[Il ritratto] "Sei il primo padre che si fa raccomandare dal figlio per lavorare": Foa, il presidente Rai che preoccupa molti

Prima bocciato al voto, poi eletto, sempre oggetto di critiche e sospetti. Chi è il giornalista che ha osato criticare Mattarella e non ha mai nascosto di conoscere Salvini, Casaleggio e Bannon

Marcello Foa, neo presidente della Rai
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Prima bocciato, poi promosso con 27 voti su 30. Sempre discusso, variamente temuto e oggetto di polemiche. Se non fosse così, un giornale autorevole e in questo caso un po' piccato, come il Corriere della Sera, non includerebbe l'affermazione con cui abbiamo titolato questo articolo nella sua intervista a Marcello Foa, neo presidente della Rai dopo il via libera dato dal voto in Commissione di vigilanza. Un accozzato all'ennesima potenza, perché accozzato al contrario? L'intervistatore che chiede a Foa le sue reazioni e sensazioni di fronte al ruolo che gli è stato dato, argomenta che siccome il figlio di Foa, Leonardo, lavora nello staff del vicepremier Matteo Salvini, questo farebbe pensare che tutte le resistenze al nome del padre al vertice del servizio televisivo pubblico si siano infine sciolte di fronte a tanto endorsement. E Marcello Foa risponde: "Questa non l'avevo ancora sentita, però è molto bella". 

Un cammino in mezzo ai sospetti

Ma chi è il giornalista che negli ultimi mesi ha sollevato tante polemiche sulla sua candidatura alla presidenza della Rai, in piena era giallo-verde e quindi letta come trionfo del populismo pericoloso da tutte le forze politiche avverse? Marcello Foa, 55 anni, è cittadino italiano e svizzero, nato a Milano ma cresciuto a Lugano. Sposato e con tre figli, è laureato in Scienze politiche all’Università degli Studi di Milano. Esordi sulla gazzetta ticinese a 20 anni, poi la direzione generale del Corriere del Ticino, fra le altre cose, e la chiamata al Giornale da parte di Montanelli, in cui è assunto nel 1989 e diventa entro breve tempo caposervizio agli Esteri. Nel corso degli anni si specializza come analista di geopolitica e geostrategia. Mantiene la carica di caporedattore esteri fino al 2005, quando diventa inviato speciale e segue in particolare i processi elettorali negli Stati Uniti, in Germania, in Gran Bretagna, in Francia, oltre a scrivere reportage economici in Italia e sulla questione islamica sulle due sponde del Mediterraneo. Dal 2007 cura il blog indipendente 'Il cuore del mondo. Lascia Il Giornale e diventa direttore generale del gruppo editoriale Timedia Holding SA di Melide (Svizzera) e del quotidiano Corriere del Ticino. Le sue collaborazioni si moltiplicano (la biografia cita Radio Rai ma anche Rsi e Bbc Radio), scrive libri, il più ricordato dei quali si intitola Gli stregoni della notizia, dedicato al lavoro dei responsabili della comunicazione politica che orientano la stampa e l'opinione pubblica con le loro tecniche. Dopo l'insediamento del governo Conte, il suo nome viene proposto per la guida della Rai, si vota a luglio e Foa viene bocciato. Determinante in questo senso il non voto di Pd, Leu e Forza Italia, sarà soprattutto il cambio di atteggiamento del partito di Berlusconi a sbloccarne la nuova candidatura, che viene approvata lo scorso 21 settembre e ratificata dalla Vigilanza il 27. Ed ecco in Rai l'uomo variamente criticato e temuto per le sue posizioni considerate poco filo-euro, populiste e critiche nei confronti dell'operato di Mattarella. 

Tra Salvini, Bannon e quel "tweet" sul capo dello Stato 

La stampa meno affine alla maggioranza di governo (e il Pd) non perdona al neo presidente Rai, Marcello Foa, il tweet dello scorso maggio su Mattarella. Che recitava testualmente così: "Il senso del discorso di #Mattarella : io rispondo agli operatori economici e all’Unione europea, non ai cittadini. Ma nella Costituzione non c’è scritto. Disgusto". E quell'ultima parola, "disgusto", è stata il carburante che ha fatto accendere i diverbi attorno alla sua candidatura per il più alto scranno della Rai. Tanto che Foa ha dovuto chiarire, perfino di fronte alla Vigilanza, oltre che a tutta stampa, che non ha mai inteso offendere il capo dello Stato e che la sua era una critica nel merito di un singolo intervento. Senza peraltro smentire né rinnegare la stima reciproca con Gianroberto Casaleggio, la vicinanza a Salvini, nata nel 2015 nel corso di un convegno. La conoscenza del temuto Steve Bannon, "rinnegato" da Trump e suo ex stratega, a capo di The Movement, che intende dare forza e visibilità a tutte le forze politiche che non ne possono più della sovranazionalismo (vedi: Ue) e che vogliono riprendersi la propria sovranità e riaffermare i propri confini. Per molti è l'avanzare di una sorta di nuovo fascismo, per altri è il fallimento della globalizzazione che porta per reazione al ritorno degli Stati-nazione. Provocato su questo tema, e su Bannon, Foa risponde laconico: "L'ho conosciuto. Parla sempre, parla tanto".

"Voglio una Rai come Netflix"

Dice di sentirsi un osservato speciale in Rai e che il ritratto che è stato fatto di lui gli ha messo addosso una immagine falsa da fosco troglodita dei media, a digiuno di tv. Mentre ha ancora il Pd addosso (che annuncia ricorso, consideranto irregolare la doppia candidatura di Foa, prima respinta, poi accolta), il direttore generale Rai parla dell'idea di televisione che ha in testa: "Meno politica, più pluralismo, e un modello che si avvicini a Netflix. Bisogna smetterla di catalogare gli opinionisti come se fossero tifosi, essere indipendenti significa non pensarla tutti allo stesso modo". Come lui stesso ha dimostraro, rendendo pubbliche le sue opinioni sui rapporti tra Italia ed Ue. Dice che medita su una RaiFlix. Ma il servizio pubblico è cosa diversa da un enorme banca dati piena di telefilm, film e documentari da vedere quando vuoi e dove vuoi (e con un abbonamento che è cosa diversa dal canone Rai finito in bolletta elettrica per volere di Renzi). E a Netflix non hanno il problema, imminente per Foa, di decidere sui prossimi direttori dei tg. Lo scenario su cui ci si accapiglia da sempre, alla faccia del pluralismo e dei nuovi modelli televisivi.  

Il figlio di Foa, vicinissimo a Salvini. Da qui certe critiche per la nomina del padre