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[L’analisi] Lo insultano da morto perché ha infranto il sogno dei nazionalisti. Ecco la vera eredità che ci lascia l’alieno Marchionne

Quando la Fiat stava per fallire c’erano dirigenti che scrivevano lettere ai politici per chiedere che gli Agnelli fossero cacciati e la Fiat nazionalizzata (così, stipendi al sicuro). Lui rompe questa rassicurante prospettiva: la Fiat deve farcela da sola, e deve farcela stando sul mercato

[L’analisi] Lo insultano da morto perché ha infranto il sogno dei nazionalisti. Ecco la vera eredità che ci lascia l’alieno Marchionne

Il crollo del 15 per cento in Borsa del titolo Fca (ex Fiat) non deve stupire. In questi 14 anni Sergio Marchionne è stato la Fca e ha fatto cose tali (la fusione con Chrysler, il risanamento dei conti, l’azzeramento del debito) che tutti lo ritenevano in grado di fare qualsiasi cosa, ipotesi abbastanza realistica. Ma Sergio se n’è andato. Di colpo. E Fca è grande, ma non abbastanza. Interrogativi sul suo futuro sono abbastanza normali. Ma per questo ci sarà tempo. Ma Sergio se n’è andato. Di colpo. E Fca è grande, ma non abbastanza. Interrogativi sul suo futuro sono abbastanza normali. Ma per questo ci sarà tempo. Adesso conviene rileggere la sua avventura da un altro punto di vista. E cioè: perché una parte della sinistra (quella segnatamente liberal-democratica, Renzi) stava dalla sua parte senza troppi se e ma, mentre l’altra  parte della sinistra (a partire dalla Fiom, ma non solo) era decisamente contro, il male del secolo?

La risposta non è difficile

Quando Marchionne sale al comando la Fiat è  di fatto fallita. Al punto che già con Umberto nelle sue ultime settimane di vita, c’erano dirigenti che scrivevano lettere ai politici per chiedere che gli Agnelli fossero cacciati e la Fiat nazionalizzata (così, stipendi al sicuro).  Questo disegno, folle, piaceva però molto al sindacato. La Fiom, e la cultura di una certa sinistra antica, amano le aziende nazionalizzate. Tutto è più semplice quando il padrone è lo Stato e non un gruppo che deve stare sul mercato e farci i conti. Con lo Stato il salario diventa davvero una variabile indipendente: gli aumenti si susseguono regolari come le  stagioni, le perdite vanno comunque del grande pentolone della spesa pubblica, se qualche trattativa va male si può sempre fare pressioni sul parlamento e sul governo, soggetti molto sensibili al bene del popolo (meno a quello dei conti pubblici).

Marchionne è l’alieno che rompe questa rassicurante prospettiva: la Fiat deve farcela da sola, e deve farcela stando sul mercato. Si fanno auto, si vendono, e con il ricavato si pagano gli stipendi e gli azionisti, come già stava scritto nei classici dell’economia. Ma la politica (soprattutto quella di sinistra molto sinistra) non ama il mercato e meno ancora le aziende grandi che stanno sul mercato: troppo forti, capaci persino di resistere a qualche sciopero.

Nelle aziende controllate dallo Stato invece tutto è più semplice i salari vengono decisi in sede politica e non si licenzia mai nessuno (sarebbe un sacrilegio). Lo si è visto con l’Iri, che faceva tutto: dalle autostrade alla caramelle. Alla fine era ridotto a un caos incomprensibile e è statala stessa politica (in un momento di lucidità, Prodi, Andreatta, Amato) a liquidare quell’esperienza, non senza grandi lamenti da parte del sindacato più tradizionale.

Marchionne è stato amato dagli innovatori

Sergio Marchionne è stato amato dagli innovatori perché sognava (e in parte ha realizzato) una Fiat e un’Italia “sul” mercato, competitiva, capace di guadagnarsi il suo spazio lavorando. Come aveva fatto lui, una sola vacanza breve in 14 anni, tre lauree, sempre in volo fra Europa e Stati Uniti. Con poco alcol e tante sigarette (“Saranno la mia morte”, diceva, profetico).

La sinistra tradizionale ha bestemmiato anche sulla bara di Marchionne perché vuole che il suo esempio venga considerato una bizzarria, un fallimento. La via maestra, per questi signori, è un vasto settore produttivo nelle mani dello Stato, dove tutto è più semplice e più agevole e dove ce ne possiamo anche  sbattere del mercato perché a coprire le inevitabili perdite penseranno le casse pubbliche, cioè  noi. Insomma, il modello non di mercato, ma bulgaro-sovietico.

Sergio per questo mondo antico, orientale, era quindi il diavolo. Un diavolo che aveva avuto successo, per di più. Quindi pericolosissimo. Da esorcizzare, persino con ridicoli ricorsi in tribunale (by Landini segretario Fiom, il più forte sindacato europeo che si rivolge al giudice e non alla lotta). Per gli altri, per quelli che invece hanno stimato Marchionne e hanno applaudito i suoi progressi, rimane una lezione: si può fare. Il sogno di un’Italia che sta sul mercato e che nel mercato cresce, in competizione con gli altri, ha un senso, funziona. Marchionne lo ha dimostrato. Certo, bisogna cambiare quasi tutto. Come del resto lui aveva fatto in Fiat: via marchio, nome, residenza. Tutto.

Viene in mente, anche se è un esempio lontano mille miglia dall’esperienza di Sergio, il caso dello psicanalista Lacan e della signora insoddisfatta della sua vita. Lui le dice: “Signora, mi passi la sua borsetta”. La prende, ne svuota il contenuto nel cestino della carta straccia, gliela restituisce vuota, e le dice: “Ecco, adesso può cominciare una nuova vita, quella vecchia non c’è più, vada e buona fortuna”. Ecco, Sergio aveva cancellato la vecchia Fiat (e un po’ anche la vecchia Italia). Purtroppo, lui è scomparso e sono arrivati i populisti, singolare impasto di fasciocomunisti, un insieme che accomuna le peggiori esperienze sociali e politiche del secolo scorso. E contro i quali rimangono, come indiani fuggiaschi nella prateria, isolati nuclei di liberal-democratici. Coraggiosi, ma ancora sparsi e, al momento, senza un capo, un leader.

Giuseppe Turanidi Giuseppe Turani, editorialista   

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