[La polemica] Omicidio Vannini, io denunciato da Ciontoli e il magistrato che risponde come una rockstar indispettita

Posso onorarmi di essere stato denunciato all’Ordine dei giornalisti dal signor Ciontoli per una puntata di Matrix sulla morte di Marco Vannini. Quindi parlo anche per caso personale, visto che l’ordine molto saggiamente, dopo una scrupolosa e approfondita istruttoria, acquisita la documentazione e sentite le parti, mi ha assolto da qualsiasi addebito.

Ogni tanto affiora nel dibattito un adagio assurdo e conformista, che nei luoghi comuni del politicamente corretto cerca di affermare l’idea secondo cui le sentenze non si potrebbero mai commentare. È questo invece il primo compito dei giornalisti e dell’informazione: noi possiamo e dobbiamo raccontare, soppesare, valutare e commentare quello che accade nelle aule dei tribunali indipendentemente dal giudizio che lo chiude, sia esso di colpevolezza o di innocenza.

Noi abbiamo il dovere di dire che un magistrato non può dire alla famiglia di una vittima, con tono sarcastico, “Vi volete fare una passeggiata a Perugia?” (Cioè: volete essere inquisiti dalla Corte di Perugia?), perché la giustizia non è un racket che si impone con modi bruschi, ma un obbligo legislativo e civile. Non è uno schiaffo da dare in faccia alle persone, vincitori e vinti, non è una affermazione di superiorità di qualcuno su qualcun altro. Quindi il magistrato che in Aula risponde come una rockstar indispettita ai familiari di una vittima, anche dopo una critica dura, sbaglia in ogni caso.

E siccome il signor Ciontoli mi ha fatto l’onore di denunciarmi (perdendo) all’ordine dei giornalisti, posso dire anche cosa ha colpito molto di noi, che abbiamo seguito i mille rivoli venefici di questo caso. Marco Vannini, era un ragazzo di 21 anni che è morto a Ladispoli il 18 maggio del 2015 come un cane. È morto per un colpo di pistola partito in circostanze mai chiarite mentre era in casa, ospite della famiglia della sua fidanzata. Non è stato soccorso come doveva. Dicono oggi i magistrati: non fu vittima di un omicidio volontario, bensì di un omicidio colposo.

E la Corte d'Assise di Appello di Roma riqualificando il reato, ha condannato a 5 anni di reclusione (rispetto ai 14 decisi in Assise) il militare di carriera Antonio Ciontoli, uomo esperto di armi, l’uomo che quel giorno avrebbe materialmente sparato, lo stesso che mi ha denunciato all’ordine dei giornalisti - insieme a tanti colleghi - perché in una puntata di Matrix avevo fatto spiegare la sua strategia difensiva da un (allora) avvocato come Giulia Bongiorno. È suscettibile, il signor Ciontoli, si vede.

Il resto della famiglia ha avuti confermato i tre anni di condanna ricevuti in primo grado sempre per ipotesi colposa: la moglie Maria Pezzillo e i figli Martina, fidanzata di Marco, e Federico. A questo punto dobbiamo dire, seguendo la sentenza: i magistrati non sono stati in grado di trovare una conferenza legale dell’ipotesi accusatoria. Capita. Peró i fatti restano, e nemmeno le ragioni di chi ha subito un lutto: non si possono negare, neanche affidandosi ai cavilli dei dottor sottili.

Marco era un ragazzo nel fiore degli anni che è entrato in casa della sua fidanzata, fidandosi, è ne è uscito sotto un lenzuolo, da cadavere. Non osate rimproverare i familiari e gli amici di Marco che sono sentiti minacciare da qualcuno che doveva rappresentare la giustizia. Le sentenze ci sono, e vanno rispettate, ma la dignità non può essere calpestata, mai. Da nessuno.