[L'intervista] "Sulla Libia la Francia ha commesso errori per anni, ora Macron ha capito. Ma non è una partita a chi arriva prima"

Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Esteri analizza l'emergenza dopo la richiesta del presidente del consiglio presidenziale libico Fayez Serraj la richiesta di "mandare navi militari italiane in acque libiche per contrastare il traffico dei migranti"

Benedetto Della Vedova
Benedetto Della Vedova

L'incontro a palazzo Chigi è da poco concluso. Il premier Gentiloni ha ricevuto dal presidente del consiglio presidenziale libico Fayez Serraj la richiesta di "mandare navi militari italiane in acque libiche per contrastare il traffico dei migranti". Una richiesta che potrebbe cambiare del tutto la scena nel Mediterraneo e l'andamento dei flussi in partenza dalla Libia. Serraj, a sua volta, è reduce dallo storico incontro a tre a Parigi con il presidente Macron e il generale Khalifa Haftar. Il premier Gentiloni guarda "con speranza" all'intesa in 10 punti firmata a Parigi. E rivendica "la scelta della Farnesina di mandare a Tripoli il nostro ambasciatore, la nostra presenza militare con un ospedale da campo, il lavoro continuo dell'intelligence, la collaborazione con la guardia costiera libica". L'Italia quindi  "è presente e seguirà questo processo passo dopo passo". Ne parliamo con il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova. 

Buone notizie dalla Francia?
"Siamo contenti dell'incontro e anche del comunicato finale. Macron, del resto, ha dato conto del lavoro fatto dall'Italia e dal premier Gentiloni. Non è la prima volta che Serraj e Haftar s'incontrano. Due mesi fa fummo noi a creare, a Abu Dhabi, le condizioni per il faccia a faccia. Quello che è accaduto ieri a Parigi è l'ultimo anello di una catena che parte da lontano. Era marzo 2014 quando la Farnesina portò all'attenzione dell'Europa il dossier Libia. È obiettivo di tutto concludere quel percorso".

Le parole chiave  sono quelle giuste: "Cessate il fuoco ed elezioni democratiche nella primavera 2018". C'è da crederci?
"È una road mai su cui lavorare. L'esperienza insegna che i documenti sono più semplici da stendere che non le prassi conseguenti. Il punto fondamentale resta, come sempre, il governo di Serraj. Il percorso è ancora fragile e pieno di insidie. Ma salutiamo con favore e speranza l'accordo di Parigi. Parliamoci chiaro: il dossier Libia riguarda e interessa da vicino tutta Europa visto che da lì passa il 95% dei flussi migratori verso l'Europa. Tutta Europa, quindi, deve lavorare per la stabilità in Libia".

Sarà per la cornice, il castello di La Celle-Saint Cloud alle porte di Parigi, ma quella stretta di mano tra i due principali leader della guerra civile in Libia, nell'immaginario di molti, ha assunto un valore diverso. È  cambiato qualcosa tra Serraj e Haftar? Stavolta fanno sul serio?
"Non lo sappiamo ancora. Si capirà dal prossimo mese. Vedremo. Non c'è dubbio che i due leader abbiano due costituency diverse, gruppi di appoggio completamente diversi".

Anni di lavoro, missioni difficili, rapporti di intelligence delicatissimi: l'Italia si è fatta scavalcare da Macron?
"Ripeto: quello che è accaduto ieri è una tappa importante di un lungo cammino avviato dall'Italia che ha avuto il merito e la capacità di mettere il dossier Libia all'attenzione di Bruxelles fin dal 2014. Prima non esisteva, non se ne parlava proprio. Il sottosegretario Amendola, il ministro degli Esteri Alfano, il ministro Minniti, il premier Gentiloni che è  stato titolare della Farnesina fino a dicembre 2016, ognuno di loro ha lavorato molto bene in questi anni per costruire l'auspicata stabilità in Libia. Qui non è una gara a chi mostra di più e meglio i muscoli più forti. Se così fosse, avremmo tutti perso in partenza. Anche Macron, e lo ha detto, sa che da solo può fare molto poco".

Macron

Quindi non giudica ipocrita la frasetta di Macron: "Voglio ringraziare il mio amico Gentiloni"?
"Se fosse ipocrita, sarebbe sbagliata. Il Presidente francese sa bene che l'Italia è stata il primo paese che ha avviato i canali diplomatici con la Libia dopo il disastro del 2011. All'inizio in Europa c'era molto scetticismo nei confronti di Serraj che invece è rimasto per tutti interlocutore di primo piano. Possiamo dire, non c'è dubbio, che la Francia sta cercando di riprendersi un ruolo forte".

Cosa c'è in ballo, dal punto di vista di Macron:  interessi commerciali e fonti energetiche? O il tentativo di umiliare, anni dopo, il grande errore di Sarkozy?
"In Libia come altrove ci sono interessi commerciali di Francia e Italia. Loro hanno Total, noi Eni. Se poi, da parte dell'Eliseo, ci fosse anche il desiderio di recuperare qualche punto rispetto  a scelte avventate del passato... beh, auguriamoci che funzioni. Il grande errore, nel 2011, non è stato tanto mettere fuori dai giochi Gheddafi quanto non avere uno straccio di progetto per il dopo Gheddafi".

Sembra esserci un pressing diplomatico nei primi mesi della presidenza Macron. Piccolo Napoleone? Oppure, essendo gli altri paesi, anche l'Italia, impegnati in campagne elettorali interne, hanno lasciato il campo libero al giovane banchiere?
"È evidente che Macron vuole recuperare un ruolo internazionale forte alla Francia, ruolo appannato per via di una leadership fragile negli ultimi anni. Macron lo sta facendo su molti temi e con piglio deciso. E ha capito che la Libia è crocevia di tante partite: immigrazione, Egitto, Russia. Noi lo abbiamo capito da un pezzo".

Nel futuro del dossier migranti lei immagina la Libia come la Turchia?
"L'accordo con la Turchia non è replicabile in Libia. Sono contesti troppo diversi. Il punto centrale è che è necessario avere la Libia ragionevolmente stabile e con istituzioni capaci di controllare il territorio a sud al confine con il Niger e lungo le coste. Oggi queste condizioni ancora, purtroppo, non ci sono. La richiesta di Serraj al nostro governo di inviare navi militari italiane nella acque libiche è la vera svolta di queste ore. Così come quella di poter avere in Libia presidi dell'Unhcr e dell'Oim a  presidio dei campi profughi. Ai tempi di Gheddafi c'erano i campi ma non le Nazioni Unite".