[Il ritratto] La mafia di Roma, nelle mani del rosso e del nero. L’assurdo potere di Buzzi e Carminati

La banda Buzzi-Carminati è un'associazione mafiosa. La divisione del lavoro tra il “rosso” e il “nero” in un sodalizio dallo straordinario potere corruttivo – La carriera del giovane neofascista a metà strada tra terrorismo nero e criminalità organizzata – Una lunga storia di impunità

Salvatore Buzzi e Massimo Carminati
Salvatore Buzzi e Massimo Carminati

La sentenza di appello per Mafia Capitale (la cronaca) rovescia clamorosamente l'esito del primo grado: da un lato si riconosce l'esistenza dell'associazione mafiosa, dall'altra si riduce significativamente la pena al principale imputato, Massimo Carminati, che si vede abbuonati 5 anni e mezzo dei 20 presi in corte d'assise. Solo 8 mesi di sconto invece per Salvatore Buzzi che con i 18 anni e 4 mesi ricevuti dai giudici di appello finisce per diventare il dominus della banda. 

Arriveranno le motivazioni a spiegarci questo doppio movimento ma intanto possiamo dare per acquisita una valutazione di fondo: è sufficiente la potenza intimidatoria senza che la violenza sia effettivamente impiegata perché si possa parlare di mafia. E chi meglio di Massimo Carminati, un personaggio costruito tra palco e realtà, il “Nero” di Romanzo criminale, il “Samurai” di Suburra, può incarnare il mafioso del terzo millennio, in una metropoli in cui i giudici hanno sempre faticato ad applicare l'articolo 416 bis persino a quella famigerata banda della Magliana a cui il boss deve la sua grande notorietà. 

UN FIGLIO DI BUONA FAMIGLIA - Carminati non è mai stato un “malacarne”. Figlio di buona famiglia, ben educato, di modi garbati al di là del becerume volutamente ricercato che affiora in tante intercettazioni. Gioca quasi a ricalcare il personaggio che gli è stato cucito addosso. A 19 anni è segretario del Fronte della Gioventù dell'Eur, a venti, mentre i suoi compagni di classe Valerio Fioravanti e Franco Anselmi danno vita al primo gruppo di fuoco dei Nar, lui si mette a fare il bandito, mettendo a frutto l'amicizia personale con Franco Giuseppucci, “il libanese”. Ricicla i soldi delle sue rapine nei giri di strozzini della nascente banda della Magliana, per loro conto confeziona ordigni e lavora al recupero crediti, secondo qualche pentito compie anche un paio di delitti su commissione. Frequenta ed è apprezzato in entrambi gli ambienti: quando il capo di un'altra banda del terrorismo nero è rapito da Maurizio Abbatino perché aveva consegnato alla camorra armi della banda, è il suo intervento (e un paio di mitragliette modificate consegnate come riscatto) a salvargli la vita. Quando però tocca a lui mettersi al sicuro, per sfuggire al primo blitz contro i terroristi neri dei Nar, decide di affidarsi ai camerati e non ai banditi. Ma il valico di frontiera per cui tenta di passare in Svizzera è stato segnalato da un pentito e così la polizia, convinta di aver intercettato i capi della guerriglia nera, apre il fuoco e lo riduce in fin di vita. Perde un occhio ma lui stesso, visto l'intensità della sparatoria, si ritiene fortunato a essere diventato il “Cecato”. 

UN'IMPUNITA' GARANTITA - Dopo qualche anno di carcere torna libero e stringe i rapporti con il capo dei “testaccini”, Enrico “Renatino” De Pedis, un altro bandito dalle buone maniere (tanto che in “Romanzo crininale” anima il personaggio di “Dandy”) mentre altri camerati passati dalla lotta armata al crimine organizzato, come Antonello D'Inzillo, il “Pischello” della popolare serie televisiva, si schierano con Marcello Colafigli e con quel che resta del nucleo originale della Magliana in una faida che segnerà la fine della banda all'inizio degli anni Novanta. Carminati si tiene defilato e mantiene il controllo del suo business, le macchinette mangiasoldi e i videopoker: per motivi ideologici si è sempre rifiutato di partecipare al traffico della droga. Continua a entrare e uscire dalla galera ma nei processi più importanti se la cava sempre: lo assolvono dall'accusa di aver ucciso per conto di Giulio Andreotti il giornalista Mino Pecorelli e dall'aver partecipato al depistaggio organizzato dai servizi segreti sulla strage di Bologna. Non è certo, infatti, che la mitraglietta trovata su un treno e che doveva indirizzare le indagini verso il terrorismo nero internazionale, sia una di quelle da lui fornite alla banda della Magliana per ottenere la libertà di Paolo Aleandri. Intanto a fine secolo, la notte del 16 luglio 1999, è tra i protagonisti di un “colpo grosso”: il saccheggio del caveau del Tribunale di Roma. Una batteria di esperti cassettari ne apre 147 su 900, grazie a una lista in possesso del “Nero”. Il bottino è ingente (18 miliardi di lire) ma senza prezzo per Carminati è il valore dei documenti rubati a magistrati e avvocati e che, per convincimento diffuso, gli consentiranno di tenere sotto schiaffo pezzi importanti dei Palazzi romani, assicurandosi così una sorta di impunità.

IL SODALIZIO CON BUZZI - Il successo di “Romanzo criminale” (2002) del film (2005) e poi della serie tv (2008) trasformano Carminati in un'icona pop. Così quando Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative sociali romane, si trova in difficoltà perché la conquista del Campidoglio da parte di Alemanno rischia di tagliare drasticamente il fatturato, nasce il sodalizio che dura fino al blitz del dicembre 2014: mentre Buzzi mette in campo la sua solida organizzazione e il network dei rapporti con il centrosinistra, Carminati assicura l'interlocuzione con la destra e quel potere intimidatorio necessario quelle rare volte in cui l'odore dei soldi non basta.