[La storia] E' morta Maritsa, l'anziana con il bimbo in braccio che diede una lezione di umanità al mondo

Era stata proposta per il Nobel dopo che la sua immagine portò alla luce il grande lavoro di accoglienza messo in campo dalle donne dell'isola di Lesbo. Tra il 2015 e il 2016 in Grecia arrivarono quasi un milione di migranti. La situazione odierna resta drammatica

[La storia] E' morta Maritsa, l'anziana con il bimbo in braccio che diede una lezione di umanità al mondo

Era seduta su una panca di granito insieme a due amiche, anziane come lei. In braccio aveva un neonato, figlio di una migrante, al quale dava il biberon. E' questa l'immagine diventata simbolo dell'accoglienza della gente di Lesbo che, nonostante la pesante crisi economica che ha colpito la Grecia, dimostrava con semplici azioni che l'umanità viene prima di tutto. L'accoglienza, la leggendaria "filoxenìa" greca, la stessa che oggi molti politici europei - chi più chi meno - respingono. Era il 2015. Maritsa Mavrapidou, è morta all'età di 89 anni nella sua casa nei pressi di quella panchina dove solo quattro anni fa sedeva dando una lezione a tutto il mondo. 

Le tre donne con il bimbo in braccio

Il bimbo che la donna teneva in braccio era arrivato nell'isola greca su una barca insieme alla mamma, siriana, che fuggiva dalla guerra. Quell'immagine suscitò ammirazione e rese Maritsa celebre, tanto che lei e le abitanti del paesino nato sull'isola, terra promessa per i barconi dei migranti sulla rotta turca, sono state proposte per il premio Nobel per la pace. Lei tendeva a minimizzare la portata di quel gesto. Sarà che essa stessa era figlia di migranti che lasciarono la Turchia nel 1922 per stabilirsi a Lesbo al termine di un traumatico scambio di popolazione tra i due paesi. "Noi abbiamo accolto i rifugiati perché anche noi discendiamo da rifugiati", disse infatti in un'intervista nel 2015. 

Ma il loro gesto non fu sporadico. Maritsa e le sue amiche scendevano sulla spiaggia ogni giorno per portare a chi approdava beni di prima necessità. Davano "una mano a chi aveva bisogno", regalavano vestiti e pane fatto in casa. Semplicemente, come hanno testimoniato, li aiutavano "se stavano male". Una delle altre due amiche della foto, Aemilia Kamvysi, al presidente della Repubblica greca che le chiamò ad Atene per ringraziarle, rispose: "Che ho fatto di speciale, figlio mio? Erano persone gentili, che passavano di là".

La crisi greca dei migranti che approdarono a Lesbo ancora se la ricordano. Tra il 2015 e il 2016 sbarcarono nell'isola quasi un milione di persone tra siriani, iracheni e afghani, in fuga dalle guerre che mettevano a ferro e fuoco i loro paesi. Molti di loro si trovano ancora sull'isola e versano in condizioni difficili. Al momento a Moria, il più grande hotspot dell'isola a qualche chilometro dalla cittadina di Mitilene ci sono migliaia di persone. Costrette a vivere in condizioni difficili, in promiscuità e senza cure adeguate. Solo pochi mesi fa la denuncia dell'alto tasso di suicidi tra i m inori e la frequenza di atti di autolesionismo. Mezzi e risorse per chi scappa dalla guerra sempre drasticamente inadeguate.

L'immagine più bella

In questo contesto, le "nonne di Lesbo" - come sono conosciute da tutti - restano l'immagine più bella di undramma umanitario che mette a dura prova la tenuta del sistema greco, già fortemente provato dalla crisi, che ancora oggi purtroppo continua. 

La morte di Maritsa ha suscitato molta commozione anche fuori dai confini ellenici. Il primo ministro Alexis Tsipras ha twittato che "Maritsa Mavropoulou, una delle tre nonne di Lesbo che ha aperto le braccia ai profughi arrivati sull'isola, ci ha lasciato. Nonna Maritsa sarà per sempre un simbolo di solidarietà e amore. Condoglianze alla sua famiglia".

Il messaggio commosso arriva anche dall'Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati. "L'iconica fotografia di Maritsa Mavrapidou, Efstratia Mavrapidou e Aimilia Kamvysi che allattano un piccolo rifugiato nel villaggio di Skala Sikamineas a Lesbo mostrò la compassione greca per i rifugiati e commosse il mondo", ha detto il rappresentante dell'agenzia per i rifugiati dell'Onu Philippe Leclerc. "La fotografia scattata da Lefteris Partsalis fece conoscere al mondo le azioni delle nonne di Lesbo, e Maritsa Mavrapidou ci ha ricordato i nostri ideali fondamentali e il rispetto per la dignità umana"