[La storia] L’oncologo dell’ospedale di Napoli che per il suo cancro corre a Milano. “Al Sud poca esperienza, troppi rischi”

[La storia] L’oncologo dell’ospedale di Napoli che per il suo cancro corre a Milano. “Al Sud poca esperienza, troppi rischi”

E' un medico. Un oncologo, per la precisione. Lavora in uno degli ospedali più importanti di Napoli, e di tutto il Sud, specializzato proprio nella cura dei tumori. Ma ora che il cancro ha colpito lui ha deciso di farsi operare a Milano, all'Ieo. Sfiducia nei colleghi? Problemi con le liste di attesa? Mancanza di competenze? O di attrezzature? Semina polemica, la scelta di Antonio Marfella, noto oncologo napoletano, attivo in politica (fu candidato alle primarie del centrosinistra per la carica di Sindaco di Napoli, due anni fa), presidente dei Medici per l'ambiente, in prima linea nella battaglia contro l'inquinamento da rifiuti sul territorio. Ha comunicato la sua decisione con una intervista al Corriere del mezzogiorno, a firma di Roberto Russo, e ha spiegato che se emigra e va a curarsi al nord è tutta colpa della disorganizzazione in cui versa la sanità al Meridione.

Colpa dei robot

“Ho deciso di rivelare questo spiacevole evento della mia vita – ha detto Marfella al Corriere – perché tutti si rendano conto di come funziona la nostra sanità regionale”. La scelta di correre al Nord nasce dal fatto che i colleghi napoletani sono poco allenati nell'uso del robot per gli interventi chirurgici. “Per il mio cancro devo essere sottoposto a un intervento in robotica – racconta il medico al quotidiano napoletano – Le linee guida internazionali prevedono che questo tipo di intervento venga eseguito in strutture che ne facciano almeno 250 l'anno. In nessun ospedale del Mezzogiorno se ne superano i cento. Compreso il Pascale di Napoli”.

Poca esperienza

La sostanza, quindi, è che con una esperienza di meno di cento interventi chirurgici col robot, sale il rischio di un errore materiale. Per fortuna, il cancro che ha colpito Marfella non è di quelli più insidiosi. Basso il rischio di mortalità ma – essendo alla prostata – è alto quello di provocare, con un intervento sbagliato, una conseguenza indesiderata. “Con meno allenamento sul robot – conferma il timore Marfella – aumentano le probabilità di errore che, per il paziente, in questo caso significa rischiare l'impotenza”.

La scelta di molti

Abbassare il rischio, quindi, e fuggire altrove. Ma non sfugge la sensazione sgradevole che una scelta del genere offre ai pazienti. Se un medico di un ospedale, ammalandosi, sceglie di farsi curare altrove, che messaggio offre a chi invece, giorno per giorno, si affida alle cure di quegli stessi specialisti? “E' una brutta sensazione – ammette Marfella al Corriere – ma posso dire di essere in buona compagnia. Ci sono stati altri medici che hanno optato come me per Milano”.

Pazienti minori

Un vero e proprio esodo, quindi. E' un tragico paradosso quello che chi ti cura, se poi tocca a lui, va a curarsi da un'altra parte. Una dichiarazione di sfiducia nelle persone, innanzitutto. In questo caso, poi, non si parla neppure di carenze strutturali, come spesso avviene, o di arretratezza tecnologica, o di mancata competenza scientifica. Ma di scarso allenamento. Che preoccupa chi può organizzarsi una trasferta ma si può, invece, tranquillamente esercitare su chi questo “lusso” non se lo concede. Altro che sanità di serie A e di serie B: sembra di essere di fronte alle partite di calcio ufficiali e a quelle di allenamento. Ci si può allenare sui pazienti “minori”. Ma se tocca al medico, meglio giocare in prima serie.

Incrociare le dita

Il paradosso non sfugge nemmeno a Marfella, che nella stessa intervista al Corriere del Mezzogiorno, poi sente il bisogno di precisare: “al Pascale ci sono colleghi bravissimi, eccellenti, ma non vengono messi nella condizioni di lavorare”. Però le attrezzature esistono, le competenze pure, i medici sono bravi ma non si capisce dove sia l'intoppo. “Magari ci sono le sale operatorie – prova a chiarire il medico – ma non ci sono infermieri a sufficienza, e quindi si rallenta tutto”. Un rallentamento che significa scarso allenamento coi robot e quindi fuga a Milano per non rischiare.

E chi non può? Incroci le dita. Su qualcuno bisogna pur allenarsi.