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Minacciare la bocciatura è reato, nuova tegola sugli insegnanti. Ultimo paradosso di una scuola in crisi di autorevolezza

Antonio Mennadi Antonio Menna   
Minacciare la bocciatura è reato, nuova tegola sugli insegnanti. Ultimo paradosso di una scuola in...

C'erano una volta le bacchettate sulle mani. Il maestro severo, l'alunno indisciplinato che veniva invitato a sopportare colpi di righello sulle nocche davanti a tutti cosicché punendone uno, se ne educassero altri. C'era una volta l'autorità in classe, tra i banchi di scuola. La cattedra, l'insegnante severo che diventava maestro di vita, di rigore, con il consenso - si intende - dei genitori. C'erano una volta i ceci, e i ragazzini in ginocchio su quei sassolini dolorosi, dietro la lavagna, per estrema umiliazione o addirittura davanti a tutti. C'era una volta la  punizione esemplare, legittimata dalle regole, considerata irrinunciabile nella formazione dei minori.

La scuola moderna

Poi, con gli anni Sessanta, tutto in soffitta. Basta umiliazioni, niente dolori fisici, niente schiaffi, né reali né morali. La scuola moderna aveva bisogno di un sistema meno gerarchico e meno rigido. Ci si parla, ci si guarda negli occhi. Ma restava il brutto voto, la bocciatura, il sette in condotta, per dividere quello che era giusto da quello che era sbagliato, e per segnare comunque un'autorità, e punire oltre che premiare.

Niente minaccia di bocciatura

Ora, pare, che neppure questo residuo strumento a disposizione degli insegnanti si possa più utilizzare. Anzi, minacciare gli studenti di una bocciatura rischia di essere un reato. La novità arriva dalla Corte di Cassazione, che è intervenuta di recente sul cosiddetto "abuso dei mezzi di correzione". Minacciare una bocciatura, o addirittura anche un semplice brutto voto, può - in determinate condizioni - essere considerato un abuso. Attenti, quindi, insegnanti a come parlate e a quello che dite e a come lo dite.

Il codice penale

L'articolo 571 del codice penale considera reati tutti i comportamenti che vengono valutati come abuso di autorità da parte di chi si è visto affidata una persona per ragioni di vigilanza e custodia ma anche per ragioni educative.  Una sentenza recente, la 47543 della Cassazione, ha indicato nel comportamento di un insegnante che ripetutamente minacciava un alunno di bocciatura (e di debito) oltre che di brutto voto, un abuso di mezzo di correzione, aprendo la strada a tanti altri potenziali ricorsi.

La sentenza

“Il potere dell’insegnante”, ha scritto la Cassazione secondo quanto riportato dal sito Notizie informazioni, “deve essere esercitato con mezzi consentiti e proporzionati alla gravità del comportamento deviante”. Bisogna assolutamente che ci sia proporzione e misura, quindi, e va evitato qualunque atteggiamento che possa determinare un'afflizione della personalità, soprattutto in un’età così complessa e delicata come quella del minore.

Comportamento deliberato

Il reato (che viene punito con il carcere fino a sei mesi) non è chiaramente facile da delineare. E' necessario un comportamento deliberato, reiterato, ostinatamente orientato all'abuso psicologico. E' necessaria una netta sproporzione tra la la minaccia e la situazione, e soprattutto si deve travalicare la finalità educativa e il metodo dialogante. Non certo, quindi, la generica indicazione di un rischio (se non studi, ti boccio) ma una sorta di stalking psicologico. Circostanza che, per fortuna, nelle scuole italiane si verifica poco.

Perdita di autorevolezza

Ma resta il dato di fatto di un perimetro di libertà d'azione che, per un insegnante, sembra restringersi sempre di più.  Costruita come una relazione vera tra le famiglie e i professori, la scuola italiana ha visto via via aumentare la sfiducia reciproca tra genitori e insegnanti, al punto che i primi contestano sempre più spesso i secondi, e i professori stessi hanno visto smarrire autorevolezza anche rispetto agli studenti. La rottura vera e propria di un patto fiduciario che vedeva l'insegnante agli occhi di un genitore come quello che aveva sempre ragione,  e questo gli dava forza nel rapporto con gli alunni e anche con la gerarchia stessa della scuola.

Una scuola debole

Oggi, le famiglie hanno smantellato loro per prime l'idea di un professore che non si mette in discussione, e demolendone il mito ne hanno svuotato la forza. Forse, così, però, hanno indebolito la stessa scuola, che appare chiaramente in crisi di credibilità e funzione. Forse una bacchettata in più sulle mani, un sorriso in meno, qualche minuto in ginocchio sui ceci, e qualche lamentela in meno di mamme e papà verso i presidi, forse una punizione in più - senza tuttavia fare alcuna pedagogia del dolore - e meno indulgenza, educherebbero oggi meglio e lascerebbero meno spazio a situazioni surreali, come questo ultimo, fantomatico, reato di bocciatura.

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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