La Chiesa di Francesco è un ospedale da campo ma attenzione alla mondanità spirituale

Nel quinto anniversario dell’elezione di Francesco (13 marzo 2013) il vescovo di Abano, segretario del Consiglio dei 9 cardinali, in questa intervista rileva il cambiamento che sta avvenendo nella Chiesa cattolica

La Chiesa di Francesco è un ospedale da campo ma attenzione alla mondanità spirituale
Il vescovo Semeraro con Papa Francesco

Rallegratevi con me. E’ un libretto di poche pagine destinato alla diocesi di Albano in cui il  vescovo Marcello Semeraro  propone una riflessione operativa per “accogliere, discernere, accompagnare e integrare nella comunità ecclesiale i fedeli divorziati e risposati civilmente”. Un modo per applicare con apertura di mente e di cuore le linee guida contenute nell’Amoris laetitia.

Caratteristica di questo breve testo di istruzione pastorale sta nel fatto di essere tra le poche e tra le prime che dà seguito anziché alla discussione polemica sugli orientamenti del sinodo, a un modo concreto di applicare il principio “misericordia” che sta caratterizzando il pontificato di Francesco giunto al suo quinto anniversario.

I quattro verbi usati da Francesco per rispondere alle attese dei fedeli divorziati,  ripresi dal vescovo Semeraro, sono gli stessi verbi usati dal papa come guida per una soluzione politica e sociale giusta e umana dell’emergenza immigrati, altra grande categoria di esclusi e poveri nelle attuali società benestanti. Francesco pensa e vuole una Chiesa ospedale da campo che non emargina, ma cura le ferite e non crea esclusi. 

Interpellato da Tiscali.it il vescovo Marcello individua l’origine prossima del servizio di Francesco nel concilio Vaticano II che ha sancito la Chiesa popolo di Dio, missionaria, misericordiosa. Papa Francesco – rileva Semeraro – è un papa che mi fa pensare.

Ecco l’intervista esclusiva.

Perché Papa Francesco pare diventato segno di contraddizione dentro la Chiesa cattolica a differenza della più generale stima che gode al di fuori? 

«Segno di contraddizione» è un’espressione che nel vangelo di Luca è riferita a Gesù ed è in rapporto con lo svelamento di molti cuori. Mi chiedo se ciò non debba intendersi anche per noi cristiani, nella Chiesa cattolica. Non abbiamo, noi per primi, necessità di un discernimento? Oppure ne hanno bisogno soltanto gli «altri»? Fatto è che il Papa non ce ne parla soltanto; con la sua stessa persona, piuttosto, oltre che col suo insegnamento, egli molto spesso ci provoca al discernimento, a cominciare dai nostri modi di pensare, d’intendere e di proporre il Vangelo. Con la sua domanda, lei mi fa intendere che la «stima» proveniente dal «di fuori» adombra forse qualcuno, che ritiene di essere dentro! Può darsi. Credo, però, che Gesù abbia narrato la parabola del «figlio maggiore» non soltanto per gli ascoltatori del suo tempo, ma anche perché l’ascoltassimo, noi nel nostro tempo. Io sono ben grato al Signore per avere oggi donato alla sua Chiesa un Papa che mi dà da pensare, e non soltanto. 

Il concilio Vaticano II ha operato per una Chiesa più pastorale. Si può dire che Francesco chiede alla Chiesa di diventare anzitutto pastorale nel senso di prossimità alla gente più che di custode della dottrina? Prima la gente, le persone poi l’istituzione? 

È doveroso «custodire la fede». Non, però, come un gioiello depositato nel caveau di una banca. Il Papa ne parlò, fra l’altro, ad un incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, l’11 ottobre 2017 (era l’anniversario dell’inizio del Vaticano II): «La Tradizione è una realtà viva – disse – e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti!». Francesco non è stato padre conciliare e neppure vi ha partecipato con altro titolo; egli, però, è un figlio del Concilio. Intendo dire che il Vaticano II è stato il clima e l’habitat della sua vocazione, della sua formazione; oggi lo è del suo stile. Condivido, anzi, il parere di chi ha scritto che con papa Francesco «ci si trova alle prese con una nuova fase di recezione dell’insegnamento ecclesiologico espresso dal Vaticano II». Il Vaticano II è certamente una somma di documenti, ma non solo… È anche una spiritualità, la cui forma fu descritta da Paolo VI nel discorso del 7 dicembre 1965 quando disse che «l’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio». Non è quello che ci ricorda Francesco, ad esempio con l’immagine della Chiesa «ospedale da campo»? «La Chiesa si fa colloquio», aveva già scritto nell’enciclica Ecclesiam suam. La Divina Provvidenza ha voluto che sia stato Francesco a beatificare questo Papa, mentre attendiamo che proceda anche alla sua canonizzazione. Il «discernimento» richiamato da Francesco oggi si chiama «Concilio». La questione, in fondo, è lì. Francesco è un paravento per non chiamare le cose col loro nome. Almeno a me così pare. Non intendo certo assolutizzare il Vaticano II, ma perlomeno corrispondere al suo magistero e al suo richiamo fondamentale, che è «ritorno alle sorgenti»: cosa che non si fa mai una volta per tutte.

Da tante parti si aspetta una riforma della curia romana, ma come si stanno riformando le diocesi dietro la spinta esemplare del Papa? 

Tra la Curia romana e le «curie» diocesane non v’è identità, ma analogia e questa consiste nell’essere l’una e l’altra strumenti di servizio. Essere una siffatta realtà comporta qualcosa d’importante, come ad esempio non essere autoreferenziale, ma adatta, utile e trasparente rispetto allo scopo e questo nell’ambito delle istanze e delle necessità dell’oggi. Spesso il Papa ci richiama all’ascolto di ciò che lo Spirito dice alle Chiese … e questo corrisponde a quel che leggiamo in Gaudium et spes n. 11: «Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere …». Il criterio di «riforma» lo troviamo già al n. 27 di Evangelii gaudium, dove Francesco indica una «scelta missionaria»; una scelta, cioè, che ha senso e valore in rapporto all’annuncio del Vangelo. Non, però, un annuncio qualunque, ma un annuncio tale da incoraggiare e favorire «la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia». È da qui che debbono e possono scaturire valide scelte programmatiche. Nelle strutture delle nostre Chiese particolari noi vescovi non siamo chiamati a clonare l’apparato della Curia romana, ma a cogliere, nel momento presente, l’istanza di «riforma» che giunge anche per essa dal Papa e a metterci cordialmente in sintonia con essa. 

Delle tante indicazioni di conversione al Vangelo che Francesco lancia quale le pare destinata a lasciare il segno di questo pontificato? 

Non mi è facile dare una risposta a questa domanda, se non altro perché quello di Francesco sulla Cattedra di Pietro è un ministero “in atto”. Considerando, tuttavia, uno dei fili conduttori del suo magistero indicherei la sua insistenza sul tema della misericordia. Parlando ai partecipanti a un corso della Penitenzieria apostolica egli disse: «la misericordia è il cuore del Vangelo! Non dimenticate questo: la misericordia è il cuore del Vangelo! È la buona notizia che Dio ci ama, che ama sempre l’uomo peccatore, e con questo amore lo attira a sé e lo invita alla conversione» (28 marzo 2014). A questo unirei il richiamo alla gioia evangelica, che torna (e forse tornerà) anche nell’intitolazione di alcuni testi fondamentali. «La «gioia» di cui parla Francesco è sì un sentimento, ma è anche di più. Nell’incipit di Evangelii gaudium questa gioia è il frutto dell’incontro con Cristo. Si tratta pure di un importante punto di contatto col magistero di Benedetto XVI. 

E’ giusto pensare che tra i vizi del clero, Francesco denunci soprattutto ipocrisia e corruzione? 

Non direi che il pensiero di Francesco riguardo ai sacerdoti sia proprio questo. Ciò che egli domanda a noi sacerdoti possiamo riscontrarlo in tanti interventi: dall’omelia nella Messa Crismale del 2013 (quando sviluppando il tema della unzione parlò dell’«odore delle pecore») all’incontro col clero romano del 15 febbraio scorso. Il rischio su cui spesso Francesco ci mette in guardia è, piuttosto, la «mondanità spirituale. Quanto, poi, ai peccati che ella richiama, con un’espressione di Evagrio Pontico le risponderei che sono i «pensieri malvagi», che affliggono ogni cristiano. Al riguardo, Francesco ne ha fatto un solo peccato, quando ha detto che l’ipocrisia è la lingua dei corrotti: «questi non amano la verità. Amano soltanto se stessi e così cercano di ingannare, di coinvolgere l’altro nella loro menzogna, nella loro bugia. Hanno il cuore bugiardo; non possono dire la verità».