Il boss Graviano intercettato in carcere: "Berlusconi mi chiese una cortesia". Per i Pm è un riferimento alle stragi di mafia

Il capomafia del quartiere Brancaccio, condannato per le stragi del 92-93, parla dell’ex premier: “Venticinque anni fa mi sono seduto con te, avevamo il Paese in mano poi mi hai tradito e mi stai facendo morire in galera”

Il boss Graviano intercettato in carcere: 'Berlusconi mi chiese una cortesia'. Per i Pm è un riferimento alle stragi di mafia
Il boss Giuseppe Graviano

Ventiquattro anni dopo Giuseppe Graviano decide di parlare. Doveva immaginare di essere intercettato. Ai magistrati della Procura di Palermo che lo vanno a interrogare in carcere  per chiedergli spiegazioni sulle cose dette nell'ora d'aria al camorrista Umberto Adinolfi, suo compagno di cella, risponde prendendo tempo: «Quando sarò in condizione vi cercherò.... per chiarirvi alcune cose che mi avete detto». 

Il boss di Brancaccio, quartiere di Palermo, che ha condiviso la strategia stragista dei Corleonesi insieme al trapanese Matteo Messina Denaro, dunque chiama in causa Silvio Berlusconi. In diversi colloqui intercettati nell'ora d'aria, il boss di Brancaccio lascia intuire che Berlusconi è il mandante delle stragi del '92 e del '93. 

E le trascrizioni di questi colloqui sono stati inviati alle procure che indagano sulle stragi Falcone e Borsellino (Caltanissetta) e Firenze, Roma e Milano (Firenze).

Stupisce quello che racconta Graviano. Per chi ha indagato in tutti questi anni, per chi ne ha scritto sui giornali o raccontato in televisione le cose che dice erano quelle che avrebbero voluto sentirsi dire. Come se chiudesse un cerchio, come se riempisse tutte le tessere di un mosaico. 

Nessuna contraddizione con quanto detto nei decenni dai pentiti. Da quel Totò Cancemi, il primo esponente della Cupola di Cosa nostra pentito, che si consegnò il 20 luglio del 1993, a poche ore dalle bombe di Roma e Milano, per prendere le distanze da Binnu Provenzano e gli altri. E ai carabinieri raccontò: «Queste bombe sono per buttare giù quelli che sono in sella». 

Oggi Graviano confida al suo compagno di cella: «(Berlusconi, ndr) nel 92 già voleva scendere, voleva tutto ed era disturbato, perché era acchianatu con quello».

Da Totò Cancemi a finire Gaspare Spatuzza, che nell'ottobre  2009 racconta mise a verbale che nel gennaio del 93 incontrò Graviano all'interno del bar Doney, in via Veneto a Roma: «Giuseppe Graviano era molto felice, mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c'era di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri (Marcello, ndr). Mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani».

Lo stesso concetto lo esprime Graviano nei colloqui intercettati nel carcere di Ascoli Piceno: «Avevamo acchiappati un paisi di Chieti in manu». È come se si rivolgesse a Berlusconi (sapendo di essere intercettato?): «Ma vagli a dire come è che sei al governo... che hai fatto cose vergognose, ingiuste».

Quando le cimici entrano in funzione nel carcere di Ascoli Piceno, è il febbraio del 2016. E registreranno i colloqui del mafioso con il camorrista fino all'aprile scorso. Tutte le trascrizioni sono state depositate nel processo che è in corso sulla cosiddetta trattativa tra Cosa nostra e lo Stato.

«Berlusconi mi ha chiesto questa cortesia - dice Graviano il 10 aprile del 2016 - per questo c'è stata l'urgenza di... Ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni in Sicilia. Lui voleva scendere... Però in quel periodo c'erano i vecchi e lui mi ha detto “ci vorrebbe una bella cosa”».

Il 19 gennaio già aveva “sparlato” di Berlusconi: «Vuoi sapere la mia osservazione su Berlusconi? Questo ha iniziato, stiamo parlando quando era lui, dal Settanta, ha iniziato con i piedi giusti... Ha avuto non dico niente, ha fortuna, mettiamoci la fortuna da solo, e si è ritrovato a essere quello che ė».

Riaffiorano dalla memoria le dichiarazioni del dottor Pennino, il mafioso massone che, pentito, mise a verbale: «Secondo quanto io ho appreso dall'avvocato Zarcone l'enorme patrimonio accumulato da Stefano Bontate e dal suo gruppo è rimasto nelle mani di chi lo aveva gestito, e cioè Silvio Berlusconi e i fratelli Dell'Utri».

Torniamo alle intercettazioni ambientali di Giuseppe Graviano: «Quando lui (Berlusconi, ndr) si è ritrovato ad avere un partito così nel 94 lui si è ubriacato perché lui dice ma io non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato. Mi sono spiegato? Pigliò le distanze e ha fatto il traditore».

È amareggiato, Graviano. Sembra che mandi messaggi a chi gli aveva promosso qualcosa che non ha avuto. Il 14 marzo scorso sbotta: «Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, mi arrestano (gennaio 94, ndr) e tu cominci a pugnalarmi per cosa? Per i soldi? Perché ti rimangono i soldi. Dice non lo faccio uscire più, perché sa che io non parlo, perché sa il mio carattere. Perché tu lo sai che io mi sto facendo, mi sono fatto 24 anni in carcere, ho la famiglia distrutta. Senza soldi, alle buttane glieli dà i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni, i giorni passano, gli anni passano, io sto invecchiando e tu mi stai facendo morire in galera». 

Parla assai, il boss di Brancaccio. Dopo il 93 finiscono le bombe. Nella primavera del 94 Silvio Berlusconi vince le elezioni. «Poi terminarono le bombe - dice il mafioso - non volevano più le stragi. La montagna mi diceva, no è troppo. Ci proposero il passaporto e 50 milioni». 

Davvero ha parlato Graviano? O ha mandato messaggi? E perché ai Pm di Palermo non ha voluto chiarire un bel nulla? Cosa aspetta? Che qualcuno mantenga i patti? E quali erano questi accordi?

La Procura di Palermo indaga, ha aperto un nuovo fascicolo. Aspettiamo.