Soldi pubblici, diamanti, investimenti in Tanzania e il filone del dopo Bossi: caccia dei Pm ai fondi spariti della Lega

La vicenda alla base della decisione della Cassazione. Il ruolo di Belsito, Bossi e i due figli. La risposta dei magistrati. Le reazioni di Salvini e Di Maio

Belsito, Bossi e, nel riquadro, Salvini
Belsito, Bossi e, nel riquadro, Salvini
TiscaliNews

Tutto è scoppiato con la sentenza della Cassazione: "Si possono sequestrare i beni della Lega ovunque vengano rinvenuti soldi - conti bancari, libretti, depositi - fino a raggiungere la cifra di 49 milioni". Sarebbero i soldi che stando ai giudici la  Lega Nord avrebbe sottratto allo Stato per presunte irregolarità nell’utilizzo di fondi pubblici. Per il Carroccio si tratta di una sentenza politica con cui si tenta di bloccare l’incedere fortunato del partito. Per questo i suoi esponenti chiedono perfino un incontro con Mattarella parlando di attacco alla democrazia. "Per mettere fuori gioco per via giudiziaria il primo partito italiano- secondo fonti interne - Un’azione che non ha precedenti in Italia e in Europa".

L’Associazione Nazionale Magistrati interviene a restituire pan per focaccia: “I magistrati non adottano provvedimenti che costituiscono attacco alla democrazia o alla Costituzione, nè perseguono fini politici, ma emettono sentenze in nome del popolo italiano, seguendo regole e principi di diritto di cui danno conto nelle motivazioni", sottolinea il presidente Francesco Minisci. L’Anm quindi “rigetta ogni tentativo di delegittimare la giurisdizione e di offuscare l'imparzialità dei magistrati, auspicando che chiunque eserciti funzioni pubbliche abbia a cuore gli stessi fondamentali principi”. La sentenza della Cassazione, che impone alla Lega di restituire in ogni modo i 49 milioni di euro di rimborsi elettorali, ha toccato i nervi sia dei leghisti che dei magistrati.

La vicenda

Ma di cosa si sta parlando? Come molti ricorderanno la vicenda riguarda i rimborsi ottenuti dalla Lega Nord gonfiando, secondo l’accusa, i bilanci tra il 2008 e il 2010, periodo in cui a dirigere il partito era ancora il fondatore Umberto Bossi. Secondo i magistrati la gran parte di quei soldi sarebbero stati utilizzati per le attività di partito, ma una parte non è chiaro che fine abbia fatto.

Nel 2011 – come si legge sul Corriere della Sera - il procuratore aggiunto Alfredo Robledo apre un fascicolo che ingloba gli atti giunti dalle procure di Napoli e Reggio Calabria che nel frattempo avevano intercettato il tesoriere Francesco Belsito che parlava di soldi e affari.

Quando nell’anno successivo gli uomini della Guardia di Finanza aprono una cassaforte nell’ufficio di Belsito in Senato rinvengono una cartellina rossa. C’è scritto The family e riporta una serie di spese per circa mezzo milione di euro. Si tratta di spese di Bossi e di suoi familiari, in pratica i figli Renzo e Riccardo (indimenticabile la laurea comprata in Albania), pagate dal partito.

Vengono così a galla i milioni spesi in diamanti e lingotti d’oro o investiti tra Cipro e la Tanzania. Dall’analisi dei documenti si arriva all’accusa di aver posto in essere “artifici e raggiri” per ottenere circa 40 milioni dal Parlamento. Lo scandalo conseguente porta alle dimissioni del Senatur. Roberto Maroni prende le redini del partito.

L'accusa

Nel 2013 i pubblici ministeri chiudono l’inchiesta . L’accusa per Bossi è di truffa aggravata ai danni dello Stato. L’accusa riguarda anche Francesco Belsito e tre componenti del comitato di controllo contabile della Lega Nord. Per Umberto Bossi, i due figli e Belsito parte anche l’accusa di appropriazione indebita.

La condanna

Dopo l’udienza preliminare il Gup passa il filone sui rimborsi elettorali a Genova per competenza. Nel processo di primo grado, rimasto a Milano, Bossi (10 luglio 2017) viene condannato a un anno e sei mesi, Belsito a 2 anni e sei mesi, Renzo Bossi a un anno e sei mesi. Con il rito abbreviato Riccardo Bossi  era già stato condannato a un anno e 8 mesi nel marzo 2016.

Il processo di Genova arriva a sentenza due settimane dopo. Il patron storico della Lega viene condannato a 2 anni e mezzo. Belsito a 4 anni e 10 mesi. Viene inoltre stabilita la confisca di 49 milioni in capo alla Lega Nord.

I magistrati riescono a sequestrare circa 3 milioni e mezzo dalle casse del carroccio e degli imputati. Il loro intento è cercare di recuperare i soldi che mancano per riparare ai danni alle casse dello Stato. Chiedono di bloccare per questo ogni fondo che possa riferirsi al partito che adesso ha come leader Matteo Salvini. Il Tribunale del riesame, ex Tribunale della Libertà, dice di no. Ma la suprema Corte ribalta quella decisione e dà ragione ai Pm. Nel frattempo inoltre i magistrati hanno avviato  un’ulteriore inchiesta per riciclaggio. L’ipotesi al loro vaglio è il reimpiego occulto dei rimborsi illeciti anche dopo l’era bossiana.

La reazione

Adesso questa decisione con la determinazione dei magistrati a voler recuperare quei soldi viene letta dal nuovo, e brillante, corso leghista come un attacco di tipo politico. La sentenza che ha fatto insorgere Salvini e i suoi non crea disagi tuttavia agli alleati contrattuali di governo. “E’ una sentenza che non mi crea nessun imbarazzo, non riguarda la Lega di Salvini ma quella di Bossi e del suo cerchio magico”, dichiara Luigi Di Maio che subito però aggiunge: “Ma è una sentenza va rispettata". In ogni caso, conclude il ministro del Lavoro, “ricordo che con la Lega abbiamo stipulato un contratto di governo che prevede di fare insieme delle norme anticorruzione".