[L’analisi] Il letargo della propaganda armata potrebbe finire presto. I segnali che inquietano

Possiamo abbassare la guardia sul terrorismo politico nostrano? La scritta contro Marco Biagi infanga la memoria di una vittima. Difficilmente è una «bravata». È propaganda armata, avrebbero detto una volta. È poca cosa che non dovrebbe creare allarmismo ma preoccupa

[L’analisi] Il letargo della propaganda armata potrebbe finire presto. I segnali che inquietano
Le scritte contro Marco Biagi

Nei giorni scorsi, parlando con un analista dell’Antiterrorismo, mi avevano colpito certe sue affermazioni.  Caute, non allarmiste eppure inquietanti: «A sinistra come a destra c’è una certa effervescenza».

Una affermazione che nascondeva un certo imbarazzo nel voler comunicare che il letargo stava agli sgoccioli. O meglio che bisognava “monitorare” con attenzione certe aree a sinistra e a destra.
Questa breve discussione l’ho in qualche modo archiviata in questi ultimi giorni. Non ho voluto metterla in relazione con quanto è successo pubblicamente. In particolare mi riferisco a tre episodi ai quali oggi se ne è aggiunto un quarto che mi ha fatto tornare alla mente quella discussione con l’analista dell’Antiterrorismo.

Dunque, l’anniversario, il quarantennale del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, lo statista della Democrazia Cristiana ucciso dalle Brigate Rosse. Inchieste giornaliste e televisive hanno dato la parola ai protagonisti della lotta armata e anche ai familiari delle vittime.

Il Capo della Polizia, il prefetto Franco Gabrielli, è stato molto netto nel criticare le testimonianze brigatiste: «Un oltraggio riabilitare i brigatisti negli studi televisivi». È seguita poi una affermazione molto discutibile di una ex brigatista del sequestro Moro, Barbara Balzerani che ha provocato l’ira dei familiari delle vittime (Maria Fida Moro): «C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere...».

Ultima provocazione proprio di oggi, infine, una scritta apparsa sui muri di Modena: «Marco Biagi non pedala più. Onore al compagno Galesi». Terribile, questa scritta.  E preoccupante. Il figlio del giuslavorista trucidato dalle nuove Brigate a Rosse si è limitato a ricordare  che suo padre «fu abbandonato dallo Stato».

Ecco, non c’è da essere sereni. Ricordare è importante. Con qualche reticenza, verrebbe da aggiungere. Perché i lavori della commissione Moro presieduta da Beppe Fioroni di certo aprono nuovi scenari, dopo quarant’anni, che sollevano domande senza risposte.

Sembrava che il tema Moro fosse consegnato ormai agli storici e invece se ne dovrà occupare la magistratura. Non convince la ricostruzione dell’agguato di via Fani, la detenzione in quei 55 giorni di prigionia. Il contesto internazionale, perché la politica di Moro non piaceva anche agli alleati occidentali. E domande sulla genuinità delle Br si ripropongono ancora oggi.

Ma oggi che il quadro politico attraversa una ristrutturazione profonda, la vita democratica è a rischio? Certo che oggi guardiamo con più preoccupazione al terrorismo internazionale, all’Isis, al terrorismo islamico. Ma possiamo abbassare la guardia su un terrorismo politico nostrano?

Quello che è accaduto a Modena, quella scritta che infanga la memoria di una vittima del terrorismo, difficilmente è una «bravata». È propaganda armata, avrebbero detto una volta. È poca cosa che non dovrebbe creare allarmismo. Siamo d’accordo. Eppure lascia un profondo segno di inquietudine.