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A Limbadi decide tutto la ‘ndrangheta, e la Chiesa locale si gira dall’altra parte

L’uccisione di Matteo Vinci un messaggio ai residenti. Nonostante la scomunica dei mafiosi pronunciata quasi cinque anni fa da Papa Francesco, i prelati locali non osano mettersi contro la criminalità e si rifiutano persino di dare ospitalità a chi vuole opporsi alla prepotenza mafiosa

Claudio Cordovadi Claudio Cordova   
A Limbadi decide tutto la ‘ndrangheta, e la Chiesa locale si gira dall’altra parte

La manifestazione è prevista per il prossimo 9 aprile, a un anno dalla morte di Matteo Vinci, il biologo saltato in aria, a Limbadi, nel Vibonese, con un'autobomba piazzata dal clan Mancuso per il rifiuto della famiglia Vinci-Scarpulla di cedere i loro fondi agricoli, confinanti con quelli di proprietà della famiglia mafiosa. E proprio quell’affronto sarebbe costato caro al 42enne: perché ai Mancuso, soprattutto a Limbadi, non si può dire no. Quel terreno doveva essere del clan, con le buone o con le cattive. Una eliminazione eclatante, che rimanda ad altre latitudini, a scenari di guerra o agli anni delle stragi mafiose su tutto il territorio nazionale. A distanza di un anno da quell’episodio, il parroco della chiesa di Limbadi, don Ottavio Scrugli, avrebbe però negato alla Fondazione di Catania “La città invisibile” che gestisce l'orchestra giovanile “Falcone e Borsellino” la possibilità di suonare musica sacra.

Limbadi, terreno congeniale per la ‘ndrangheta. Non a caso, il Comune, alcuni mesi fa, è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Dopo il rifiuto della Chiesa, è stata proprio la terna commissariale che gestisce il Comune di Limbadi a offrire i locali del Municipio per la manifestazione alla quale interverrà telefonicamente anche Salvatore Borsellino, fratello del procuratore Paolo Borsellino ucciso dalla mafia nel 1992 nella strage di via D’Amelio.

Proprio con un’autobomba. Proprio come Matteo Vinci.

L’ordigno sarebbe stato, secondo quanto emerso dall'inchiesta “Demetra”, curata dalla Procura di Catanzaro, retta da Nicola Gratteri, da esponenti della famiglia Mancuso, un clan che appartiene al gotha della ‘ndrangheta e che a Limbadi e nei territori limitrofi riesce a controllare tutto: sarebbe stata Rosaria Mancuso - a testimoniare il ruolo sempre più centrale rivestito dalle donne all’interno della criminalità organizzata calabrese - a dare l’ordine di punire Vinci con quelle barbare modalità.

Un messaggio lanciato a tutta la comunità, che ora, però, rischia di avere nuova eco, a causa del comportamento della Chiesa locale. Quella stessa Chiesa che, invece, avrebbe potuto aprire le proprie porte, dimostrando di essere luogo sicuro per chi vuole opporsi alla prepotenza mafiosa ma, spesso, non ne ha il coraggio. Sono passati quasi cinque anni da quando Papa Francesco, proprio in Calabria, da Cassano allo Ionio, in provincia di Cosenza, scomunicò i mafiosi. Era il giugno 2014: “Quando non si adora il Signore si diventa adoratori del male, come lo sono coloro i quali vivono di malaffare e di violenza e la vostra terra, tanto bella, conosce i segni e le conseguenze di questo peccato. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato. Bisogna dirgli di no. La Chiesa deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi. Ce lo domandano i nostri giovani, bisognosi di speranza”.

Una parte della Chiesa calabrese, però, sembra non essersi ancora adeguata all’anatema del Pontefice. Don Ottavio Scrugli, il parroco, rifacendosi ad una disposizione del vescovo della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, Luigi Renzo, si è giustificato argomentando che la chiesa è un luogo culto e non si presta ad altre manifestazioni. In linea con la giustificazione del vescovo: “Non so esattamente cosa sia accaduto a Limbadi - ha affermato il presule - tuttavia confermo che ho da anni impartito precise direttive sull'utilizzo delle chiese per i concerti, o altre manifestazioni simili. La chiesa è un luogo di culto, di preghiera e non di spettacolo. Tali direttive sono state emanate in ossequio a quanto stabilito da Giovanni Paolo II prima e da Benedetto XVI dopo, quindi nulla di nuovo”.

Già, le regole. Ma, per esempio, sarebbe stato possibile chiedere una deroga al Pontefice, dato che i bambini dell’orchestra si sono esibiti anche dinanzi a Papa Francesco a San Pietro, dentro la Basilica di Assisi, nel Duomo di Monreale, Acireale e nelle basiliche dell'arcidiocesi di Catania.

Chiese aperte quasi ovunque. Non a Limbadi, non nel regno della cosca Mancuso.

Claudio Cordovadi Claudio Cordova   
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