L’Italia cade a pezzi e uccide: seicentomila smottamenti, un milione di persone in pericolo. Ecco la mappa del rischio regione per regione

Nell'Italia che schiaccia gli automobilisti sotto i cavalcavia, che seppelisce i turisti negli alberghi sotto la neve, che conta le frane ma non interviene, la prevenzione sembra una cattiva parola

Il ponte crollato sull'autostrada A14
Il ponte crollato sull'autostrada A14

Non solo i cavalcavia che rovinano sulla testa di incolpevoli automobilisti, spezzando vite. Non solo valanghe di neve che rotolano a valle seppellendo i turisti negli hotel. Non solo case di cartapesta che si accartocciano sotto scosse di terremoto che in altri Paesi non lascerebbero morti. Ma un’intera nazione che frana su se stessa. Cadere a pezzi, in questo caso, non è una frase fatta. E' una sola lunga frana, lo Stivale di questi anni. Sono ben 614.799, gli smottamenti registrati lungo tutto il Paese. Ventimila i chilometri quadrati interessati da frane. Si parla di quasi il 7% del territorio nazionale.  Numeri che non hanno eguali nel mondo occidentale.

I dati regionali

La radiografia del dissesto Italia arriva dal Progetto Iffi, condotto dall'Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale (guarda la mappa). Un vero e proprio censimento delle frane, con migliaia di dati confluiti nell'Inventario dei fenomeni franosi. Difficile, in realtà, perfino mette insieme i numeri. I dati sono aggiornati a due anni fa solo per Calabria, Friuli, Piemonte, Sicilia, Valle D'Aosta, Bolzano e Toscana. Si fermano al 2014 per Basilicata, Liguria ed Emilia Romagna mentre sono addirittura bloccati al 2007 per tutte le altre regioni, che non riescono evidentemente neppure a sapere, o catalogare, gli eventi e lo stato di salute del loro territorio, figuriamoci ad intervenire.

Allarme rosso

Ma il quadro dei dati disponibile è già da allarme rosso. Il rapporto è consultabile sul web, con una cartografia aggiornata che segna sulla mappa dell'Italia gli eventi, la localizzazione, il livello di gravità. Difficile trovare uno spazio senza frane, lungo la dorsale italiana. Un suolo che perde aderenza, che scivola lentamente, che si sbriciola, che si catapulta su case, che semina se stesso sotto la vita delle persone, come una bomba pronta ad esplodere in qualunque momento in centinaia di migliaia di posti. La mappa calcola in quasi un milione, gli italiani che corrono un rischio legato alle frane. Si vive, insomma, sull'orlo di un precipizio.

I punti critici

Le situazioni più gravi sono nelle zone interne, la dorsale appenninica (Abruzzo, Molise, Marche, Umbria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio), peraltro in parte anche spopolata, con pendii senza alcun monitoraggio, zone montagnose e collinari con disboscamenti non strutturati e selvaggi, scavi non autorizzati, nessuna manutenzione dei corsi d'acqua. Una massa enorme di terra che, a causa di una pioggia più intensa, di un temporale violento, di eventi meteorologici estremi, si mette in movimento e può davvero travolgere tutto. Del resto, i precedenti ce lo ricordano. Le alluvioni del 2003 nel Molise, in Friuli, con oltre mille frane; quella del 2005 in Umbria con oltre ottocento smottamenti; quella del 2008 in Piemonte, quattro morti e un'area enorme sotto emergenza; quelle del 2009 al sud, sulla Salerno-Reggio Calabria, con 60 km di autostrada chiusa per frana e due morti.

Gli smottamenti silenziosi

Poi ci sono gli smottamenti che non fanno danni ma che segnalano il livello dell'emergenza. Nessuno ne parla mai, scivolano al buio, sono masse di terra in movimento che nessuno vede ma che quando si vedranno, sarà troppo tardi. E' la cultura dell'emergenza: intervenire sempre a cose fatte. Solo per rimediare, quando poi, con un territorio in queste condizioni, l'evento drammatico non è più un incidente ma una diretta conseguenza di politiche inattuate, di allarmi inascoltati.

Rischio elevato

"L’Italia - scrivono su Idea ambiente, Alessandro Trigila e Carla Iadanza - è  costituita da un territorio molto fragile. A questa fragilità di natura geologica si aggiunge l’intensa antropizzazione, che determina condizioni di rischio spesso molto elevate. Oltre il 70% dei comuni italiani è interessato da frane, il 58% dei quali con situazioni di elevata criticità, rappresentate da frane che interessano aree urbane o reti infrastrutturali. Per un’efficace azione di mitigazione del rischio da frana, è indispensabile superare l’approccio emergenziale, incentrato sulla risposta post-evento, puntando invece ad un’azione congiunta di previsione e prevenzione".

La messa in sicurezza

E' proprio a questo che punta il progetto Iffi, con la cartografia costruita negli anni e messa a disposizione sul web. E' qui che si possono identificare 706 punti di alto rischio sulla rete autostradale italiana e 1806 punti di rischio sulla rete ferroviaria. Zone dove l'evento franoso è più che possibile: in determinate condizioni meteorologiche diventa addirittura probabile. Che fare, quindi? Un progetto di cui si parla da sempre e non si riesce a realizzare. La messa in sicurezza del Paese. Interventi strutturali e mirati di consolidamento. E poi una politica di controllo del territorio, di gestione dei luoghi, di pianificazione delle azioni che impediscano nuove degenerazioni. Un piano strutturale e costante negli anni, che un Paese così franoso dovrebbe adottare come assoluta priorità. Ma nell'Italia che schiaccia gli automobilisti sotto i cavalcavia, che seppellisce i turisti negli alberghi sotto la neve, che conta le frane ma non interviene, la prevenzione sembra una cattiva parola. Sempre dopo, sempre male.