Josefa ricomincia a camminare e parla del suo dramma: "Ho pensato che fossi già morta"

Ai volontari di Open Arms che le hanno salvato la vita dopo il naufragio delle scorso 16 e 17 maggio, la donna, simbolo delle tragedie del Mar Mediterraneo, dice: "Qui ho incontrato persone dal cuore grande, non pensavo che ne esistessero"

Josefa nel letto d'ospedale e nel momento del salvataggio

Ce la ricordiamo mentre viene sollevata dagli uomini del soccorso e issata a bordo della Open Arms. Josefa, unica sopravvissuta del naufragio avvenuto tra il 16 e il 17 maggio, era rimasta sola: a morire da sola. "Io ero nel mare con molte persone provenienti dall’Africa. Quando loro mi abbandonarono andarono via con un’altra barca. Io ho pensato che fossi già morta". Quei momenti li descrive così, Josefa, in una lettera inviata ai volontari della nave che le ha restituito la vita."Ho appena ricominciato a camminare", scrive, mentre è ancora in ospedale dopo quattro mesi da quelle terribili 48 ore immersa nel mare gelido al largo delle coste libiche, mentre "vegliava" il cadavere di un'altra donna e del suo bambino.

L'immagine simbolo

Proprio Josefa che veniva issata sulla nave e poi soccorsa, immortalata con lo sguardo perso nel terrore, vuoto di vita come può essere quello di chi pensa di essere già morta, era diventata un simbolo. Ma aveva anche scatenato le polemiche e gli odi, in piena campagna mediatica anti migranti e anti Ong messa in atto dal governo gialloverde. Soprattutto dopo che uno scatto poi rivelatosi artefatto, una bufala insomma, l'aveva ritratta con lo smalto sulle unghie. Per i polemisti (o gli odiatori?) da tastera "il salvataggio era un falso", perché "non si può sopravvivere in acqua per 48 ore" e, in finale, la donna era "un'impostora" al servizio di chissà quale propaganda anti governativa. Fake news create ad arte per propagandare il sentimento anti migranti.

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La realtà è che Josefa è stata miracolata, è una sopravvissuta a una morte già scritta. La stessa che non hanno potuto evitare la donna e il bambino trovati accanto a lei. E tutto questo ce l'aveva stampato in quello sguardo catturato da quell'immagine che in breve ha fatto il giro del mondo e l'ha resa emblema dell'assurdità di questa "guerra del mare" contro l'umanità che cerca salvezza.

Josefa, che è stata raggiunta dall'inviato di Avvenire attraverso i telefonini dei suoi soccorritori che l'hanno salvata e affidata alla Croce Rossa Spagnola. "Sono di nuovo riuscita a camminare - dice brevemente in francese - Voi come state?". Il sorriso e gli occhi vivi di quell'unica immagine nel letto d'ospedale rivelano un nuovo senso di sicurezza che sta vivendo, un miracolo che lei attribuisce alla "Vergine del Mare" che ha pregato tanto prima di addormentarsi affidandosi alla morte. 

Lei oggi sa che forse è valsa la pena di affrontare quel viaggio infinito attraverso il Mali, il Niger, il Ciad fino alla Libia, che significa violenze sopra violenze. E poi il mare da attraversare con accanto la morte. Un giorno chiese a un ragazzo siriano se ne valesse veramente la pena. Lui le rispose che "almeno in Europa nessuno ti spara addosso". Già, perché da subire ce n'è anche qui nei centri d'accoglienza sovraffollati, nell'attesa di un permesso di soggiorno che si trasforma in un limbo senza fine. Josefa vede finalmente il sole. "Sono con persone dal cuore grande", dice nella lettera che chiude dicendo: "Io non ho mai incontrato persone così nella mia vita".