Lo Stato svende i suoi gioielli: bastano 50 euro per avere un castello o una chiesa. L'elenco delle meraviglie

Prezzi accessibili a tutti per luoghi di pregio che il ministero dei Beni culturali vuole mettere all'asta. La protesta: si rischiano speculazioni

Lo Stato svende i suoi gioielli: bastano 50 euro per avere un castello o una chiesa. L'elenco delle meraviglie
Il castello di Moncalieri

Con cento euro al mese prendi in fitto un bellissimo eremo in provincia di Siena, con vista mozzafiato sulle colline toscane. Con una sessantina di euro mensili, invece, puoi provare l'emozione di affittare un vero castello, quello di Matilde di Canossa. Ma se hai gusti curiosi e vuoi vivere l'insolita esperienza di fittare una chiesa dell'VIII secolo, allora la cifra scende: cinquanta euro mensili e puoi camminare nell'oratorio del piccolo tempio di San Pietro, a Capestrano, in provincia dell'Aquila. Prezzi per tutti, sconti speciali, per luoghi di pregio, di proprietà dello Stato, che li ha appena messi all'asta. 

L'elenco delle meraviglie

Nell'elenco preparato dal Ministero dei Beni culturali ci sono ben tredici immobili di valore storico disseminati su e giù per l'Italia. Oltre a quelli già citati, ci sono il castello di Moncalieri (circa 12mila euro l'anno), il castello Bufalini e la villa del Colle di Perugia, l'abbazia di Santa Maria di Vezzolano ad Albugnano, quella di Soffena, in provincia di Vicenza, la certosa di Trisulti a Collepardo, e qualche altro immobile ancora. 

Una base d'asta

Va chiarito che il prezzo, in realtà, è una base d'asta. La cifra minima al di sotto della quale non si può andare. Chi offre di più, insomma. Ma difficilmente i prezzi saliranno di molto. L'affare resta. L'asta si chiuderà il prossimo sedici gennaio. Sul sito del Ministero ci sono tutte le informazioni per parteciparvi. Attenzione, però, che non si tratta proprio di un regalo. Sarebbe troppo comodo. Forse addirittura un sogno. In realtà, qua nessuno è fesso e il Ministero dei Beni culturali, i conti alla fine se li è fatti bene. 

Ci vuole un progetto

Chi si candida a fittare uno di questi gioielli d'arte e di architettura, infatti, deve presentare un dettagliato progetto per il recupero e la valorizzazione, con vincoli stretti e rigorosi per la destinazione e la conservazione di una indispensabile funzione di bene pubblico, pur dentro un investimento privato. Non certo una casa, quindi, ma pur sempre un luogo dentro il quale si può progettare un investimento, purché si mantenga un obiettivo no profit. C'è da spendere e da mettere a posto, c'è da proteggere e conservare. La scelta di fittare parte del patrimonio storico nasce sia dalla vastità dello stesso sia dalla scarsità di risorse per porre rimedio all'inevitabile decadimento. 

“Non è una svendita”

 «Non è una svendita – dichiara al quotidiano Il Centro, il dirigente del Ministero dei beni culturali, Antonio Tarasco -. Lo Stato possiede ben 508 tra archivi, musei, monumenti e scavi archeologici, di cui 76 non hanno avuto un solo visitatore nel 2016 e 25 non hanno superato i mille. E' impossibile, con le risorse che abbiamo a disposizione, garantire l'apertura e la manutenzione di tutti. Dobbiamo coinvolgere privati, associazioni e fondazioni nella gestione del patrimonio cosiddetto minore, se vogliamo tenerlo in vita». 

La protesta

In realtà, pur dentro una idea positiva di sinergia con i privati, non mancano le polemiche, soprattutto con gli enti locali. A Capestrano, per esempio, dove viene messa in fitto il complesso romanico di San Pietro, è scoppiata una piccola rivolta. “Noi l'abbiamo saputo quasi per caso – dice al Centro, il vicesindaco Davide Fontecchio – eppure ci occupiamo della Chiesa da oltre dieci anni, e a nostre spese”. Monumento nazionale dagli inizi del Novecento, il complesso benedettino è aperto, però, a fasi alterne e il Comune riesce a farsi carico solo di pulizie e piccole manutenzioni. La chiesta è rimasta anche lesionata dal terremoto del 2009 e mai riparata. 

Il paese vigila

“Ma non è un bene fatiscente – replica al quotidiano abruzzese, il primo cittadino Antonio D'Alfonso -, anzi è in buone condizioni. Perché svenderlo ai privati? Perché rischiare una speculazione?”. Dalle paure ai fatti: nel piccolo comune abruzzese non si sono persi in proteste e rabbia ma hanno preso subito una decisione. Hanno siglato un accordo con l'Università di Chieti-Pescara e con un comitato locale hanno deciso di partecipare all'asta. Tutto il paese, insomma, vuole tenersi la sua chiesa. Si batteranno con un progetto organico, con una offerta vantaggiosa e sono pronti a mobilitarsi. Ce la faranno? Si vedrà. Sperano che nessuno offri di più ma intanto fanno sapere, fin da adesso che se qualcuno ha fiutato un affare, se lo scordasse. Vigila tutto il paese.