'elenco agghiacciante della Protezione Civile

In un dossier de L'Espresso i dati risultanti da migliaia di schede mai rese pubbliche da cui risultano i ritardi e le carenze del nostro Paese in caso di terremoto

Vigili del fuoco e militari durante un intervento post terremoto
Vigili del fuoco e militari durante un intervento post terremoto
TiscaliNews

I morti sarebbero 160mila a Catania, 111mila a Messina, 85mila a Reggio Calabria, 7mila a Roma e 1000 a Milano. I dati sono contenuti in un rapporto della Protezione Civile da cui emergono anche le carenze del sistema di prevenzione e dei meccanismi di soccorso. A darne conto sull’Espresso è Fabrizio Gatti. Il settimanale è riuscito a mettere mano alla banca dati del dipartimento in base a cui viene pianificata l’emergenza in caso di terremoto. Si tratta di migliaia di schede “riservate, aggiornate periodicamente e mai rese pubbliche".

Numeri agghiaccianti

Viene previsto il numero di crolli, le case inagibili o danneggiate ed anche il numero delle vittime. Numeri, questi, definiti giustamente agghiaccianti: “161.829 a Catania, 111.622 a Messina, 84.559 a Reggio Calabria, 45.991 a Catanzaro, 31.858 a Benevento, 19.053 a Potenza, 73.539 a Foggia, 24.016 a Campobasso, 20.683 a Rieti. Nemmeno Roma verrebbe risparmiata con 6.907 abitanti sotto le macerie. A Verona sarebbero 7.601, a Belluno 17.520, a Brescia 5.224. Anche Milano dovrebbe organizzare le ricerche e il soccorso di 962 persone travolte dai crolli e l'assistenza a 26.400 senza tetto. Venezia sarebbe coinvolta con 2.449 persone in crolli e oltre 28.000 senza tetto. Brescia con 5.224 tra morti e feriti e 38.321 senza tetto. Vanno poi sommati gli effetti nei paesi e nelle città vicine, aggravando così il bilancio del disastro”.

Tanto tempo perso

Si tratta della conferma di quanto tempo si sia perso e di quanto siano risultate inutili le lezioni inferte dai disastri dell’Emilia e dell’Aquila del 2009, o dell’Irpinia del 1980. Cosa accadrebbe se queste città venissero colpite nuovamente oggi con scosse della stessa intensità? L’impressione è che poco sia stato fatto e tante occasioni siano state perse. Il rischio esiste sempre. Come esiste particolarmente nell’Italia Centrale e Meridionale. Nonostante i rilevanti costi sostenuti.

I costi

Secondo un rapporto dell'ufficio studi della Camera, “dal 1968 al 2009 la gestione dell'emergenza e la ricostruzione in Italia sono costate 135 miliardi di euro. Di questi, 92 miliardi sono stati stanziati dallo Stato. Gli effetti sui conti pubblici si sentono ancora. Per il terremoto del Belice in Sicilia (1968), gli impegni di spesa finanziati da leggi e decreti termineranno nel 2018. Per l'Irpinia (1980), nel 2020. Per le Marche e l'Umbria (1997), nel 2024. Per il Molise (2002), nel 2023. Per l'Abruzzo (2009), nel 2033. Soltanto per il Friuli (1976) il capitolo ricostruzione è stato definitivamente archiviato, ma gli stanziamenti hanno impegnato lo Stato fino al 2006”.

Prevenzione insufficiente 

La prevenzione è attualmente insufficiente. “Se confrontiamo il database riservato della Protezione civile con la media mondiale, finiamo direttamente tra i Paesi arretrati – scrive l’Espresso - . Ipotizzando un sisma di magnitudo 7 nell'Appennino meridionale, intensità ritenuta possibile perché già registrata in passato, si prevedono fino a 11.000 morti e più di 15.000 feriti. La media mondiale per un sisma di quel livello si ferma a 6.500 morti e 20.500 feriti. In Giappone a 50 morti e 250 feriti. La grande differenza nei numeri tra Italia e Giappone è chiaramente dovuta alle tecniche di costruzione impiegate e agli investimenti nella prevenzione”.

L'Italia non è pronta

L’Italia insomma non sarebbe assolutamente pronta ad affrontare cataclismi di un certo tipo. Il giornalista racconta di aver fatto un giro di telefonate a funzionari pubblici delle questure e delle prefetture di Roma, Potenza, Napoli, Catanzaro, Reggio Calabria e Catania. “E praticamente nessuno, alla pari degli abitanti di queste città, è consapevole del rischio. La stessa macchina dei soccorsi, che in Friuli e in Irpinia poteva contare sui militari di leva, si appoggerebbe oggi soltanto sui vigili del fuoco e su pochissimi gruppi di volontari specializzati nelle operazioni di ricerca dei feriti e di recupero dei cadaveri. Lo si è visto a L'Aquila”.

Le mappe

Vanno adeguate e aggiornate inoltre le mappe delle zone sismiche “tenendo conto dei valori di magnitudo definiti in base alla storia sismica e alla sismotettonica di un dato luogo. Questo metodo deterministico è già disponibile e applicato da diversi anni. Non c'è bisogno di produrre altre mappe. Esistono già dal 2000”.

A questo proposito “Trieste guida da anni la sperimentazione in Italia sulla previsione dei terremoti. Due algoritmi analizzano le variazioni nella sismicità di fondo e la confrontano con i dati che hanno preceduto o accompagnato i terremoti nel passato. Sono gli stessi algoritmi che lo scorso anno hanno segnalato con settimane di anticipo la possibilità di un forte terremoto in Friuli o in Emilia. E che ora tengono alta l'allerta nel Centro e nel Sud Italia”.

Le Regioni

Certo “i terremoti non si possono prevedere con precisione – precisa l’Espresso -  Una previsione, pur non essendo dettagliata nell'indicare il luogo o il giorno, non serve a evacuare milioni di abitanti”. Basterebbe però “che le Regioni ne approfittassero per allertare le reti di soccorso. Un terzo dei sindaci in Calabria, che tra l'altro è una delle regioni del Sud dove la Protezione civile è più allenata, non ha un piano comunale. Significa che, in caso di emergenza, gli abitanti non saprebbero dove raccogliersi e i soccorritori dove portare i feriti. Così come a Priolo, Milazzo, Manfredonia il pericolo aumenta per la presenza dei grossi impianti chimici. Luoghi dove ci si rassegna alla scaramanzia non essendoci obbligo di prevenzione”.

Edifici pubblici a rischio

Inutile ribadire quanto tempo si sia perso per sopperire a tali carenze. “Il tempo perso – fa notare Gatti - lo si vede negli edifici pubblici tuttora a rischio. In Sicilia 1.050 scuole su 2.300 sono a vulnerabilità sismica alta o medio alta. In Calabria 2.300 su 3.900. In Campania 2.600 su 4.400. A Catanzaro il deposito di pronto intervento è stato da poco potenziato con 876 tende, 21 impianti elettrici da campo, 37 gruppi elettrogeni, 24 torri faro.

 L'esigenza di messa in sicurezza dei territori

"Abbiamo popolazioni inconsapevoli del rischio e perciò esse stesse poco esigenti verso chi le amministra", ebbe modo di dire l’allora direttore della Protezione civile, Franco Gabrielli: “In questi due anni e mezzo, girando per il Paese, ho notato sempre grande sensibilità sulle risorse da destinare agli esiti di eventi calamitosi, essenzialmente risarcimento dei danni che negli ultimi anni hanno riguardato oltre l'80 per cento delle somme erogate. Mai per una seria politica di messa in sicurezza dei territori. Ancora troppi Comuni non hanno piani di protezione civile. E quelli che esistono, in massima parte, non sono conosciuti dai cittadini”.