[L’analisi] Gli italiani sono sempre più poveri, ma attenti l’America è messa peggio di noi nonostante la disoccupazione sia sparita
Tra il 1993 e il 2013 il 90% più povero della popolazione italiana ha visto crollare la propria ricchezza dal 60% al 45 per cento. Mentre il 10% più ricco ha raggiunto il restante 55 per cento. Mentre l’Europa contrastava la disuguaglianza con un certo successo, gli italiani diventavano più disuguali e più poveri
La disuguaglianza in tutto il mondo è in aumento l’1% più ricco controlla il doppio della ricchezza del 50% più povero ma non si manifesta ovunque allo stesso ritmo. L’Europa sembra un’eccezione positiva. La stessa Unione europea, criticata a sinistra perché appare come il veicolo delle politiche neo-liberiste a derisa dalle destre come un mostro burocratico, appare migliore di quanto viene dipinta. Questo dato emerge nel confronto tra Stati Uniti ed Europa occidentale. Nel 1980, quando i due blocchi avevano più o meno la stessa popolazione e una media di reddito simile, l’1% della popolazione controllava circa il 10% della ricchezza nazionale mentre il 50% più povero poteva contare sul 20% della ricchezza.
Le cose da allora sono cambiate drasticamente
Oggi in Europa l’1% più ricco detiene il 12% della ricchezza, negli Usa il 20%, mentre il 50% più povero il 22% contro il 10% negli Stati Uniti. Si dice speso che la globalizzazione e l’informatizzazione hanno contribuito ad ampliare il divario tra ricchi e poveri. In parte è così ma non è una spiegazione del tutto convincente, almeno secondo il quotidiano britannico Guardian. Dagli anni Ottanta a oggi Stati Uniti e Unione europea sono stati investiti allo stesso modo dall’ascesa dei mercati globali e dalle nuove tecnologie: in realtà nel campo della disuguaglianza la differenza è stata fatta dalle scelte politiche.
Gli Stati Uniti sono messi peggio
Gli europei, dicono le statistiche, sono stati più bravi a tenere sotto controllo le disuguaglianze resistendo all’idea di convertire l’economia di mercato in una società di mercato: in poche parole settori chiave come l’educazione, la sanità e i salari sono stati sottratti a una completa deregulation. Per esempio sul mercato del lavoro: nonostante negli Usa la disoccupazione sia oggi del 4% rispetto a una media europea doppia (9%), i salari minimi negli Stati Uniti sono scesi di un terzo in termini reali rispetto agli anni Settanta mentre in un Paese come la Francia sono saliti di quattro volte. Anche il sistema fiscale basato in molti stati europei sulla tassazione progressiva del reddito è stato uno strumento importante per limitare il divario tra ricchi e poveri. La stessa Unione europea ha svolto un ruolo positivo nel diminuire le differenze con le regioni a basso reddito attraverso i fondi di coesione per avvicinare i Paesi più ricchi a quelli più poveri.
La Germania cresce sulle spalle dell'Ue
Ma c’è anche un lato meno luccicante nel medaglione europeo. La Germania, con la sua potente economia orientata all’esportazione, ha beneficiato dell’euro a spese dei suoi partner che hanno dovuto seguire politiche monetarie più restrittive, come nel caso dell’Italia. Il debito pubblico della Grecia è insostenibile mentre le misure di austerità, con pesanti tagli al welfare, hanno condotto a un profonda crisi in alcune regioni europee innescando un legittimo risentimento nei confronti dell’Unione. Il cosiddetto populismo è un mix complesso. E adesso anche l’l’Unione europea è a un bivio e deve trovare delle soluzioni se non vuole alienarsi del tutto le giovani generazioni e implodere. Dagli anni Ottanta l’Europa ha colto dei buoni risultati nell’attutire la disuguaglianza economica ma per preservare il suo modello sociale deve convergere verso un sistema fiscale progressivo e alleggerire i giovani dal fardello di un debito di cui non sono responsabili.
Lotta alla disuguaglianza non funziona per l'Italia
Gli italiani hanno l’impressione che il successo della lotta europea alla disuguaglianza non li abbia riguardati. E’ un’impressione confortata dai dati del World Inequality Report del 2018. Tra il 1993 e il 2013 il 90% più povero della popolazione italiana ha visto crollare la propria ricchezza dal 60% al 45 per cento. Mentre il 10% più ricco ha raggiunto il restante 55 per cento. Secondo un rapporto presentato al Foro di Davos da Oxfam (l’Ong britannica al centro degli scandali sessuali dei cooperanti) a metà del 2017, il 50% degli italiani possedeva soltanto l’8,5% della ricchezza nazionale netta mentre il 20% più ricco degli italiani ne deteneva oltre il 66 per cento. Nel periodo 2006-2016 il reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuito del 23 per cento. Mentre, come scrive sul Guardian l’economista Lucas Chancel, l’Europa contrastava la disuguaglianza con un certo successo, gli italiani diventavano più disuguali e più poveri.
C’è infine un dato che dovrebbe farci riflettere e che ci riguarda da vicino quando parliamo di politica internazionale. Il rapporto sulla disuguaglianza nel mondo mostra come la mancanza di equità nella distribuzione della ricchezza vari significativamente da regione a regione. Nel 2016, la porzione di reddito nazionale intascato dal 10 per cento più ricco è stata del 37 per cento in Europa, del 41 in Cina, del 46 in Russia, del 47 in America del Nord e attorno al 55 per cento nell’Africa subsahariana. Fino a toccare la punta massima nei Paesi del Medio Oriente con il 61 per cento. Se abbiamo a che fare con guerre e migrazioni ci sarà pure qualche ragione che non è soltanto etnica, religiosa o settaria e che comunque si interseca con le altre motivazioni dei conflitti che devastano il Mediterraneo e il Medio Oriente.



di Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra














