Un giudice beato: Rosario Livatino il martire che piace a Francesco

Riconosciuto il martirio del giovane magistrato ucciso dalla mafia 30 anni fa. Entro il prossimo anno sarà il primo giudice dichiarato beato dalla Chiesa cattolica

Papa Francesco e, a sinistra, il giudice Livatino (Ansa)
Papa Francesco e, a sinistra, il giudice Livatino (Ansa)

“Ritorniamo a sognare” è l’invito di papa Francesco che diventa il titolo del suo recente libro (Edizioni Piemme) presentato come una strada verso un futuro migliore. Nella vigilia di un Natale difficile che questo futuro è possibile è sembrata la notizia  del riconoscimento ufficiale del martirio del giudice Rosario Livatino avvenuto nel 1990 per mano della mafia. E pertanto Livatino entro il prossimo anno sarà il primo giudice dichiarato beato dalla Chiesa cattolica.

Il "giudice ragazzino"

Francesco Cossiga, allora presidente della repubblica lo definì il “giudice ragazzino” per la giovane età (fu ucciso all’età di 37 anni), ma del ragazzino aveva solo l’aspetto giovanile poiché viveva la sua professione con straordinaria levatura culturale e morale. Il suo assassinio apparve, per diversi aspetti, un’uccisione di periferia di una mafia minore, come tanti altri consumati nelle campagne solitarie della Sicilia. Il magistrato non era ancora conosciuto ancora come Falcone e Borsellino che sarebbero caduti due anni dopo in attentati clamorosi. Livatino fu sparato sulla sua auto rossa dove viaggiava senza scorta sempre rifiutata.

Il martirio

L’emozione nazionale per il delitto odioso fu contenuta. Il delitto servì a farlo conoscere e farlo apprezzare. La notizia che sarà beato è servito a consolidare l’idea aggiornata di martirio, una caratteristica che sembrava appannaggio soltanto per i cristiani dei primi secoli o di missionari morti per mano di infedeli. Il primo su cui si aprì un nuovo pensiero di martirio fu la canonizzazione del padre Massimiliano Kolbe morto in un lager nazista invece di un padre di famiglia. Papa Wojtyla lo volle santo. Un esame più complicato fu poi quello del carabiniere Mario D’Acquisto, analogo a Kolbe, ucciso dai tedeschi in alternativa a dei civili. E poi la volta di don Giuseppe Puglisi sparato dalla mafia palermitana. Il suo omicidio segnò con chiarezza il distacco della Chiesa da qualsiasi mentalità e collusione con la mafia definita anticristiana.

"Soffre per Cristo"

Il cardinale Marcello Semeraro neo prefetto della Congregazione per le Cause dei santi, per spiegare il valore di martirio del sacrificio di Livatino ha citato  a Tiscali.it un commento di san Tommaso d’Aquino, considerato tuttora sommo teologo cattolico. “Soffre per Cristo – afferma san Tommaso  nel commento al capitolo ottavo della Lettera di san Paolo ai Romani - non solo chi soffre  a causa della fede di Cristo ma anche chi soffre  per qualunque opera di giustizia per amore di Cristo”. Sono tanti – aggiunge il cardinale Semeraro i martiri della giustizia che vanno onorati perché sono mossi da grandi ideali umanistici e meritano riconoscimento da parte dello Stato. Ma nel caso di Livatino, come prima per don Puglisi, l’uccisione per mano mafiosa viene considerata martirio in quanto il sacrificio  per la giustizia  viene reso per amore di Cristo. Semeraro  si è anche richiamato alle ultime parole di Levatino  rivolte ai suoi assassini: “Picciotti che cosa vi ho fatto?”, interrogativo di un innocente che chiede ragione ai mafiosi dell’azione delittuosa che stanno per compiere. “Una domanda – osserva Semeraro – che richiama alla mente il canto del Servo sofferente , figura di Cristo nel venerdì santo: “Popolo mio che cosa ti ho fatto?”. 

Una vita cristiana

La beatificazione di Livatino ne mette in luce il valore coerente di una vita cristiana a servizio della giustizia. Lui stesso aveva scritto: “Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”. Ancora su questo aspetto, Livatino dichiarava: “Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere ‘giusti’, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano”. Questo cenno è indicativo perché la sua figura risponde al genere di magistrato che potrebbe essere di garanzia per una società rinnovata con uomini e figure professionali rinnovati e solidali dopo la triste esperienza della pandemia.

Mantenersi lontano dal peccato

Livatino aveva ben compreso che, per giudicare senza ombra di sospetto, occorreva mantenersi il più possibile lontano dal peccato. Ecco la sua visione della professione di giudice: una visione di totale dedizione per cui “il magistrato oltre che “essere” deve anche “apparire” indipendente, per significare che accanto ad un problema di sostanza, certo preminente, ve n’è un altro, ineliminabile, di forma”. E continuava: «L’indipendenza del Giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del Giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”. Anche sulla delicata e controversa questione molto dibattuta ancora oggi – il rapporto tra giudici e politica – Livatino sosteneva una soluzione coerente: se una magistrato accetta di passare alla politica, deve poi restarvi senza poter fare ritorno in magistratura una volta terminato il mandato parlamentare.

Esponente dell'Azione cattolica

La beatificazione di Livatino ha rallegrato tante persone ma specialmente l’Azione Cattolica italiana di cui faceva parte. “Tutti gli aderenti dell’Azione cattolica, in cui Livatino è cresciuto e si è formato alla fede e ai principi di responsabilità, coerenza e sacrificio che l’hanno portato a compiere il proprio dovere fino al martirio, - è stato il commento di Matteo Trufelli presidente nazionale dell’Associazione - hanno nel ‘giudice ragazzino’ un saldo punto di riferimento, un esempio di cosa significhi mettere la propria fede a servizio del tempo in cui abitiamo, confidando nell’umanità”. Truffelli aggiunge: “Il suo impegno per la giustizia e la sua dedizione al bene e alla verità rappresentano un modello straordinario e al tempo stesso molto concreto e ‘ordinario’ per i laici di Ac, e in modo particolare per i giovani: come lui, ciascuno di noi può trovare nella quotidiana traduzione della fede in scelte concrete la strada per quella ‘santità della porta accanto’ a cui siamo chiamati”. Francesco, che più volte ha parlato della santità della porta accanto, lo scorso anno aveva definito il giudice Livatino  "un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro e per l’attualità delle sue riflessioni".

Riservato e schivo

Estremamente riservato e schivo ad ogni palcoscenico, - ricorda il postulatore della sua causa di beatificazione a livello diocesano - non volle mai far parte di gruppi, associazioni o club-service. Pochissime le foto ritrovate, nessuna intervista rilasciata in 12 anni di attività come magistrato. Dalla sua bocca non uscì mai la benché minima  indiscrezione sulle indagini svolte […] affronta in qualità di sostituto procuratore, delicate inchieste che smascherano con largo anticipo gli intrighi della “Tangentopoli siciliana” e le strategie di Cosa nostra agrigentina, con la sua perniciosa capacità di infiltrazione nei vari settori della vita sociale, a partire dalla politica e dall’economia”. Una persona dalle carte in regola per diventare un modello nella società futura auspicata da papa Bergoglio. “Il coronavirus ha accelerato un cambio d’epoca che era già in corso. Con questo termine non voglio dire soltanto che è un momento di cambiamento, ma che le categorie e i presupposti con cui finora ci orientavamo nel nostro mondo non sono più adeguati[…] chi pesa di poter tornare  al punto in cui eravamo si illude. Qualsiasi tentativo di restaurazione ci porta sempre a un vicolo cieco”.